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Quando la qualità è più importante della quantità: alla scoperta del Micro Influencer Marketing

Celebrities, fashion blogger, VIPs, top influencers: i brand non hanno più bisogno di rincorrere e corteggiare i personaggi famosi per convincerli a produrre sui loro canali social uno sponsored content con riferimento al loro prodotto.

Esiste una tecnica molto più semplice ma altrettanto performante, e si chiama Micro Influencer Marketing. Il concetto è lo stesso del classico Influencer Marketing, ma su scala minore: l’unica differenza, infatti, si riscontra a livello quantitativo, ovvero i partner hanno una fan base piuttosto ristretta (non più di 10.000 followers) ma attiva, responsive e partecipativa.

Questa forma di Influencer Marketing viene utilizzata maggiormente su Instagram rispetto a Twitter e Facebook, in quanto la piattaforma si presta più efficacemente alla condivisione di contenuti visual.

Sicuramente starai pensando “Ma perché un’azienda famosa, per sponsorizzare il suo prodotto, dovrebbe scegliere un influencer con pochi followers rispetto a una celebrities?”. Provo a chiarirti le idee elencando i principali vantaggi del Micro Influencer Marketing.

Hanno una percentuale di engagement rate più elevata

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Secondo uno studio condotto da Markerly, un profilo con 1.000 followers registra un engagement rate dell’8%, mentre una fan base composta da 10.000 utenti scende al 4%. All’aumentare dei follower diminuisce l’engagement rate, fino a raggiungere l’1,7% con 1 milione di fan.

Risulta quindi che un profilo con meno di 1.000 follower ottiene circa 6 volte più commenti e like rispetto a un profilo con più di 100.000 fan.

Raggiungono un’audience più targetizzata

Non è facile trovare un ago in un pagliaio, così come non è facile trovare un potenziale consumatore tra un milione di follower: una fan base ridotta permette di raggiungere un’audience più targetizzata ed in linea con il target di riferimento dell’azienda.

L’82% degli utenti è più propenso ad acquistare un prodotto consigliato da un micro influencer: questo comporta un potenziale aumento del conversion rate.

Costano meno

Può sembrare scontato, invece anche il lato economico gioca la sua parte: l’ingaggio di una celebrity o di un top influencer può costare quanto (o a volte anche di più) 100 micro influencers!
Con lo stesso investimento, quindi, i brand possono avere a disposizione una quantità maggiore di sponsored content da veicolare e riutilizzare sui propri canali social.

Sono più credibili

Infine, i micro influencers gestiscono in maniera autonoma i propri profili, ovvero non si avvalgono di social media manager o terze persone, come invece succede per i canali delle celebrities.
Gli utenti percepiscono una maggiore autenticità e credibilità nei contenuti prodotti, e tendono a riporre con più facilità la loro fiducia in quello che viene condiviso.

Se tutto ciò non bastasse, Instagram come Facebook privilegia i contenuti organici condivisi da profili di persone reali, rispetto a quelli prodotti dai profili business: questi algoritmi rendono quindi più visibili i post dei micro influencer.

Un esempio di Micro Influencer Marketing è quello di Swiss Beauty Lab, un brand di cosmesi svizzero che per aumentare la sua brand awareness in Italia si è affidato a Fashion & Beauty Blogger, con un seguito modesto sui loro canali social:

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Ovviamente non tutte le aziende possono (o vogliono) adottare la tecnica del Micro Influencer Marketing per svariati motivi, che comprendono anche un potenziale danno all’immagine, specialmente nel caso di Luxury Brands.

Ma i social media sono un mondo strano, anche ciò che pensavi impossibile può invece risultare un’idea vincente, quindi try to think small!

LEGGI ANCHE: Come scegliere l’Influencer che fa per te?

Gelato - Brain

Come la collaborazione può avvicinare alla creatività

Capacità di creare, di produrre delle idee, di essere innovativi, avere originalità, usare la fantasia, produrre qualcosa di nuovo. Tutto questo per noi potrebbe coincidere con la creatività: un termine utilizzato in molte occasioni al giorno d’oggi, specialmente se si pensa al mondo digitale e della comunicazione.

Molte persone, infatti, si definiscono dei “creativi”, forse spesso abusando di un attributo non sempre così semplice da assegnare. Oliviero Toscani ha affermato, ad esempio, che chi si definisce creativo, automaticamente perde di credibilità, poiché, al contrario, la verità è proprio che “se c’è una persona che non è sicura di essere creativa, quella è il vero creativo”.

