Growth Hacking, la via del successo per le startup

Growth Hacking. Ripetilo ad alta voce. Pensa che “hack” significa “tagliare con l’ascia”. Suona aggressivo, no? Bene, perché questa tecnica di marketing lo è per natura.

Il concetto alla base è semplice: crescita, crescita a tutti i costi. Questo deve essere il mantra degli startupper. Il loro punto di forza è l’idea, quelli deboli sono spesso la mancanza di fondi e di esperienza.

Scalabile

Growth Hacking: la via del successo per le startup

Serve intraprendenza? Anche. Ma soprattutto, metodo. Occorre sì focalizzarsi su idee innovative a basso budget, ma non si tratta di giocarsi il tutto per tutto grazie ad un colpo di genio.

Tale è il parere di Sean Ellis, che per primo ha formulato questo approccio al business. È lui a sostenere che le caratteristiche fondamentali del Growth Hacking sono pianificazione e replicabilità. Il guru descrive il Growth Hacker come disciplinato e metodico nell’elaborare una lista di priorità per le sue idee, per poi testarle, rivederle e scremarle. La velocità con cui è possibile ripetere questo processo determina anche la scalabilità del modello di crescita del business.

“La maggior parte delle cose non funziona la prima volta che provi, e nemmeno la seconda. Continua a ritoccare” .

Ibrido

Growth Hacking: la via del successo per le startup

Questo modello di crescita esponenziale era impensabile nell’ottica del marketing classico. È solo grazie ad Internet che oggi è possibile raggiungere migliaia di utenti in breve tempo attraverso i meccanismi di diffusione virale dei contenuti.

Date le sue origini, il Growth Hacking può essere inquadrato all’interno del marketing online. Andrew Chen, che ha contribuito in modo preponderante alla diffusione dell’argomento, sostiene che i Growth Hacker dispongono di conoscenze integrate di marketing e programmazione. Ecco allora che per rispondere alla fatidica domanda “come trovo clienti per il mio prodotto?”, tecniche di SEO, web analytic, content marketing, storytelling, e più in generale del social media e viral marketing vengono integrate da test A/B, interrogazioni di database e modelli di scenario.

Questa considerazione non è affatto banale, perché rivela che l’accento non è posto sugli utenti, ma sulla logica sottostante la diffusione virale che avviene attraverso essi, ossia la velocità, l’integrazione e la replicabilità dei processi di diffusione dei prodotti.

“Lo sviluppo del business è ora incentrato sull’API, non sulle persone” .

Growth Hacking, il prodotto si autopromuove

Si arriva, in ultima istanza, a far confluire nel prodotto stesso la fusione del bagaglio tecnico e promozionale, di modo che si auto-promuova. Questo è il meccanismo alla base delle offerte che regalano implementazioni di un prodotto (più tempo, più spazio, più download, più sconti) a patto che l’utente “porti un amico” .

Il business magazine Fast Company espone chiaramente questo enorme potenziale dei software: un prodotto tecnologico deve nascere dopo un’attenta lettura del mercato (product-market fit), e verrà comprato da persone spontaneamente portate a condividere con gli amici un’esperienza nata dai loro bisogni e desideri. Questa condivisione di esperienze porta nuovi utenti ad entrare in contatto con il prodotto, innescando un loop virtuoso di crescita esponenziale che ne mette alla prova la scalabilità.

“Questo [la pagina dei suggerimenti] è il vero segreto di Twitter: costruisce marketing nel prodotto, e non infrastrutture esterne per fare marketing” –  Ryan Holiday.

Growth Hacking: la via del successo per le startup

Sean Ellis ha cercato di condensare il suo pensiero in tre parole: “Experiment Driven Marketing” ed ha invitato gli utenti di growthhakers.com a fare lo stesso, per esprimere ciascuno la propria sfumatura di Growth Hacking.

E tu, quali termini sceglieresti?

Da 1 a 100: le diverse fasi per costruire un ecosistema di partnership


La scorsa settimana abbiamo visto quali sono le strategie per ottenere partnership da un miliore di dollari e abbiamo accennato all’importanza di costruire strategie di sviluppo business adeguate alle diverse fasi di vita di un’azienda.

