Movember, i video più baffuti della campagna di sensibilizzazione [VIDEO]

Movember, i video più baffuti della campagna di sensibilizzazione [VIDEO]

Si sta per concludere il mese dedicato alla lotta contro il cancro alla prostata ed il cancro ai testicoli, che prende il nome di ‘’Movember’’ (dalla fusione delle parole “november” e “moustache”, baffi).

Si è discusso tanto, specialmente nel web, di questa esilarante iniziativa sociale, nata nel 2003 e diffusa ormai in tutto il mondo. Anche la nostra Lara Zaccaria aka Keilani ha condiviso con i lettori i particolari della campagna nel post “Movember, la lotta contro il cancro a colpi di baffi”.

Qui ci limitiamo a proporre una piccola raccolta video M2013 dai tratti hipster-umoristici, sportivi-solidali e, perché no, anche commerciali:

Mancano pochi giorni per scoprire il vincitore di Movember 2013, l’uomo dai baffi “socialmente” più belli, ma sei ancora in tempo per prendere parte all’ iniziativa e migliorare la salute dell’uomo. Come? Anche solo con una visualizzazione puoi contribuire alla raccolta fondi.

Per saperne di più visita il sito ufficiale.

John Lennon: un album app interattiva contro la fame nel mondo

Imagine no possessions

I wonder if you can

No need for greed or hunger

A brotherhood of man

Imagine all the people

Sharing all the world…

Così cantava John Lennon: era il 1971 e il cantante non avrebbe mai immaginato quello che è oggi il mondo… Poca strada si è fatta forse per portare la pace e ancora molta parte degli uomini vive in guerra, nella fame e nella povertà. Ancor meno, il buon Lennon avrebbe mai immaginato che un giorno la sua musica avrebbe accompagnato tutti ovunque, grazie ad Internet, grazie ai lettori musicali portatili, grazie agli smartphone e ai tablet.

Questo progetto che vi raccontiamo qui è ancora più visionario, forse sarebbe piaciuto a Lennon: il progetto di dare un contributo alla lotta alla fame nel mondo con un’app interattiva.

The Bermuda Tapes

Creato attraverso la collaborazione fra Design I/O e l’agenzia di design strategico Eyeball, John Lennon: The Bermuda Tapes è una Album App interattiva che racconta la storia di John Lennon nel viaggio verso le Bermuda nel giugno 1980, raccontando i momenti di vita sull’isola.

Tutto nasce dai nastri ritrovati contenenti il racconto di John e Yoko e del loro viaggio che hanno spirato la realizzazione dell’album app.

Inizialmente il progetto ha dato vita a piccole applicazioni demo consegnate alla stessa Yoko Ono per ottenere un feedback e trovare la soluzione ideale per trasmettere la storia agli utenti. Yoko ha largamente influenzato la sezione del giardino dell’app, inserendo fiori e piante dinamiche che sarebbero state uniche per ogni utente. 

L’idea iniziale di usare l’iPad come finestra sulla storia ha dato il via ad una serie di evoluzioni notevoli: si è arrivati infatti ad inserire l’utente in un paesaggio tridimensionale completamente navigabile a 360° grazie all’utilizzo del giroscopio, permettendovi di  guardare in su e in giu. Gli sviluppatori sono riusciti ad immergere l’utente nella storia, permettendogli di spostarsi nel Giardino Botanico delle Bermuda mentre ascoltano John e Yoko parlare del fiore “Double Fantasy” che ha ispirato il nome dell’album.

Illustrazioni 3D e paesaggio interattivo

L’intero paesaggio è costruito con illustrazioni 3D, partite da alcuni schizzi misti ad acquerello, scarabocchi con la penna e inchiostro, che si sono trasformate in veri e propri modelli 3D realizzati tramite un software che coglie le “linee interessanti”.

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La sfida finale prima del rilascio è stata l’esecuzione dell’app sui dispositivi diversi. Gli sviluppatori hanno sottolineato quanto sia incredibilmente veloce l’iPad e l’iPhone, ma come ogni nuovo modello, è molto più potente di quello precedente, costringendo a fare tonnellate di ottimizzazioni per avere le stesse prestazioni sui vecchi iPod Touch e iPhone4 durante lo sviluppo.

L’album app è diretta da Michael Epstein il regista premiato agli Emmy e ai Peadbody Awards per il documentatio LennonNYC, e dall’artista digitale Mark Thompson.

 Imagine There’s No Hunger

Disponibile su App Store, l’app come si legge dal sito ha dietro un progetto che è degno della memoria di John Lennon:  i proventi saranno devoluti a WhyHunger, l’organizzazione internazionale per la lotta alla fame e alla povertà nel mondo, che li impiegherà nella campagna  Imagine There’s No Hunger, dietro alla quale c’è sempre il contributo di Yoko Ono.

Non possiamo che chiudere con Imagine e lasciarvi credere che quel mondo può ancora venire:

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Come usare i social network per trovare lavoro

La ricerca di personale è diventata social.  Sappiamo bene che i social media aiutano a far conoscere i brand. Allo stesso modo possono essere strumenti per il self-branding. Possiamo usare i social per farci trovare da chi cerca qualcuno da assumere e proporci per una selezione.