Questa potenzialità, infatti, deve essere esercitata con la costanza, senza troppa sicurezza nell’agire. In moltissime occasioni, infatti, si possono incontrare delle difficoltà nel trovare qualcosa di innovativo, che proponga una novità. Cercare spasmodicamente un’idea non è sempre la strada giusta. Sempre Toscani sostiene che “chi cerca un’idea vuol dire che non ne ha”.

Non è facile fare innovazione, in un mondo come il nostro caratterizzato da una vera e propria esplosione di contenuti, veicolata dalla tecnologia. Tutti, infatti, possono creare un contenuto in modo semplicissimo, ma il buon contenuto viene proprio dalla creatività, espressa dalle menti umane.

Il materiale creativo può venire dal singolo, ma è dimostrato che il successo nasce dalla collaborazione. Ci sono molti ostacoli, tuttavia, che possono intercorrere nel processo creativo, che possono portare un team di lavoro a risultati spiacevoli, ritardi nelle consegne, lavori insoddisfacenti.

Come sormontare questi ostacoli e arrivare a un’idea creativa?

1. Esternare il “disordine” creativo, non nasconderlo

Einstein - Disordine

La creatività è confusionaria, non segue degli schemi precisi, un percorso lineare. Un individuo può alternare momenti di ispirazione a periodi di nulla totale, entusiasmo a sconforto. Ciò può coincidere con un ostacolo, che non deve però limitare il processo creativo. La soluzione è, infatti, non quella di porre rigidità o un’organizzazione troppo schematica al processo di progettazione, bensì quella di “aprire il sipario” alla collaborazione.

Consentire la partecipazione di tutti i membri del team, favorire lo scambio di opinione e di idee, sono proprio questi i punti di partenza per un processo creativo. Il team non deve nascondere questo “disordine”, ma favorirlo, e fare in modo che le idee nascano proprio da quelle determinate situazioni. Uscire dagli schemi, fare attenzione ai dettagli, crearsi opportunità, è dalla massima insicurezza che nasce la massima creatività. Tutto questo è bene esternarlo, per favorire il lavoro che si sta facendo.

2. Sviluppare nuove abitudini collaborative, secondo le proprie competenze

Collaborazione e idee

In un team di progettazione, soprattutto a livello di marketing, sono richieste numerose competenze differenti, in modo tale da creare un contenuto che abbia forme e sviluppi diversi, volto a soddisfare le richieste di un mondo caratterizzato da canali e tecnologie sempre più vari. Competenze diverse implicano diverse persone, e non sempre è facile favorire una buona collaborazione. La chiave sta proprio nel coadiuvare queste differenti competenze per creare un quadro unico nel suo genere, proiettato verso una progettazione ottimale. Tutte le persone che fanno parte del team devono così rompere le proprie abitudini, i propri schemi mentali, per aiutare la collaborazione e la costruzione di un’idea di successo, composta da piccole parti di ogni competenza a disposizione.

3. Far comprendere il processo creativo, non il risultato finale

Social report UM Wave 9

A volte il problema di un team è quello di aver sviluppato un progetto che sembra eccezionale, ma che poi non viene compreso dal cliente, o da chi ha richiesto quello specifico progetto. Molte volte questo avviene non tanto perché non viene capito il risultato finale, bensì perché non viene capito il processo creativo in sé. Per essere proiettati verso il successo, quindi, non è necessario dire ai clienti come comprendere qualcosa, o pretendere che ne siano capaci, ma cercare di avvicinarli e renderli partecipi nel processo di creazione. Lo sforzo è quello di far capire a ogni step di lavoro quali sono gli elementi che possono fare ottenere feedback positivi, specificando che ognuno di questi potrà contribuire a un risultato complessivo più soddisfacente ed efficace.

Tutti gli ostacoli che si possono incontrare in un processo creativo sono fattori “umani”, che però possono essere superati semplicemente attraverso un’aperta ed efficace collaborazione, che portano a una progettazione più omogenea, convincente e innovativa. Abbattendo queste barriere e favorendo la collaborazione sia all’interno del team che coinvolgendo gli stakeholder relativi a un progetto specifico, si possono ottenere processi creativi fluidi e risultati ottimali.

Deep Web e Dark Web: l’altra faccia del Web che conosci

DISCLAIMER: Spesso si sente parlare di Deep Web o di Dark Web. Vorrei spiegare, spero in modo sufficientemente chiaro, il funzionamento di determinate dinamiche e di alcuni dei concetti informatici che vi sono dietro. Sia chiaro, non si tratta di una guida operativa per accedere al Deep o Dark Web, ma di un articolo divulgativo. Per la sua produzione non è stato impiegato olio di palma, e nessun IT Manager o Ethical Hacker è stato oggetto di maltrattamenti. Buona lettura.  