Questa settimana vediamo nel dettaglio i suggerimenti per sviluppare il proprio business nelle diverse fasi di sviluppo del proprio ecosistema di partnership illustrate da Maria Karaivanova, Business Developer presso CloudFlare durante l’evento Startup BD 4 – Hacking the strategic partnership.

Da 0 a 10 partner: selezione, selezione, selezione!

Nella fase iniziale di una startup le risorse di sviluppo e il tempo sono limitati. Inoltre lo sviluppo business è limitato da tre fattori:

  • API non ancora sviluppate
  • Non è ancora chiaro chi sono i partner potenziali
  • Non è ancora stato creato un team dedicato allo sviluppo business

E’ quindi importante focalizzarsi su un numero ristretto di partner. Per capire con chi cominciare a sviluppare partnership è fondamentale conoscere benissimo il settore produttivo in cui ci si inserisce e i suoi trend di sviluppo.

Karaivanova consiglia quindi di:
– creare una beta privata per un numero ristretto di partner;
– selezionare partner di piccole dimensioni;
– selezionare parnter di cui ci si fida e che non andranno a denigrare la startup nel caso vi siano problematiche tecniche e d’uso della beta;
– usare la fase beta per ascoltare i partner coinvolti, capire quali sono i reali problemi a cui la startup risponde e, eventualmente, reiterare lo sviluppo.

Da 11 a 100 partner: scalare!

Nella fase successiva l’obiettivo è capire come scalare, a partire dall’evoluzione dei tre fattori fondamentali per lo sviluppo business:

  • Sviluppo di API
  • Buona comprensione dei bisogni dei partner
  • Un team di BD piccolo ma con competenze tecniche che sia in grado di guadagnarsi credibilità

In questa fase Karaivanova consiglia quindi di:
– non cedere alla tentazione di esaltare gli obiettivi raggiunti dalla startup e invece focalizzarsi sui problemi e le risorse dei partner, su come la startup può risolverli con le risorse che il partner ha a disposizione;
– essere molto trasparenti su quello che la startup può veramente offrire, dicendo di no ad alcuni partner se non si è ancora pronti; in caso contrario si rischia di perdere la loro fiducia;
ridurre al minimo la contrattualistica;
– partecipare agli eventi di settore per incontrare potenziali partner, ma investire in uno di essi per il lancio e, se si producono gadget come T-shirt, … non dimenticarsi le taglie da donna 😉

100+ partner

In questa fase le caratteristiche fondamentali per lo sviluppo business sono:

  • Un ecosistema complesso di API
  • Nuovi bisogni dei partner
  • Un team di BD in crescita

In questa fase Karaivanova consiglia di:
– costruirsi una voce autorevole, partecipando agli eventi solo se si hanno nuovi contenuti da comunicare;
– identificare nuovi verticali e cominciare a studiare i bisogni di partner in questi settori;
istruire ogni dipendente a presentare il programma di partnerhip per fare in modo che diventi il portavoce dell’azienda;
– contattare regolarmente i partner per ricevere feedback e aggiornamenti.

Che cosa ci fa fare la dipendenza da smartphone?

La dipendenza da telefono esiste? Per alcuni studiosi pare proprio di sì, perché fa parte della più ampia dipendenza da Internet che comincia ad essere diagnostica e curata in molti paesi del mondo.

10 ore sul telefono al giorno

Questo è il tempo passato quotidianamente sul telefono (secondo un recente studio) da una giovane studentessa americana; i maschietti un po’ di meno (8 ore). E cosa fa? Ecco i numeri:
manda messaggi (circa 90 minuti al giorno)
– E-mail (49 minuti)
Facebook (39 minuti)
– Surfa su Internet (34 minuti)
– Sente la musica (27 minuti)

220 messaggi al giorno

Questi i numeri di un’altra ricerca. 110 mandati, 110 ricevuti. Sono 4400 al mese. Le ragazze tendono più a utilizzare lo smartphone per scopi relazionali; i ragazzi per intrattenersi e divertirsi giocando. Il 60% dei soggetti si auto-definisce dipendente dallo smartphone.

Cosa determina la presenza di una e vera e propria dipendenza?

La dipendenza si configura quando una sostanza o un comportamento crea sintomi di:
– tolleranza (ho bisogno di sempre maggiore stimolo)
astinenza
– comporta delle conseguenze negative sulla vita lavorativa, affettiva o personale del soggetto.