Le azioni che compiamo sui social – aggiornamento di status, like, +1, tweet ecc… – sono parte del quotidiano e anche del flusso lavorativo. Molte compagnie usano gruppi interni di Facebook o cerchie di Google+ per facilitare la comunicazione fra i dipendenti.

I social media rappresentano un cambiamento nel modo in cui si comunica, si collabora e in cui si condivide esperienza. Tutto questo in ottica social business è mirato a creare un intelligente, efficace forza lavoro. Un selezionatore avrà bisogno di capire come ci muoviamo sui social. Ecco che la selezione del personale passa di qui.

Gli strumenti social, combinati con analisi e insight riguardo ai comportamenti delle persone sui social network,  possono migliorare le selezioni, le scelte e le ricerche e i loro processi.

Per i responsabili delle risorse umane è prassi dare un’occhiata alle azioni social del prossimo candidato. Sui social si cercano informazioni riguardo agli interessi personali; i post e i tweet quotidiani aiutano a capire di più la personalità del candidato.

immagine di Sean MacEntee

I social network permettono di fare una ricerca che sia funzionale per raggiungere l’obiettivo finale e trovare il candidato ideale. Potremmo chiamarla pre-selezione web.

Abbiamo raccolto alcune informazioni e consigli su come ‘sfruttare’ al meglio tutti i profili social per trovare lavoro. Spieghiamo anche cosa i recruiter guardano sui social network.

In generale, dobbiamo sempre ricordare che un tweet o un nuovo status su Facebook, Google+ o LinkedIn possono offrirci un’occasione lavorativa o escluderci da una selezione. Quindi attenzione ai post! È sempre importante verificare le proprie impostazioni di privacy sui singoli profili.

Ora vediamo come utilizzare al meglio i diversi social quando si cerca lavoro.

LinkedIn

LinkedIn è il social del lavoro per eccellenza.

Cercate le aziende per le quali vorreste lavorare e seguitele; cercate fra i vostri contatti quelli che sono connessi a quella compagnia, cercate di entrare in contatto con loro.

Contattate via email il vostro network di LinkedIn dicendo chiaramente che siete alla ricerca di lavoro e quali sono le vostre skill.

È possibile connettere il proprio blog al profilo LinkedIn. Ogni aggiornamento sul blog apparirà automaticamente sul social business. Fate lo stesso con Twitter.

Le raccomandazioni hanno alta rilevanza su LinkedIn: raccoglietene quante più possibile dalle aziende per cui avete lavorato.

E ultimo – in realtà è la prima cosa che si legge di noi su LinkedIn – scegliete un titolo che descriva le vostre competenze ma sia accattivante, che incuriosisca. Ad esempio: Marketing and Social Media sono la mia idea fissa al posto di Marketing e Social Media Manager.

Twitter

Il suo scopo è quello di permetterci di raggiungere ed entrare in contatto con quante più persone abbiano gli stessi nostri interessi o lavorino nell’ambito nel quale stiamo cercando un’occupazione.

Twittate all’impazzata sul vostro obiettivo-argomento.

Seguite i post che pubblicano offerte di lavoro.

Seguite le compagnie a cui siete interessati.

Raccontate giorno per giorno come sta andando la vostra ricerca di lavoro.

Facebook

Facebook è il social dell’amicizia. Ma ormai molti lo usano per lavorare.

Ecco alcuni strumenti che sicuramente utilizzate già ma che vi suggeriamo come sfruttare al meglio per l’ambito lavorativo.

Pubblicate una nota spiegando che state cercando lavoro. Perché? Primo, perchè una nota tende a rimanere sulle bacheche più a lungo di uno status e, secondo, potete essere più precisi e dettagliati nel maggior spazio che la nota offre.

Aggiornate lo status con i progressi della ricerca. Usate i tag per le note, inserite i vostri amici, così il messaggio sarà diffuso più volte.

Google+

Oltre a quanto detto per Twitter e Facebook, il profilo su Google+ è fondamentale. Come pensate di essere trovati se non avete un profilo sul social del motore di ricerca in assoluto?

Se le info su di voi sono maggiori sugli altri social, inserite i link. Google+ ha qualcosa in più, che facilita le cose: le cerchie. Potete aggiornare status per determinate cerchie ed essere più ‘performanti’. Potete seguire cerchie inerenti l’ambito lavorativo e/o l’argomento.

Ecco qui come muoversi sui social in cerca di lavoro. Vi siete persi qualcosa? Ecco un’infografica di MyCleverAgency che riassume tutto e aggiunge qualcosa.

Secondo l’infografica il 93% dei selezionatori usa LinkedIn, ma un buon 54 e 66% curiosa sui profili Twitter e Facebook. Nell’infografica potrete trovare i motivi per cui si può perdere un’occasione lavorativa. Infine, in evidenza, i tool utili per ogni singolo social. 