Partiamo dalle basi

È importante conoscere le varie differenze, essendo in realtà concetti più semplici di quanto si creda. Fare le giuste distinzioni e un po’ di chiarezza mi sembra il modo migliore per farti capire come funzionano le cose, per quanto in alcuni casi sia estremamente difficile.

La chiave primaria è l’indicizzazione, che è il fondamento della “ricercabilità” delle cose. Se un qualsiasi contenuto sul web è in qualche modo indicizzato, e tale indicizzazione è pubblica, posso trovarlo. Lo scopo dei motori di ricerca è esattamente questo: posta una domanda, fornire la migliore risposta possibile in base a quanto noto, ovvero indicizzato.

Il Surface Web: accessibile e indicizzato

È quella parte chiara e visibile che tutti conosciamo benissimo, a cui tutti siamo connessi, a cui accediamo ogni santo giorno dai nostri pc, smartphone, televisori, qualsiasi dispositivo ci permetta una connessione e un sistema o interfaccia di navigazione. Nella fattispecie, è tutta la parte di siti, contenuti e piattaforme di pubblico dominio, ovvero quello che viene anche definito come Surface Web.

È indicizzata e facilmente reperibile ed accessibile? Pensa solo a SEM (Search Engine Marketing), SEO (Search Engine Optimization), SEA (Search Engine Advertising) e SMO (Social Media Optimization) e tutto quello che società e professionisti del settore  fanno per implorare una corretta scansione, indicizzazione e visualizzazione dei propri contenuti da parte dei motori di ricerca.

Il Deep Web: accessibile e non indicizzato

Non è altro che un sotto-insieme del Surface Web, o meglio quella parte di web che non è soggetta all’indicizzazione dei motori di ricerca comunemente usati e non.

Perché se l’obiettivo dei motori di ricerca è fornire la migliore risposta possibile ad una qualsiasi nostra domanda, per poterlo fare devono spazzolare costantemente tutta la mole di contenuti presenti nel Surface Web e indicizzarlo adeguatamente.

Ma quando i motori di ricerca bussano alla porta di casa, non è detto che tutti vogliano spalancare le porte e invitarli ad entrare. Pensa ad esempio a tutto quello che è protetto da una password e richiede un’autenticazione, salvo ovviamente rari casi di esplicita autorizzazione da parte nostra. Sarebbe indicizzata e ricercabile tutta la posta elettronica, tutto quello che la gente tiene nel cloud, le cartelle mediche ed esattoriali, le nostre dichiarazioni dei redditi, le intranet aziendali, i dati di home banking, i contenuti di molti forum, una mole infinita di dati di chiunque.

Parliamo di siti, portali o piattaforme che proteggono i dati e la privacy degli utenti nella loro “parte interna”, ma che sono totalmente visibili, indicizzati e comodamente reperibili e raggiungibili da chiunque nella “parte pubblica”. Un conto è cercare il sito cui accedere per controllare la mia posta elettronica, non ricordandomi mai la url corretta dove inserire le credenziali, un conto è la mia corrispondenza, che deve essere protetta e salvaguardata.

Quindi tutti i contenuti che tengo su Google Drive o su Dropbox, fanno parte del Deep Web? Se volessimo applicare la definizione “in purezza”, la risposta sarebbe sì, poiché non sono contenuti indicizzati, e in alcuni casi nemmeno “pubblicati” su internet. Pensa, ad esempio, alle pagine che compongono il sito della intranet aziendale di una società; è un sito internet a tutti gli effetti, ma accessibile solo ai dipendenti e solo dalla rete interna.

Per fare rapidamente qualche ulteriore esempio, abbiamo di che divertirci:

  • contenuti “non linkati”, quindi ad accesso diretto. Sono tutti quei contenuti che non hanno un backlink (link entrante o collegamento entrante ovvero un collegamento ipertestuale che punta direttamente ad una determinata pagina web), che in parole semplici suona più o meno come “o sai l’indirizzo esatto o non trovi la porta; il navigatore non è tuo amico”.
  • contenuti “no-robots”, quindi server e pagine web esplicitamente non indicizzabili, perchè settate con configurazione noindex o tramite codici captcha.
  • contenuti “protetti”, ovvero tutto quello che richiede esplicitamente l’utilizzo di credenziali login/password per accedervi, o una qualsiasi forma di autenticazione.
  • contenuti generati “dinamicamente” sulla base delle richieste degli utenti, quindi tramite QueryString o basati su variabili GET e POST (che in poche parole non fanno altro, lato server, che raccogliere gli input passati dall’utente per generare dinamicamente il contenuto con il risultato).