Come iniziare a ridimensionarsi?

Semplice, facendoci qualche domanda! Quanto è veramente necessario il tempo che passiamo sul telefono? Cosa potremmo fare nel tempo che investiamo sullo smartphone? Ci capita mai che qualcuno si arrabbi perché siamo con lui/lei stiamo continuamente a testa bassa sul telefono? Stiamo trascurando i rapporti offline in favore di quelli online?

Infine, questo corto è un utile toccasana!

Gillette e il pianoforte fatto di rasoi [VIDEO]

Gillette e il pianoforte fatto di rasoi [VIDEO]

Negli ultimi mesi abbiamo parlato più di una volta delle campagne di Gillette, video pieni di ritmo e musica. Come ad esempio “Built for training“, in cui i rumori generati dall’allenamento degli atleti si trasformano in una colonna sonora d’effetto. Ora il brand di P&G ha collaborato con il pianista Son Lux creando un pianoforte fatto interamente di rasoi.

Per mostrare la flessibilità delle testine del suo nuovo prodotto, Gillette ha creato questo strumento sperimentale e chiesto al musicista di suonarlo in esclusiva. Il risultato è piacevole, ma forse il collegamento con i valori del brand è un po’ fumoso rispetto alle precedenti campagne.

Non è la prima volta che un brand di prodotti per l’igiene maschile usa la musica per le proprie campagne: Gillette stessa, come abbiamo visto, ma anche Old Spice; vi ricordate la muscle music di Terry Crews? Un esempio divertente e in linea con la brand image.

Voi cosa preferite, muscoli sonanti o delicati pianoforti? 😉

La street art premia i giovanissimi: l'anima urbana di Gatorade

Questo articolo è a cura di INWARD, osservatorio che svolge ricerca e sviluppo nell’ambito della creatività urbana (street art, urban design, graffiti), operando con un proprio modello di valorizzazione, attraverso attività di Ricerca e azioni di Sviluppo nei settori Pubblico, Privato, No profit e Internazionale

(di Francesca Cartolano)

Dissetare con energia gli sportivi è sempre stata la missione della Gatorade.
Tre gusti per strizzare l’occhio e premiare i più curiosi, sperimentatori, amanti delle novità: i giovanissimi.
In occasione del lancio dell’edizione limitata Sport the Street, rivolta ai teenagers dell’urban sport, Gatorade ha ideato una gloriosa e mastodontica campagna di promozione valutando il mezzo più adatto per stabilire un contatto con il suo pubblico.
Il contatto è stato – con grande impatto – stabilito grazie all’opera del creativo urbano Pao.

Per gli energetici gusti dagli insoliti colori, un packaging special edition a firma dell’artista: Wild Mandarin (mandarino), Cool Blue (lampone) e Crazy Pink (pompelmo rosa).

Il suo lavoro non si è fermato all’ideazione grafica per l’edizione limitata, ma ha rappresentato l’anima di tutto il progetto: gadget personalizzati, campagne di street marketing e la possibilità di aggiudicarsi, con l’estrazione finale del concorso, una vera opera di creatività urbana, realizzato dallo stesso Pao nel luogo e con il tema decisi dal vincitore:“Compra una nuova Gatorade e vinci un murale direttamente a casa tua!”

Non si tratta più di una semplice questione di seduzione ma di completa identificazione: gli skaters, i basket players, gli appassionati di street soccer e tutte le anime urbane potenzialmente interessate, vivono intensi momenti di avventura quotidiana che, con leggerezza e giocosità, sono stati raffigurati dalle opere di Pao.
Ci si muove, si gioca, ci si relaziona con gli altri. Certo ci si affatica, si suda e piacevolmente si riprendono energie con un sorso di Gatorade.

La street art è il codice per dialogare con gli attori della strada, trionfo assoluto per un love brand che vuole coinvolgere il suo pubblico per renderlo non solo partecipe ma protagonista.
I giocosi, ironici, spensierati pinguini di Pao che, partiti dall’impreziosire le bottigliette, hanno personalizzato t-shirt e borsoni in palio hanno senza dubbio premiato le aspettative degli sportivissimi amanti dell’urban style e fatto prevalere l’esperienza dell’acquisto alla semplice scelta del prodotto.