Ora non ti resta che aggiornare tutti i profili social in modalità self-branding e business. Tienici informati sui progressi della tua ricerca di lavoro.

4 lezioni di User experience design da imparare da Snapchat

L’app del momento? Senza dubbio Snapchat, il servizio che permette di inviare foto, video e messaggi in grado di autodistruggersi una volta recapitati.

Un’idea di business semplice ma geniale,  che ha fatto gola persino a Mark Zuckerberg, disposto ad offrire ben 3 miliardi di dollari, rifiutati con nonchalance dal giovanissimo founder Evan Spiegel. La sua start up vale molto di più.

Ma cosa la rende così speciale? Come molte trovate di successo, un’alchimia di elementi e dettagli ha portato un’idea tutto sommato non troppo originale ad essere costantemente sotto i riflettori.

Jason Shah, creatore di HeatData e Product Manager di Yammer, ha cercato di individuare, in un suo recente guest post su StackMob, una serie di tips and tricks a tema User experience design utilizzati da da Snapchat, che si sono rivelati veri e propri assi nella manica. Vediamo i più importanti, da cui trarre, perchè no, ispirazione:

Icona semplice ma d’impatto

Un fantasmino dal tratto infantile su uno sfondo giallo: un logo quasi banale, ma d’impatto. Guardando l’immagine sopra, quale icona cattura per prima la vostra attenzione? Il colore scelto da Snapchat le permette di distinguersi immediatamente dai “concorrenti” ed assicura un buon contrasto con lo sfondo del cellulare. Un’app eye-catching verrà molto probabilmente usata più spesso.

Format di login divertente e veloce

Molte app, al momento dell’iscrizione, richiedono di confermare la propria mail o password. Snapchat preferisce non annoiare i propri utenti, rendendo il processo di Sign up e Login il più veloce possibile (manca anche il classico bottone “Iscriviti”) e anche divertente, grazie alla simpatica mascotte.

Schermata dell’App Store semplice e diretta

Guardando la pagina di Snapchat nell’App Store saltano subito all’occhio le sue caratteristiche: c’è una fotocamera, le due ragazze suggeriscono che può essere usato per flirtare, sembra facile e veloce da usare. Non c’è bisogno di aggiungere altro per invogliare gli utenti ad acquistarla.

Mostrare immediatamente la componente “core” del servizio

Molte app, incluse Facebook e Twitter mostrano una schermata iniziale che per molti utenti può risultare noiosa. Snapchat invece va dritta al punto: accedendo all’applicazione viene subito mostrata la fotocamera, un chiaro invito ad iniziare ad usarla e produrre contenuti.

Il maglioncino natalizio della nonna ve lo regala Coca Cola

Avete presente l’orribile maglioncino, indossato da Mark Darcy, alias Colin Firth, nel film “Il diario di Bridget Jones”? Bene. Coca Cola Zero e Droga5 si sono inventati un contest, che premia il maglioncino natalizio più brutto, che riceverà naturalmente più voti via Facebook e Twitter. Vediamo come.

GIF: dancingtilldawn.tumblr.com

Il concorso Coca Cola Zero Sweater Generator

Dal 15 Novembre al 1 Dicembre potrete manifestare tutto l’estro artistico e il vostro spirito natalizio, divertendovi con uno strepitoso “configuratore” di maglioncini, lo Sweater Generator, che vi invitiamo ovviamente a provare. Già, ma attenzione, solo a provare però, perché, a meno che non:

  • siate residenti in uno dei 50 stati americani
  • lavoriate per Coca Cola, LLC, Royale, Droga5, ePrize o Inc.
  • i vostri parenti non lavorino in una delle aziende di cui sopra o in qualsiasi azienda coinvolta nel contest

sarete automaticamente esclusi.

Sì, lo sappiamo, siete un po’ delusi, ma queste sono le regole del gioco. Non disperiamoci però, possiamo sempre votare i maglioncini più ridicoli, badate bene, i più brutti, siate almeno cattivi, non dovete necessariamente essere buoni, giusto perché è Natale.

Dove? Semplice, all’interno della galleria on-line, creata appositamente. Visionate con attenzione tutti prototipi del lanoso capo d’abbigliamento. Immaginate di dover indossare proprio uno di quei capolavori e quando siete convinti, cliccate sull’apposita icona per votare e vi si aprirà la finestra di log-in per accedere con un account Twitter o Facebook.

Che ne pensate del mio orrendo maglioncino? Vi piacciono i Ninja?

Su tutti trionferanno solo in 100

Avete capito bene. Coca Cola non ne premierà uno solo e nemmeno 10. Bensì 100. Le 100 idee più bizzarre di maglioncino personalizzato diventeranno realtà. Ciò significa che al mondo ci saranno 100 maglioncini natalizi marchiati Coca Cola Zero pronti per essere indossati. I 100 vincitori potranno esibire con orgoglio, durante le feste natalizie, esemplari unici di autentica genialità. Che soddisfazione però!