In realtà viene spesso fatta un’ulteriore sottile distinzione, aggiungendo un altro strato, che deriva dal livello tecnologico necessario per accedere ai contenuti. In poche parole non si considera solo se il contenuto è indicizzato o meno, ma anche il suo grado di reperibilità e accessibilità con strumenti comuni.


Si viene così a creare il Bergie Web, ovvero l’ultimo livello ancora faticosamente accessibile. Qui trovi tutti quei siti che, volutamente, non sono indicizzati o lo sono in parte veramente minimale, ma sono ancora navigabili, raggiungibili e consultabili (se sai come cercarli) con un qualsiasi web browser comunissimo. A questo livello si posizionano ad esempio i siti bloccati DMCA (Digital Millenium Copyright Act), piuttosto che alcuni portali che possono contenere maggiori informazioni per accedere al Deep Web (tra i più noti vengono generalmente menzionati come esempio Reddit e 4chan). Ma scendere ulteriormente ed andare oltre, è possibile. Quando nemmeno il comune browser è sufficiente, e servono altri strumenti, vuol dire che hai varcato la soglia e sei sceso nel livello successivo, il Dark Web.

E poi? Posso “scendere” ancora?

Certamente si, perché non finisce mica qui, abbiamo appena incominciato. Nel prossimo articolo scenderò più a fondo e cercherò di spiegarti meglio il concetto di Dark Web, ovvero il livello immediatamente successivo al Deep Web.

Stay Turned, sto arrivando.

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Da uno screenshot al tuo armadio: fai shopping con LIKEtoKNOW.it

Se sei davvero un amante dello shopping e sai ripetere in ordine alfabetico i nomi dei principali guru della moda, non puoi non conoscere LIKEtoKNOW.it. A te possiamo subito anticipare la notizia del momento, nel caso te la fossi persa: il 6 marzo la piattaforma ha lanciato la sua app mobile per iOS.

Per coloro che invece non conoscono LIKEtoKNOW.it, ecco di cosa stiamo parlando: un servizio di social shopping che permette all’utente di acquistare in modo facile le tendenze moda del momento partendo da Instagram.

Come? È sufficiente registrarsi mediante login con Instagram e andare alla ricerca dell’hashtag #likeTKit che segnala le foto dove sono presenti prodotti che potete acquistare grazie alla piattaforma. Mettendo un like ad foto con l’hashtag #likeTKit,  riceverete un’email con le informazioni del prodotto e i link di riferimento per poterlo acquistare.

Lanciata nel 2014,  ad oggi la società sostiene di aver realizzato circa 1 miliardo di dollari di vendite per i partner grazie soprattutto alla sua rete di circa oltre 12mila influencer e quasi 3 milioni di utenti registrati: è indubbio dunque che LiketoKnow.it sta rivoluzionando l’industria della moda.

Da anni ormai il marketing tradizionale non è più uno strumento sufficiente per questo settore, dove ormai conta specialmente l’advertising in app: in questo panorama LIKEtoKNOW.it è sicuramente un player importante e si inserisce in quel momento decisivo in cui la ricerca diventa intenzione reale d’acquisto.

Grazie all’app, LIKEtoKNOW.it ha ulteriormente ampliato la capacità dell’utente di acquistare i prodotti più rapidamente e facilmente possibile.

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Fai shopping con uno screenshot

Per utilizzare la nuova app di LIKEtoKNOW.it tutto ciò che occorre fare è scattare uno screenshot di una foto dove è presente il prodotto che si desidera acquistare: dall’ultima foto dell’influencer che segui da anni ad uno scatto rubato durante l’ultima Fashion Week.

LIKEtoKNOW.it analizza il tuo screenshot e ti invia una notifica push se può abbinare l’immagine con il suo database che include le immagini provenienti da brand e influencer: a quel punto propone all’utente  il link allo shop per facilitare l’acquisto immediato.

L’app consentirà agli utenti, sia influencer che i potenziali acquirenti, di migrare più facilmente anche in altre piattaforme social, al di là di Instagram: l’app di LIKEtoKNOW.it  ha l’obiettiva di trasformare il servizio di social shopping come punto di riferimento per i brand che vogliono potenziare le loro opportunità di vendita e per gli influencer che cercano sempre più strumenti per monetizzare la loro attività e per promuoversi.