Aiutando il marchio a sposare, con successo, la causa della redistribuzione del valore alla comunità che lo sostiene e partecipa alle sue iniziative.

Dissetando la gola e… lo spirito!

Dalle serie tv alla comunicazione sociale: la campagna svedese ECPAT

Dalla serie tv alla comunicazione sociale: la campagna svedese ECPAT

Noomi Rapace e Joel Kinnaman sono due attori svedesi di fama internazionale, noti al grande pubblico soprattutto per la loro partecipazione a due serie tv di successo, “Millennium” e “The Killing“, entrambe ispirate a storie di violenza. L’associazione svedese ECPAT, che lotta contro l’abuso di minori, ha pensato di trasformare i due nei testimonial della campagna per la richiesta dell’inasprimento delle pene per chi si macchia di crimini contro i minori.

Le pene previste in Svezia per questi reati sono infatti molto basse, e l’associazione non governativa sta lavorando per far sì che si apra una discussione su questo tema a livello politico.

Così è nata la campagna di ECPAT #SOPIGSTRAFFSKALA e questi video fortemente empatici, girati in bianco e nero, con un solo piano sequenza; una ripresa che costringe lo spettatore a seguire ogni parola pronunciata dai due mentre raccontano al storia di due vittime di abusi (inizialmente, il racconto parte in prima persona, facendo credere a chi guarda che Rapace e Kinnaman stiano parlando di sé stessi).

iPhone 6, ecco i primi spot di Apple [VIDEO]

iphone 6 video

Appassionati della Mela e non, addetti ai lavori e non: da tre giorni tutti parlano dei nuovi prodotti che Apple ha presentato durante il keynote del 9 settembre. Era il big event di questa stagione, anticipato come sempre da rumours, esclusive e contro-comunicazioni di altri brand.

Niente di nuovo all’orizzonte: la battaglia pubblicitaria tra i big della tecnologia va avanti da anni, in particolare tra Apple e Samsung, la cui campagna “The Next Big Thing” è interamente costruita attorno al sarcastico confronto con i device di Cupertino e gli atteggiamenti di consumo dei suoi fan. Recentemente addirittura Ikea, come sappiamo, ha sfruttato abilmente lo stile pubblicitario di Apple per promuovere il suo nuovo catalogo prodotti.

Ecco allora i primi spot diffusi per iPhone 6 e iPhone 6 Plus: completamente diversi dallo stile che abbiamo visto finora, “Duo” e “Health” presentano i nuovi device con un tono ironico, un po’ buffo, sfruttando le capacità comiche di Jimmy Fallon e Justin Timberlake che hanno prestato la voce per i due video.

Dalla colonna sonora (una cover vocale di “Così parlò Zarathustra” di Strauss) alla headline finale (“Bigger than Bigger“), gli spot creano un divertente effetto di epicness giocando tematicamente sul concetto di grandezza.

Non che ci volesse un genius per prevedere le mosse della concorrenza, ma la scelta di Apple sembra progettata proprio per smorzare l’effetto degli spoof altrui. Ecco infatti cosa hanno pubblicato in rete Samsung e HTC nelle ore successive al keynote.

 

 

Ecco dunque i due spot di Apple.

Cosa ne pensate di questa scelta di Apple?

Angry Birds perde quota: i motivi del declino

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(C) Angry Birds Toons

Dopo aver cavalcato la cresta dell’onda per quasi 5 anni, Angry Birds sta registrando impressionanti cali di profitto.

Le ragioni del successo per la killer app di Rovio sono state molteplici, e Mikael Hed, fondatore ed CEO, le ha sfruttate tutte: gameplay semplice in stile Crush the castle, caratterizzazione dei personaggi accattivante, varietà dei livelli e modello freemium hanno fatto di Angry Birds l’app giusta per i casual gamers.

Aggredendo il mercato per primo con una formula vincente, il gioco degli uccellini arrabbiati ha fatto da apripista ad un intero filone di giochi mobile-based basato più o meno sullo stesso modello di business.

Angry Birds: i motivi del declino

Le note dolenti arrivano con l’esercizio 2013, nel quale si verifica una perdita degli utili netti superiore al 50% rispetto al 2012, cioè da €55,5 milioni a €26,9 milioni (fonte @ValleyWag). Sono proprio le stesse ragioni che hanno favorito una crescita esplosiva nei primi  periodi a minacciare la sostenibilità del prodotto. Vediamoli insieme.