Noi naturalmente abbiamo già dato un’occhiata e votato a quello che ci piace di più, cioè quello più brutto e ridicolo.

Se avete amici, nemici, parenti, fidanzati, mogli, mariti che hanno minimamente a che fare con questo concorso, incoraggiateli a prendere parte al contest. Magari quest’ anno sotto l’albero vi ritroverete qualche pacco curioso da scartare! E allora, a caval donato…

Christmas in a day, il Natale dei clienti Sainsbury's [VIDEO]

Ormai ci siamo, manca meno di un mese a Natale e anche in rete si susseguono spot e commercial. Tra gli ultimi troviamo quello di Sainsbury’s, famosa catena di supermercati britannica.

Sainsbury’s per quest’anno ha deciso di lanciare una campagna dal nome “Christmas in a day” con l’obiettivo di far raccontare dai propri clienti la loro idea di Natale, raccogliendo da questi, spezzoni di video homemade.

L’idea è quella di realizzare un film di 50 minuti, prodotto da RSA Films e Scott Free Film, che possa raccontare il classico giorno di Natale di una famiglia britannica. Per realizzarlo sono state ingaggiate 114 famiglie e raccolte 360 ore di video che il regista Kevin Mac Donald (proprio il director di “Life in a Day“) ha sapientemente selezionato ed editato.

Lo spot di seguito è un trailer di 3 minuti circa, ma sono stati realizzati anche versioni da 30 e 60 secondi, del film che sara proiettato in anteprima il 28 novembre al Bafta Cinema di Londra e sarà rilasciato direttamente su Youtube il giorno successivo.

Volevamo catturare la grande ricchezza e diversità e mostrare come l’Inghilterra celebra davvero il Natale, per mostrare il vero Natale, piuttosto che la versione perfetta e patinata con la quale davvero poche persone possono identificarsi. Quindi abbiamo deciso di lavorare con un esperto che potesse catturare tutta la pura ricchezza di questo periodo, ovvero Kevin Macdonald, che ha vinto l’Oscar per “Life in a Day”, il caso di gran successo su YouTube che ha saputo catturare momenti di vita vera attorno alla Terra durante un singolo giorno“. Mark Given, head of brand communications di Sainsbury’s

Sainsbury’s ha puntato su una strategia precisa, più vicina al consumatore e fortemente ingaggiante. Inoltre si è posizionata come un’azienda totalmente social che punta su canali alternativi per comunicare con l’audience. Basta pensare infatti che il budget della campagna è il medesimo investito lo scorso anno in televisione.

Credits:

Agency: Abbott Mead Vickers BBDO London
Creative Director: Tony Strong, Michael Durban
Copywriter: Phil Martin, Mike Hannett
Art Director: Colin Jones
Agency Planner: Craig Mawdsley, Sophie Lewis, Cat Wiles
Agency Account Man: Gemma Findlay
Agency Producer: Suzy MacGregor
Media Agency: Omnicom Media Agency, PHD
Media Planner: Charlotte Wells
Production Company: RSA Films & Scott Free Films
Production Company Producer: Debbie Garvey
Post Production: The Lab
Audio Post Production: Wave

Bitcoin: non chiamatela valuta virtuale

Bitcoin, cos'è e come funziona [GUEST POST]

Bitcoin, cos'è e come funziona

Photo Credits: zcopley - photo on http://www.flickr.com/photos/zcopley/7459087708/

[Sull’autore: Stefano Pepe è business developer per alcune startup, si interessa di Bitcoin dal 2012 e fa parte del direttivo dell’Associazione Bitcoin Foundation Italia]

In Italia l’argomento viene ancora trattato timidamente, ma i Bitcoin sono diventati il tormentone di un autunno particolarmente caldo, dall’epilogo del Datagate con Facebook e Google, alla discussa IPO di Twitter.

Dopo una fiammata speculativa in Aprile, che ha quadruplicato il tasso di cambio in pochi giorni per poi ridursi nuovamente a un terzo in sole 24 ore, il Bitcoin è rimasto un po’ in sordina, etichettato come “bolla speculativa 2.0”.
Se quindi da un lato si cerca di dimostrare quanto il Bitcoin sia una bolla o meno, dall’altro è corretto introdurli come se fossero una moneta virtuale peer to peer, soggetta a tassi di cambio puramente guidati dai meccanismi di domanda e offerta.

Le caratteristiche di Bitcoin

In questo momento quindi possiamo incasellare il Bitcoin nel consueto scenario delle tre funzioni della moneta (transazione, riserva di valore, unità di conto) scoprendo alcune peculiarità, sconosciute a tutti gli altri mezzi di scambio oggi in circolazione:
è una moneta che si trasmette come un’email, la sua autenticità è dimostrata da numeri e “proof of work” basati su complessi algoritmi SHA256, con una Blockchain che li contiene
si salva su un file e su quanti supporti si vuole. Quindi se ne possono avere molteplici copie ma possono essere spesi una volta sola (prelevandoli dal proprio “wallet”)
sono frazionabili per svariati ordini di grandezza, pertanto l’unità di conto è BTC o “Satoshi”. Un Bitcoin è composto da 100 milioni di Satoshi.