 

Richard Hambleton e Dark Circle: quando l’arte diventa streetwear

Un team di esperti della Woodbury House Contemporary Art ha selezionato venticinque opere realizzate da Richard Hambleton per un’esclusiva collaborazione con il marchio inglese Dark Circle, tra i più noti nel campo dello streetwear d’elite. Nasce così una capsule collection che, proprio come si trattasse di una mostra d’arte, fa dell’attenzione alla curatela una delle sue caratteristiche fondamentali.

Malcolm McLaren on the streets of NYC. April 1983. © Bob Gruen / www.bobgruen.com

Malcolm McLaren on the streets of NYC. April 1983. © Bob Gruen / www.bobgruen.com

Richard Hambleton, classe ’54, è tra i fondatori dell’arte pubblica, libera ed espressiva. Negli anni Ottanta esordì tra le strade di New York, proprio come i colleghi Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Rammellzee, con i suoi famosi Shadowmen ottenuti dal frenetico movimento del pennello e schizzi di colore nero: nonostante si trattasse di corpi cascanti ridotti quasi a brandelli, l’immagine di Hambleton era però quanto mai ingombrante; quella che l’artista metteva in scena tra le strade della Grande Mela non era vita bensì sopravvivenza. Difatti, gli uomini-ombra di Hambleton avevano il compito di sorprendere i passanti e sbigottirli, capovolgendo definitivamente il concetto dell’immagine e il rapporto delle stesse con la popolazione, fulcro in particolar modo della serie dei primi interventi urbani intitolati Image Mass Murder. L’arte di Richard Hambleton è poi successivamente sbarcata anche in Europa, tra Parigi, Berlino e Roma, e ha ben presto incontrato anche il consenso di numerose gallerie, collezionisti e musei. Tuttavia, nonostante l’indiscussa notorietà, Hambleton scelse di allontanarsi dal sistema dell’arte per ritornarci successivamente soltanto dopo un ventennio, con una grande mostra presso la Woodward Gallery di New York (2007).

Richard Hambleton, classe '54, è tra i fondatori dell'arte pubblica, libera ed espressiva. Negli anni Ottanta esordì tra le strade di New York, proprio come i colleghi Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Rammellzee, con i suoi famosi Shadowmen ottenuti dal frenetico movimento del pennello e schizzi di colore nero: nonostante si trattasse di corpi cascanti ridotti quasi a brandelli, l'immagine di Hambleton era però quanto mai ingombrante; quella che l'artista metteva in scena tra le strade della Grande Mela non era vita bensì sopravvivenza. Difatti, gli uomini-ombra di Hambleton avevano il compito di sorprendere i passanti e sbigottirli, capovolgendo definitivamente il concetto dell'immagine e il rapporto delle stesse con la popolazione, fulcro in particolar modo della serie dei primi interventi urbani intitolati Image Mass Murder. L’arte di Richard Hambleton è poi successivamente sbarcata anche in Europa, tra Parigi, Berlino e Roma, e ha ben presto incontrato anche il consenso di numerose gallerie, collezionisti e musei. Tuttavia, nonostante l'indiscussa notorietà, Hambleton scelse di allontanarsi dal sistema dell'arte per ritornarci successivamente soltanto dopo un ventennio, con una grande mostra presso la Woodward Gallery di New York (2007).

L’artista canadese, attualmente annoverato nell’albo degli street artisti più influenti di tutti i tempi e citato nei testi di storia dell’arte, è sicuramente il rappresentate più longevo del movimento e oggi per la prima volta la sua arte viene declinata in versione british per capi d’abbigliamento.

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Le opere selezionate per l’edizione limitata “Dark Circle X Richard Hambleton” comprende sia alcune iconiche figure-ombra sia le serie Horse and Rider e Stop Sign per la creazione di giacche che saranno vendute esclusivamente attraverso Woodbury House, come vere opere d’arte; ogni porzione è stata stampata digitalmente su 3,5 metri di Panama Canvans, una stoffa molto simile a quelle utilizzate dallo stesso artista per le sue tele, un’attenzione più unica che rara per uno street lifestyle brand. La produzione sarà accompagnata anche da una collezione nella collezione: si chiama Shadowman, infatti, la serie di felpe e t-shirt che sposa il comune e pratico abbigliamento urbano. Ogni pezzo della capsule collection sarà comunque accompagnato da un certificato di autenticità firmato dalla Woodbury House.

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Anche se, attualmente, Dark Circle è una delle aziende più giovani e di punta nel Regno Unito, come molti marchi odierni ha avviato la propria carriera via etsy.com, per poi divenire una grande ed infaticabile macchina che pone al centro della propria produzione capi d’abbigliamento personalizzati, etici e di qualità.