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La diversificazione

Rovio ha deciso di diversificare Angry Birds da app mobile a prodotti reali: peluche, giochi da tavolo, acessori, abbigliamento e persino alimentari (girando per internet abbiamo trovato anche gli ami da pesca). La diversificazione ha senso, ma per mantenere l’awareness necessaria a sostenere il brand “Angry Birds”, Rovio  è stata costretta a rilasciare contenuti gratuiti e free download, favorendo la giocabilità, ma minando il modello freemium.

Troppe versioni e troppe release

Sempre in correlazione all’awareness, sono state rilasciate svariate versioni di Angry Birds multipiattaforma: Rio, Star Wars, Space, Halloween e così via

Il gameplay, di fondo, non cambiava mai, e adesso il tasso di conversione degli utenti (il rapporto tra le persone che iniziano a giocare rispetto quelle che smettono di giocarci) è molto basso. Sono stati fatti degli esperimenti abbastanza ingegnosi, tra cui uno spin-off “Bad Piggies” e un gioco di corse “GO”, ma questi giochi non hanno dato (ancora?) risultati sperati. Adesso è il turno di “Epic”, un RPG con gli stessi personaggi della saga.

L’ambiente competitivo si infittisce

Da pioniere di un nuovo genere (i mobile games), Rovio ha creato un modello al quale più case si sono ispirate: Candy Crush, Cut the Rope e Temple Run ne sono degli esempi. Adesso che la competizione per i giochi sulla memoria del cellulare è più ampia, Angry Birds soffre a causa della sua “anzianità”.

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Le dimissioni del CEO di Rovio e le nuove strategie

Ma la punta di diamante di Rovio non è data per spacciata: vive un momento di contrazione, ma potrà risultare attraente per i mobile gamer della seconda generazione. Almeno questo è il parere di Mikael Hed, che ha deciso, per il 2015, di lasciare la poltrona di CEO a Pekka Rantala, che ha una lunga storia in Nokia (ha lavorato praticamente in tutte le divisioni Marketing di Nokia prima di diventare, a Giugno 2014, Direttore Commerciale in Rovio).

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Sulla questione, Mikael dichiara:

“E’ stato divertente cavalcare l’onda, e nei prossimi mesi sarò molto felice di passare il testimone a Pekka Rantala, che porterà Rovio ad un nuovo livello. Pekka è rinomato per essere un leader con esperienza nella costruzione di brand di condivisione globale. Io continuerò a giocare un ruolo attivo e supporterò Pekka in ogni modo che posso per assicurare il futuro di Rovio verso nuovi successi.”

Dall’inizio del 2015, Mikael resterà in Rovio, ma passerà alla divisione Animation Studios, anche in vista del film d’animazione degli uccellacci arrabbiati che uscirà nel 2016.

In questo modo, Rovio differenzierà il suo prodotto Angry Birds in una nuova dimensione.

Vestibilità e acquisti online: la tecnologia è la soluzione?

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

Quasi 11 milioni di italiani conoscono la sensazione che si prova quando si aspetta l’arrivo di un capo d’abbigliamento acquistato online: quanta gioia e ottimismo nel momento in cui si riceve quel pacco, lo si apre, si scarta il prodotto tanto desiderato e lo si prova per la prima volta. Spesso però tutte queste aspettative vengono deluse nel momento in cui scopriamo che la vestibilità del capo non è quella giusta per noi, e dobbiamo renderlo.

Negli ultimi anni il settore dell’abbigliamento online ha registrato tassi di crescita rapidissimi, non riuscendo però ancora a risolvere il problema dei resi: secondo i dati tra il 20% e il 30% dei capi acquistati viene reso, e questo costa ai retailer non solo ricavi persi, ma anche spese di spedizione in uscita e in entrata, e addirittura la perdita dei capi resi che a volte non risultano più rivendibili.

1. Un aiuto dalla tecnologia

Questa problematica è stata intercettata da una serie di start up, che hanno provato a risolverla sviluppando dei sistemi in grado di aiutare i clienti a trovare la taglia giusta del capo desiderato.