A questo andrebbe aggiunta la facilità con cui si può pagare restando dietro pseudo-anonimato, caratteristica apprezzatissima dai clienti di Silkroad e affini; il costo pressoché nullo di trasferire i fondi da un wallet a un altro; la sicurezza con cui si possono accumulare e portare con sé – a patto di usare una password robusta e tenere il computer al riparo da virus; e infine la loro estraneità al mondo bancario, quell’odiato 1% che ha animato movimenti molto popolari come Occupy Wall Street o gli Indignados.

Bitcoin, cos'è e come funziona

Photo Credits @ Thinkstock // iStock - 179249778

Di contro l’alta volatilità (ovvero la velocità con cui il valore sale o scende) rende impossibile la sua adozione come unità di conto, pertanto un acquisto in Bitcoin è sempre da ricondurre al tasso di cambio con valute “fiat” (come il Dollaro), il quale fluttuando moltiplica a sua volta l’impatto su domanda e offerta.

Appare chiaro quindi che queste tre funzioni spingono nella direzione di un fortissimo apprezzamento del tasso di cambio, in quanto sono assenti ostacoli burocratici/tecnologici e la compravendita è totalmente deregolamentata. Inoltre i Bitcoin come moneta non finiscono mai, in quanto basta “strappare a metà una banconota” (o un Satoshi) nel momento in cui la domanda raddoppia, per mantenere lo stesso valore e quindi lo stesso potenziale transazionale (ovviamente al netto di ragionamenti sulla deflazione).

Chiudiamo questa introduzione con l’ultima e forse più importante peculiarità: chiunque può crearsi da solo Bitcoin validi e spendibili, prestando la potenza di calcolo del proprio computer (il cosiddetto “mining”) per validare le transazioni che vengono scritte nella Blockchain. Ad oggi il circolante è circa 2 milioni di Bitcoin al giorno, in cambio il protocollo ne offre circa 3600 per ripagare i complessi calcoli che compongono le transazioni e aggiungerle alla Blockchain.

Realtà o speculazione?

In molti credono che questa sia la prossima bolla dei tulipani… e come dargli torto! Un Bitcoin oggi viene scambiato intorno ai 900 dollari l’uno, un anno fa era a circa 13 dollari e solo un mese fa gli scambi avvenivano al di sotto dei 200 dollari. Numeri che fanno sognare i più avidi speculatori, ma che in questo momento rendono contenti tutti: chi ha comprato un mese fa può anche monetizzare svalutando del 30%, comunque realizzerà un rapporto tra guadagno e rischio impensabile con qualsiasi altra opzione d’investimento oggi esistente.

I Bitcoin sono molto, moltissimo più di questo, al punto che probabilmente un articolo può solo scalfirne la superficie. Per questo è limitante pensarli come una valuta virtuale e sebbene ora la loro funzione sia questa (diremmo una riserva di valore altamente rischiosa) la più grande innovazione è composta dalla Blockchain e dalla rete distribuita del mining, responsabile di tenere in piedi l’intero ecosistema.

La creazione della moneta

Se infatti fino ad oggi era necessaria la presenza di un soggetto terzo per la certificazione della proprietà (governi, istituzioni, banche) con il Bitcoin è possibile scambiarsi denaro in ambiente “trustless”, quindi anche senza fiducia reciproca, con l’impossibilità di espropriarli senza l’uso di violenza o raggiro.
La rete distribuita della Blockchain li rende difficilmente vulnerabili a blocchi o filtri di vario genere, un po’ come è accaduto con il file sharing peer to peer, quindi non solo è impossibile espropriarli ma è anche impossibile impedirne lo scambio, basta che ci sia una connessione ad Internet per mandarli in pochi istanti in giro per il mondo.

La creazione della moneta è decentralizzata e affidata ai suoi stessi utilizzatori, mentre l’inflazione iniziale è programmata (come dicevamo circa 3600 bitcoin al giorno, calmierata dall’algoritmo del difficulty rating), motivo per cui al posto dei tulipani i più audaci parlano di “oro 2.0”.

Ampliando ulteriormente queste opportunità, possiamo allegare ad una micro-transazione di pochi centesimi (memorizzata nella blockchain e certificata) la licenza di software o file mp3, la proprietà di un account, l’autenticità di una mail ufficiale, perfino titoli bancari o il contratto d’acquisto di un terreno. Di fatto la Blockchain può facilmente diventare un “vault” universale e distribuito per certificare la proprietà, senza alcun arbitro oggi rappresentato da istituzioni di vario genere: i numeri certificano universalmente che una determinata transazione è stata effettuata da due determinati indirizzi (appartenenti a due soggetti), nessuno potrà mai dimostrarne il contrario.