Tale particolare case-study pone l’accento su un fattore vicinissimo ai principi di Streetness: l’importanza della collaborazione tra una giovane azienda, sempre in cerca di nuovi stimoli, e un gruppo di esperti d’arte conoscitori della storia e dell’evoluzione della Street Art e dei suoi più decisivi rappresentanti, in questo caso, per la creazione di prodotti unici e originali, proprio come le opere d’arte.

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Select, il Tinder segreto aperto solo a ricchi e vip

Chissà dove cercano i ricchi, i miliardari, i famosi, la loro anima gemella? A quanto pare, su Tinder, proprio come ogni comune mortale!

È TechCrunch a rivelare, grazie ad una fonte anonima, l’esistenza di un Tinder segreto, una parte dell’app accessibile a pochi e che si chiama Tinder Select. Tinder Select è accessibile solo ad una vera e propria élite: eggià, i criteri di selezione sembrano soprattutto di tipo economico e dunque sono ben accetti imprenditori di alto livello, modelli, attori, celebrità, magnati e così continuando. Insomma, di sicuro il primo appuntamento non sarà al fast food più vicino…

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Sembra che sia Tinder stessa a invitare gli utenti interessanti su Select, mentre solo alcuni di loro possono a loro volta invitare altri utenti. L’app sembra sfruttare un algoritmo simile a quello di Tinder Elo Score, che classifica gli utenti in base a migliaia di variabili: una sorta di indice di desiderabilità, che assegna un punteggio a ciascun utente, così da poter mettere in connessione solo soggetti ritenuti affini o associabili. L’algoritmo si alimenta dunque delle interazioni e attività che si effettuano quando si visualizzano le foto degli altri utenti.

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Secondo le immagini mostrate da TechCrunch, Tinder Select differisce intanto per il colore di fondo che non è rosso, bensì blu: gli utenti prescelti possono scegliere di entrare ed uscire da Select spostando un cursore in alto. A tutti gli effetti dunque questi utenti si trovano sulla piattaforma generale di Tinder, ma possono rendersi visibili o meno agli altri utenti ed accedere a Select quando vogliono.

Non è la prima volta che sentiamo parlare di app dedicate solo a pochi esclusivi membri: tempo fa avete sentito parlare dell’app Raya che permette l’accesso solo a chi dimostra di avere un lavoro creativo o molti follower su Instagram?

Tinder Select sembra esistere già da circa 6 mesi, dunque il silenzio intorno ad essa non sembra una strategia per creare hype intorno all’app: sembra anzi che la società ci tenga a mantenere l’assoluta esclusività della piattaforma.

Al momento Tinder ha infatti declinato ogni commento a TechCrunch su Select: chissà se prima o poi scopriremo ce qualche coppia vip si è conosciuta proprio attraverso quest’app?

Social Media e Google per il Marketing del Turismo

Il faro di Punta Palascìa, il muro di John Lennon a Praga, la ruota panoramica di Vienna…

Ci sono viaggiatori che li ammirano lasciando il cellulare in tasca e altri invece che non resistono alla voglia di immortalare questo momento, seguendo un po’ il motto: pics or it didn’t happen.

I social media hanno cambiato molteplici aspetti della vita quotidiana.

Pensa al modo in cui cerchi idee viaggio: fai ricerche nel web e sui social?

Se la risposta è sì, continua a leggere, ti potrebbe interessare.
Se la risposta è no, continua a leggere perché magari in futuro, ti potrebbe interessare!

Come i social e Google influiscono sul marketing del turismo

“Pics or it didn’t happen”

Ecco come i social influiscono sul Marketing del turismo

  1. La ricerca di informazioni sul Web è cambiata. L’89% dei Millennial prenota le vacanze seguendo suggerimenti postati dai coetanei. Da Instagram a TripAdvisor, trovare immagini o recensioni di un appartamento o albergo non è mai stato così semplice.
  2. Il 97% della generazione Y condivide le proprie foto online, creando una community di peer-to-peer da cui trarre ispirazione. Alcuni tour operator ed albergatori hanno capito l’importanza dello user generated content, che a differenza dalle immagini da catalogo è autentico e originale.