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

Ci sono 3 tipi di approcci:

  • TrueFit, che lavora con Macy’s and Nordstrom, utilizza la logica degli algoritmi per analizzare i dati di vestibilità e raccomandare al cliente la taglia da selezionare
  • Metail and Fits.me invece hanno sviluppato dei veri e propri camerini digitali in cui dei manichini virtuali simulano le dimensioni dell’utente e mostrano come un certo capo può sembrare indossato da loro
  • Altre start up invece richiedono all’utente di inserire le proprie misure, e collegano questi dati con quelli di specifici capi e brand

2. Finanziamenti e sviluppo del mercato

Sono stati versati milioni di dollari di finanziamenti in questo che è ormai diventato un mercato abbastanza affollato di concorrenti.

Ad aprile del 2013 Fits.me ha raccolto 7,2 milioni di dollari in un primo round di finanziamento, solo qualche settimana dopo che il gigante dell’e-commerce Myntra ha acquistato Fitiquette, start up basata a San Francisco, per una somma non dichiarata pubblicamente.

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

E ancora: lo scorso dicembre Metail ha raccolto circa 4 milioni e mezzo di dollari di finanziamenti, e a marzo Ebay ha acquistato Phisix, start up di visualizzazione e modelling 3D. TrueFit, secondo un rapporto della US Security and Exchange Commission, ha ricevuto 10.5 milioni di dollari, e Steadfast Venture Capital, iniziale investitore di Spotify, ha finanziato Fitbay, startup del settore danese.

Ma nonostante tutti questi finanziamenti, nessuno ancora è riuscito a primeggiare e a offrire una soluzione concreta al problema. Perchè?

3. L’utilizzo da parte degli utenti

Le aziende che offrono soluzioni al problema della vestibilità nell’ecommerce sottolineano la necessità di creare interfacce di facile utilizzo e coinvolgenti per l’utente. Nonostante questo però la maggior parte dei sistemi fanno affidamento sul fatto che l’utente fornisca le proprie misure per il calcolo della vestibilità, e questo rappresenta un ostacolo importante all’utilizzo.

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

 

Tom Adeyoola, fondatore e CEO di Metail ha dichiarato: “I tassi di utilizzo sono al di sotto del 3%. Sono solo gli utenti più coinvolti e più inclini all’utilizzo delle tecnologie che sperimenteranno le nuove soluzioni. Poi, ovviamente, chi lo farà renderà di meno, ma c’è sempre bisogno di una certa massa critica di utilizzatori perché si registri un vero impatto sul miglioramento delle vendite.”

E’ quindi difficile per le aziende come Metail convincere i retailers che questi sistemi funzionino e abbiano un reale impatto sulle performance, e spingere così loro ad implementarli e gli utenti ad utilizzarli sempre più.

4. Difficoltà per i retailer

Per quanto riguarda i retailer invece, all’incertezza sui reali effetti dell’adozione, si aggiungono gli alti costi di implementazione dei sistemi di guida alla vestibilità virtuale.

Vestibilità e acquisti online: può la tecnologia risolvere il problema?

Ecommerce come Dafiti e Warehouse collaborano con Metail per fotografare i capi d’abbigliamento e trasporre gli outfit sui propri manichini virtuali, ma questo processo costa ai retailer circa 15 dollari a capo, un costo davvero elevato.

Per produrre risultati accurati, gli algoritmi di raccomandazione della vestibilità hanno anche bisogno di grandi input di dati di misurazione dei prodotti. “Il fast fashion è una realtà in cui ogni settimana migliaia di nuovi prodotti vengono lanciati; è difficile raccogliere un certo numero di dati abbastanza velocemente da produrre in tempo utile raccomandazioni di vestibilità accurate. Inoltre questi dati sono molto costosi per i retailer” ha dichiarato Gustaf Tunhammar, CEO e co-fondatore di Virtusize.

5. La tecnologia è la risposta al problema della vestibilità?

Nonostante i manichini digitali e gli algoritmi siano tecnicamente molto avanzati, forse soluzioni più tradizionali come sistemi di votazione e commento, o tabelle di conversione delle taglie ben fatte, possono aiutare i clienti a scegliere i prodotti adatti a loro in maniera ottimale.