Questo scenario diventa infinitamente più vasto quando si comincia a ragionare sulle cosiddette “alt-currencies”, ovvero criptomonete molto simili al Bitcoin nel principio di funzionamento, ma che si appoggiano a blockchain differenti (o algoritmi differenti, come il Litecoin che utilizza lo Scrypt). Ci troviamo quindi velocemente ad immaginare un mondo in cui il Bitcoin è solo la prima di decine (se non centinaia o migliaia) di alternative, in un enorme mercato globale di scambio del valore nel quale sono i numeri a gestire la proprietà e non soggetti terzi che devono godere della fiducia di tutte le persone coinvolte nello scambio, ovvero quello che accade oggi sotto il dominio esclusivo di Stati e Banche.

La strada da percorrere è ancora molto lunga, i sostenitori recitano che “i Bitcoin non sono i soldi di Internet, ma l’Internet dei soldi”. Questo dovrebbe essere il punto da cui partire per separare il valore di un Bitcoin dal suo prezzo.

[Stefano Pepe è business developer per alcune startup, si interessa di Bitcoin dal 2012 e fa parte del direttivo dell’Associazione Bitcoin Foundation Italia]

Bitcoin: non chiamatela valuta virtuale

Stefano Pepe | Photo Credits @ Alessio Jacona (https://twitter.com/alessiojacona)

Absolut Vodka lancia il primo contest su Whatsapp

Bottiglie Absolute Unique vodka

Whatsapp, lo sapete tutti, è un popolare servizio di messaggistica istantanea per smartphone. Con i suoi 350 milioni di utenti attivi mensili, sembra avere i numeri giusti per veicolare una campagna di marketing efficace. Eppure, prima che i creativi dell’agenzia sudamericana Wonky realizzassero questa innovativa campagna per Absolut Vodka, nessuno ne aveva ancora esplorato il potenziale.

Lo scopo della campagna era quello di promuovere il party di lancio in Argentina della nuova serie Absolut Unique – una speciale collezione di bottiglie di design in edizione limitata – e di creare un canale di comunicazione diretto con il brand. Si trattava di un party molto, molto esclusivo; al punto che per i non-VIP erano previsti soltanto due inviti.

Per avere una chance di partecipare all’evento, le persone dovevano mettersi in contatto via Whatsapp con un certo Sven e convincerlo a invitarle. Ma Sven non era certo un tipo facile! Dietro questo nome, infatti, si nascondeva il Community Manager dell’agenzia, che aveva ottimi motivi per non lasciarsi conquistare facilmente.

Oltre ai prevedibili tentativi di corruzione, Sven ha collezionato anche un gran numero di richieste creative. Alcuni, esasperati dai suoi rifiuti, hanno sperimentato tecniche di persuasione alternative: fotomontaggi divertenti, foto, video e persino una canzone!

I risultati sono andati ben oltre le aspettative: più di 600 contatti coinvolti, 3 giorni di chat ininterrotte e oltre 1.000 contenuti originali creati appositamente per Sven. Col senno di poi, ci stupiamo che nessuno abbia mai pensato di includere Whatsapp nella propria strategia di social media marketing! Guardate il video della campagna e giudicate voi.

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Chissà se questo resterà un case study isolato o aprirà la strada a un nuovo modo di fare comunicazione sui social network. Voi che ne pensate?

Come reagire alla disoccupazione: Adecco promuove l'utilizzo dell'apprendistato [EVENTO]

Crisi e disoccupazione sono parole diventate ormai tristemente di casa nel nostro vocabolario quotidiano. Se poi siete giovani alle prese con la ricerca di un lavoro, rabbrividirete al solo sentirle nominare. Ogni anno crediamo sia l’ultimo, invece la recessione deve essersi proprio innamorata del nostro bel paese e non vuole saperne di abbandonarci.

Quale futuro ci aspetta quindi? Come si stanno muovendo le istituzioni per aiutare i giovani a costruirsi un futuro professionale? E le aziende? Continueranno a nascondersi dietro la scusa della crisi oppure riprenderanno ad investire per recuperare competitività?

Proprio di questo si è discusso a Roma lo scorso martedì 26 novembre nel corso del convegno dal titolo “L’apprendistato in Italia per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro”, tenutosi nella splendida cornice dell’Auditorium di via Vittorio Veneto.

Padrona di casa Adecco, agenzia per il lavoro leader in Italia e da tempo attiva nello sviluppo dei giovani talenti, unica vera risorsa su cui puntare per la ripresa economica.

Ospiti del dibatto, oltre alle note aziende Italiane Finmeccanica, Indesit e Eataly che hanno portato le loro testimonianze in tema di apprendistato, anche importanti esponenti delle Istituzioni quali Tiziano Treu e Giuliano Cazzola, Vice Presidenti della Sessione Lavoro rispettivamente del Senato il primo e della Camera dei Deputati il secondo ed il Sottosegretario di Stato al Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali Carlo Dell’Aringa.

Ad aprire il convegno proprio il CEO di Adecco, Federico Vione che ha presentato i risultati della prima edizione del Global Talent Competitiveness Index (GTCI), una ricerca condotta insieme alla INSEAD, Business School leader nel mondo.