Es ist nicht das, wonach es aussieht!Unsere Gäste haben Agatha Christie's Thriller in einem unserer Zimmer…

Gepostet von Hotel Westend Meran/Merano am Sonntag, 9. Oktober 2016

Esempio di user generated content

LEGGI ANCHE: Trigger, la nuova app di Twitter pro beneficenza

3. Le recensioni e i reclami al giorno d’oggi raramente arrivano per posta o per email. Più del 50% degli utenti che contattano un brand su Twitter, si aspettano una risposta. La percentuale sale al 75% quando si tratta di reclami. Per questo motivo l’assistenza clienti di compagnie aeree come American Airlines e JetBlue cerca di rispondere ai vari messaggi in maniera tempestiva.

Dall’account di American Airlines prendono il volo diversi messaggi importanti.

4. Le agenzie viaggi hanno digitalizzato i loro servizi per rimanere al passo con i tempi. Ancora oggi il 55% delle prenotazioni dei voli, il 73% dei pacchetti vacanze ed il 77% delle crociere sono effettuate da agenzie.

5. Tramite l’utilizzo degli hashtag, tag e check-in su Facebook è molto semplice seguire gli ospiti e interagire con loro sui social. Così facendo è possibile individuare Influencer o semplicemente trarre spunti da commenti e feedback.

LEGGI ANCHE: Turismo e social media: leisure e MICE

 i Social e Google influiscono sul marketing del turismo, hashtag sabbia

Le novità nel Marketing del Turismo: Facebook City Guides e Google Local Guide

Facebook ha afferrato il potenziale del Marketing del turismo e ha lanciato Facebook City Guides, per ora disponibile solo per utenti iOS.

La nuova funzione raggruppa immagini, eventi, ristoranti e luoghi da visitare in un’unica pagina. Le informazioni riguardanti località ed eventi sono collegate alla propria lista di amici. In questo modo avremo suggerimenti personalizzati e potremo interagire con i nostri amici che hanno già frequentato un locale.

Google Local Guide, invece, passa la parola agli utenti, che completando informazioni sui luoghi di interesse possono accumulare punti, conquistando nuovi livelli di autorità come Local Guide e nuovi vantaggi.

Local Guides è una community internazionale di esploratori che condividono foto, rispondono a domande locali, aggiungono o correggono luoghi e scrivono recensioni su Google Maps. Milioni di persone si affidano a contributi come i tuoi per decidere dove andare e che cosa fare. 

Fonte: Google Support

Mentre leggevi ti è venuta voglia di programmare una fuga al mare? Let’s go!

Facebook lancia Messenger Day: ora le Stories sono davvero ovunque

È stato annunciato ieri sul forum ufficiale di Facebook, il roll-out di Messenger Day. Il funzionamento di questa nuova feature dell’app Messenger è simile alle Snapchat Stories, permetterà infatti di postare foto e video dal tuo profilo che scompariranno dopo 24 ore.

Una nuova riga in alto all’interno dell’app – iOS e Android – ti mostrerà gli ultimi aggiornamenti dei tuoi amici.

Condividi la tua giornata con i tuoi amici

Per differenziare questa nuova feature con le altre Stories, Facebook ha deciso di invitare gli utenti di Messenger a condividere il proprio “Day”, la propria giornata.

Come iniziare?

  1. Innanzitutto dovrai aggiornare l’app alla sua ultima versione disponibile
  2. Apri Messenger, e clicca sulla fotocamera evidenziata con il sole, attivando la fotocamera a schermo intero. Oppure in alternativa clicca il pulsante “Aggiungi la tua giornata” sopra la tua inbox
  3.  Scatta un veloce selfie o cattura una foto o un video su ciò che c’è attorno a te.
  4. Potrai aggiungere effetti cliccando sull’icona della smile in altro a destra per aggiungerli alle tue foto e ai tuoi video. Puoi ovviamente aggiungere anche testo sulle immagini cliccando sull’icona “Aa”.
  5. Una volta che hai la tua foto o il tuo video tocca la freccia nell’angolo in basso a destra. Potrai aggiungerle direttamente alla tua giornata, salvarle sul tuo telefono e/o inviarle ad un contatto specifico. Foto e video saranno visibili per 24 ore.

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E voi cosa ne pensate?

L’utilizzo di internet che provoca l’isolamento

I social media aiutano a connettere le persone.

Come fareste senza di loro ad essere in contatto con i compagni delle elementari ed augurare buon compleanno al cugino di terzo grado? Oppure come fareste a sapere dove sono e cosa fanno tutti i vostri amici?

In realtà l’effetto provocato dal loro utilizzo eccessivo è proprio l’esatto contrario: ci isoliamo ogni volta che passiamo del tempo sui social media, piuttosto che uscire e goderci la compagnia degli amici.

Parliamo di social media perché sono sicuramente i siti più utilizzati, ma in generale trascorrere troppo tempo online ha gli stessi risultati negativi.