Al momento infatti, il panorama frammentato dei sistemi di guida alla vestibilità e il fatto che ognuno collabori con retailer diversi che testano queste soluzioni contemporaneamente, non fa che rendere tutto ancora più complicato per il consumatore finale.

Alla fine della fiera, il concetto di “stare bene” con un capo di abbigliamento è tanto scientifico quanto profondamente soggettivo. Riuscirà davvero un’azienda tecnologica a risolvere il problema?

4 suggerimenti per utilizzare Hyperlapse in modo intelligente

4 suggerimenti per utilizzare Hyperlapse in modo intelligente

In questi giorni ci siamo fatti le vasche sul ponte di Brooklyn, siamo saliti su treni in stile Far West e abbiamo violato la sicurezza della Casa Bianca giusto un paio di volte. No, nessuno scambio d’identità, né possediamo il dono dell’ubiquità: semplicemente ci siamo sparati in loop i primi video realizzati con Hyperlapse, l’ultima trovata di casa Instagram per amplificare una user experience già da 10 e lode dopo l’ultimo aggiornamento rilasciato.

Hyperlapse: cosa è e cosa NON è

Per chi si fosse perso qualche puntata, riassumiamo al volo alcuni punti salienti:

  • Hyperlapse non consente di realizzare video con la tecnica stop-motion. I tentativi andati male caricati in rete sono evidenti (e sono pure tantissimi). Se vedete ancora qualcuno provarci non abbiate pietà, anche in stop-motion se preferite;
  • l’algoritmo alla base permette di registrare sequenze video ad una frequenza di cattura inferiore di 24 frame al secondo, poi accelerabili fino a 12 volte. La durata massima di ripresa consentita dall’applicazione è di 45 minuti, mentre la meravigliosa stabilizzazione delle immagini che avrete già notato è data dalla semplice pulizia dei bordi dell’inquadratura, maggiormente soggetti a tremolii e movimenti vari;
  • non sappiamo se gli sviluppatori di Hyperlapse sapessero che l’iPhone 6 avrebbe integrato on device una funzione simile, certo è che a quest’ora saranno ancora nei peggiori bar di Caracas tentando di non pensarci.

Narrazione e engagement

L’aspetto davvero affascinante di Hyperlapse è la potenzialità della sua narrazione: per la prima volta abbiamo a disposizione uno strumento che al tempo stesso elude e cavalca i trend dell’attenzione e dell’engagement in rete, permettendoci di raccontare tanto (minuti) in pochissimo tempo (secondi).

Molti brand hanno già provato a cogliere la palla al balzo, ma al momento gli esempi virtuosi sono davvero pochi. Sei il Social Media Manager della tua azienda/agenzia e hai scelto Hyperlapse per dare vita al tanto agognato video virale? Prima di improvvisarti regista, leggi questi 4 suggerimenti per utilizzare Hyperlapse in modo intelligente: sono così banali che… non ci avevi pensato. E faranno la differenza.

1. Non dimenticare l’idea

Stiamo parlando di contenuto autoprodotto, non è richiesto uno storyboard con i fuochi d’artificio. Al contrario, sarà proprio “l’artigianalità” del video a creare valore aggiunto. La creatività però paga sempre, e Honda lo sa bene: ecco come in Canada dimostra la capienza di uno dei suoi modelli.

2. Studia il campo d’azione

Se è l’azione ciò che vuoi catturare, vai e inseguila con lo smartphone in pugno. Il time lapse però da il meglio di se quando l’obiettivo è immobile, intento a catturare ogni singolo movimento sulla scena e le variazioni della luce naturale che la illumina. Che ne dici di come BudLight racconta un picnic ben riuscito?

3. Svela i retroscena

Emozionale, curioso, originale: in una parola, storytelling. In questo Hyperlapse ha veramente una marcia in più. Se ormai conosci la redazione di Vogue a memoria perché l’hai trovata embeddata ovunque, guarda come nasce il personaggio di Spongebob.

4. Dove vuoi pubblicare?

Le riprese avvengono full frame, quindi in formato rettangolare. Dettaglio che potresti ricordare solo al momento di caricare il tuo video su Instagram o su Vine. In questi casi centra il più possibile il focus della tua registrazione. Come ha fatto Burton con questo skater ed il suo cane.

E tu, hai altri consigli da condividere su come realizzare un buon video con Hyperlapse? Parliamone qui sotto!