Federico Vione, CEO di Adecco

La ricerca, che misura la capacità dei singoli paesi di formare, attrarre e fidelizzare i giovani talenti, ha portato dei risultati molti interessanti.

Su 103 paesi analizzati, i primi 8 sono Europei, con la Svizzera al primo posto ed in generale i paesi del Nord Europa a fare la differenza.

L’Italia, per sorpresa di molti, è al 36° posto, in una posizione medio alta di classifica. Nonostante il 40% di disoccupazione giovanile (dato ISTAT) infatti, il nostro Paese risulta addirittura all’avanguardia in termini di “hard skills” (competenze tecniche).

Cosa c’è che non va quindi? Molto semplice, sebbene bravissime a livello teorico, le nostre scuole di fatto non formano i giovani al mondo del lavoro. Le cosiddette “soft skills” (competenze trasversali quali ad esempio problem solving, critical thinking, team working e tante altre..) infatti non vengono trasmesse ai giovani che sono assolutamente disorientati quando si approcciano al mondo del lavoro.

Le prime esperienze lavorative vengono fatte durante o nella maggior parte dei casi addirittura dopo l’università. Quando in Svizzera o in Danimarca un ragazzo di 24 anni è già adulto professionalmente parlando, in Italia mediamente deve ancora entrare nel mondo del lavoro.

Recentemente la London School of Economics ha pubblicato un’analisi a nome di Roberto Orsi secondo cui nel giro di 20 anni il nostro paese si troverà in una condizione di desertificazione economica.

Forse la previsione è troppo pessimistica ma sicuramente l’uscita del tunnel non è dietro la prossima curva. I risultati del GTCI evidenziano una stretta correlazione tra l’andamento economico di un paese ed il suo livello di attrattività sui talenti. 

In questo contesto di estrema incertezza si inserisce l’apprendistato. Per recuperare competitività le aziende devono puntare su nuovi strumenti di flessibilità e farlo in un’ottica di medio/lungo termine.

Investire su giovani talenti attraverso questi contratti, significa formare le migliori risorse disponibili sul mercato secondo le proprie esigenze specifiche e ritrovarsi poi nel tempo delle persone non solo fedeli, ma anche altamente qualificate.

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Nonostante le diverse revisioni normative avvenute nel corso degli anni, dal Pacchetto Treu del 1997 alla Riforma Fornero del 2012, la risposta delle aziende sull’applicazione dell’apprendistato sembra ancora molto timida. Le agevolazioni fiscali infatti sembrano non bastare a compensare i vincoli normativi, primo tra tutti quello che vieta l’interruzione del rapporto lavorativo prima dei termini stabiliti dal contratto.

Grazie allo Staff Leasing però i sostenitori dell’apprendistato possono contare su un nuovo alleato. Fin da subito Adecco si è attivata per trarre il massimo da questo strumento e nel 2013 è riuscita nel difficile obiettivo di fare assumere 500 giovani in apprendistato.

Secondo quanto dichiarato dall’Onorevole Giuliano Cazzola, il Cnel ha ipotizzato uno scenario da qui al 2010 stimando che, per non peggiorare ulteriormente la situazione,  il tasso di occupazione dovrà crescere dell’0,6% all’anno dal 2016  (non è previsto nessun incremento nei prossimi due anni) e ciò significa che bisognerà creare circa 500.000 nuovi posti di lavoro in più ogni anno.

La grande sfida è  iniziata. Largo alle aziende che investono sui giovani!

Email marketing: percezione e uso delle imprese italiane [INTERVISTA]

Stando ai dati Marketing Sherpa del 2013, l’email marketing è lo strumento digital che vanta un ROI fino al 139%. Ma la sensazione di fastidio che ci assale quando le newsletter riempiono la casella di posta, soprattutto quando le percepiamo come materiale spam, ci porta a credere inevitabilmente che siano poche le aziende capaci di usare davvero l’email marketing e che, a causa del suo abuso, presto sarà un mezzo desueto per comunicare con noi.

Invece lo studio condotto da MagNews, società specializzata nei servizi strategici e nelle tecnologie per il marketing e la comunicazione digitale, insieme a Nielsen, ovvero “Email marketing &co. Cosa vuole davvero il tuo target”, ha analizzato i comportamenti e le percezioni relative all’utilizzo dell’email da parte degli utenti italiani, portando in luce elementi di riflessione molto importanti, soprattutto per le imprese interessate ad investirvi in qualche maniera.

L’analisi è stata effettuata nell’aprile 2013 su un totale di 1000 interviste, che hanno esplorato le abitudini di utilizzo di internet, il possesso e l’utilizzo dell’email privata, il futuro dell’email e un focus particolare su newsletter, ecommerce, multicanalità e social network.

Conoscere e commentare la relazione delle imprese italiane con gli strumenti di digital email marketing è stato il motivo dell’intervista alla curatrice della ricerca, Valentina Santandrea, che ha risposto così alle mie domande.

Come si è evoluto l’email marketing e come si trasformerà nei prossimi anni?