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Anche qui avevamo già detto quanto sia facile diventare dipendenti dallo smartphone e da internet.

Adesso abbiamo approfondito l’argomento riportando uno studio effettuato dal Professor Brian Primack dell’Università di Medicina di Pittsburgs su 1.787 adulti tra i 19 e i 32 anni: ne è risultato che chi utilizza i social media per più di due ore al giorno raddoppia la possibilità di soffrire di isolamento sociale e solitudine.

Ma spieghiamo più nel dettaglio su cosa sia basata questa ricerca: ad ogni persona è stato chiesto di definire il proprio livello di isolamento utilizzando la tecnica del Promis (Patient-Reported Outcomes Measurement Information System). Ne è risultata una connessione tra l’isolamento provato dai soggetti e l’utilizzo dei social media, pur avendo eliminando i vari fattori sociali e demografici che potevano influenzarne il risultato.

Il Professor Primark afferma che siamo “creature sociali“, ma è la società e lo stile di vita moderno che tende a farci isolare.
Quindi il dubbio è che non sia stato l’uso dei nuovi mezzi di comunicazione a provocare l’isolamento, ma sono le persone che si sentono più isolate ad avere la necessità di utilizzare i social media per uscirne. In ogni caso, il Professor Primack afferma che né i social media né il trascorrere troppo tempo online riescano ad aiutare i soggetti che soffrono di questo isolamento.

Siamo davvero arrivati al punto indicato da Einstein?

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LifePrint, la stampante per iPhone che usa la realtà aumentata

Si, avete letto bene, stampare un video dal proprio telefono è possibile, ma come? Grazie alla Realtà Aumentata e a un supporto fisico è una cosa da pochi minuti e alla portata di tutti. Questo perché nell’ultimo anno la Realtà Aumentata ha avuto un grande sviluppo, facendo si che il suo utilizzo fosse al servizio di tutti e non di pochi eletti.

Realtà aumentata e entertainment

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Prima di illustravi in concreto come è possibile fare tutto questo, analizziamo brevemente il contesto della realtà aumentata e il suo sviluppo nell’ultimo anno. Di realtà aumentata ultimamente si è parlato molto: numerosi sono i settori nella quale la si può applicare, dal settore medico all’automotive o al commerciale. Grande è stata la sua crescita a tal punto che il suo utilizzo ha conquistato sempre più utenti.

A conferma di ciò, anche, il numero di investitori che hanno deciso di supportare questa tecnologia: rispetto lo scorso anno gli investitori sono cresciuti del 300%, un dato impressionante considerando che il settore di riferimento è ancora agli esordi.

Nel settore entertainment l’esempio più famoso è quello di Pokémon Go con il successo, senza paragoni, che tutti conosciamo. In questo campo gli sbocchi sono molteplici, in quanto l’AR unisce le dinamiche digitali a quelle fisiche permettendo in modo semplice di catturare la curiosità degli utenti che non hanno bisogno di supporti specifici e tecnici per poterne usufruire.

LifePrint per stampare video

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Grazie alla LifePrint, una stampante con Realtà Aumentata integrata e tramite l’applicazione dedicata è possibile stampare i propri video in pochi passi. La LifePrint è una stampante tascabile che si avvale di una tecnologia chiamata Hyperphoto che permette di far prendere vita alle proprio foto.

Funziona in questo modo: nel proprio iPhone si scarica l’app dedicata “LifePrint” si sceglie la foto o il video desiderato e la si stampa in un formato adesivo. La stampante, inoltre, non ha bisogno di inchiostro in quanto viene usata la pellicola ZINK (a basso impatto ambientale).

Nel caso in cui vogliate stampare un video dovrete selezionarlo decidendo il frame che apparirà come cover e basterà inquadrare la stampa con l’app dedicata e la foto comincerà ad animarsi. Quindi, stampare Live Photos da Snapchat, Instagram, Facebook, GoPro ecc è davvero facile e veloce. In realtà tramite l’applicazione si può fare molto di più, c’è un social network dedicato nel quale si possono condividere foto e video con i propri amici creando un contesto che integra perfettamente online e offline in 3 semplici passaggi:

1. Snap
2. Share
3. Print e Watch

È quindi subito intuibile come questa piccola stampante sfruttando la Realtà Aumentata possa animare i propri video in modo semplice e fruibile a tutti, facendo emergere come il mondo digital e quello offline siano sempre più vicini e interconnessi tra di loro.

Voi siete pronti a far prendere vita alle vostre foto?