L’email marketing è un canale di digital marketing consolidato e ad alto tasso di conversione, nato in un momento in cui esistevano a mala pena i siti internet, non c’erano Facebook o le app e non si sapeva quasi nulla della seo, eppure già funzionava. Non per questo però l’email marketing riposa sugli allori. Se nel 2012 ci si chiedeva quale poteva essere una relazione virtuosa tra email marketing e social network, oggi il tema è il mobile. Domani parleremo di metriche, business intelligence, big data. L’email è diventata massiva e, come perno delle strategie digital ma anche condizione di accesso a quasi tutti i servizi internet, non potrà che evolversi continuamente, conservando le caratteristiche che la rendono unica, come la riservatezza e la “sicurezza”.

Quali trend illustreresti alle aziende perché possano migliorare il loro approccio alla DEM?

Il mobile ha aumentato il numero degli accessi giornalieri alla propria casella di posta elettronica e ben l’85% degli intervistati ammette di scaricare anche grafica e immagini delle email ricevute. Questi dati mostrano, per esempio, come l’utente sia diventato più confident rispetto al medium email: è sempre connesso e sa riconoscere a colpo d’occhio cosa lo interessa e cosa no. I dati del mobile però variano significativamente in base all’età. I maggiori utilizzatore degli smartphone sono i millenials. Curiosamente, la ricerca evidenzia anche che gli uomini utilizzano più delle donne dispositivi mobili per leggere la posta elettronica: parliamo infatti di un 60%, contro un 48%.
Più la popolazione di utilizzatori di email va avvicinandosi alla popolazione tout court, più i trend diventano importanti per le aziende, e più i budget di marketing devono tenerne conto.

In che modo l’email marketing, nonostante una percezione negativa, è ancora il cuore delle strategie digitali integrate?

Prova a pensare al tuo inbox. Ti infastidisce lo spam? Certo che sì, il 69% degli intervistati ritiene che negli ultimi anni la quantità di messaggi indesiderati da parte delle aziende sia aumentata. Ti infastidisce anche la newsletter alla quale ti sei iscritto, la comunicazione del tuo brand del cuore, l’offerta che ti permette di risparmiare? Se un brand fornisce una reason why affinché l’utente si iscriva alla sua newsletter e mantiene la promessa iniziale, il subscriber saprà riconoscere la sua newsletter preferita nell’inbox e non esiterà ad aprirla comunque, a leggerla, ad approfondire.

Secondo te è possibile pensare ad una nuova generazione di “content email marketing”?

L’email marketing non è solo lead generation, nonostante sia ancora il canale digitale che converte di più. L’email marketing è anche nurturing: è creare un rapporto diretto per portare la lead all’acquisto e il cliente alla loyalty. Fornire un contenuto di buona qualità attraverso l’email, in maniera mirata e rilevante è un modo di fare content marketing più “push” rispetto al contenuto che viene proposto sul sito o sui social, se vuoi è appunto “content email marketing”.

Quanto incidono i social network, i servizi e le applicazioni di instant messaging sull’evoluzione della DEM?

I social e le chat istantanee hanno, in alcuni casi, veicolato fuori dalla casella email la comunicazione più informale. In questo modo la posta elettronica è diventata un canale sempre più dedicato, mantenendo evidenti differenze rispetto ai canali che citi. Negli studi condotti con Nielsen è emerso che i molti utenti dei servizi come Viber o WhatsApp non utilizzano l’email meno di prima: piuttosto usano meno gli sms (il 58%), le chat dei social network (il 18%) o appunto la chiamata (il 28%, curiosamente a maggioranza femminile).

Qual è la differenza principale tra l’email marketing che invia un eCommerce e quella che invia una testata giornalistica?

Ecommerce e testata hanno in genere obiettivi di marketing diversi e pertanto adottano strategie diverse. Una testata può avere l’obiettivo di aumentare il traffico email al proprio sito, se il suo modello di business consiste nella vendita degli spazi pubblicitari, dunque fornirà soprattutto buon contenuto. L’ecommerce ha l’obiettivo della vendita e dunque la sua strategia sarà quella di proporre deal che interessino lo specifico utente a cui sta comunicando. Certamente entrambi devono preoccuparsi di arrivare a destinazione e di essere rilevanti per il proprio target e una tecnologia performante va incontro a queste esigenze.

Ci lasci un consiglio definitivo sull’invio di email a scopo commerciale che non infastidisca il destinatario?

Adottate un software che vi consenta di “ascoltare” gli utenti. Quanti zombie (ovvero contatti che non hanno mai aperto la vostra newsletter) avete nel database? State fornendo loro il contenuto che cercano? Siete sicuri di voler continuare a mandare comunicazioni (spendendo)? Quanti invece sono gli sleepers, ovvero coloro che non vi aprono da qualche tempo? Come potete riattivarli? Se, nelle vostre campagne, la strategia dialoga con la tecnologia “intelligente”, capirete quanto engagement generate attraverso le vostre comunicazioni o se dovete aggiustare il tiro.