Digitalife: Neuroni specchio, performing media e societing [EVENTO]

Questa sera alle ore 18 presso l’Opificio Telecom di Roma si svolgerà un talk davvero unico nel suo genere:” Neuroni specchio, performing media e societing. Il sistema dello spettacolo come “palestra” per sperimentare società“.

Carlo Infantepresidente di Urban Experience, co-fondatore di Stati Generali dell’Innovazione e docente freelance di Performing Media – e Alessandro Giordanoautore di “Marketing Non Convenzionale: Virale, Guerriglia, Tribale,Societing ed i 10 principi del Marketing Post-moderno”, esperto di Netnografia e docente di Social Innovation allo IULM di Milano – si incontreranno in un dialogo pubblico per parlare di neuroni specchio, performing media e societing.

Partendo dal libro di Giacomo Rizzolatti sui “neuroni specchio” e da una frase emblematica di Peter Brookcon la scoperta dei neuroni specchio le neuroscienze avevano cominciato a capire quello che il teatro sapeva da sempre”, si arriverà a parlare dell’apprendimento e delle funzioni dei neuroni specchio per arrivare ai social media.

Che collegamento c’è tra neuroni specchio, teatro e social media?

I neuroni specchio sono quelle cellule che grazie al principio filogenetico di riconoscimento e di sollecitazione che si attiva durante l’osservazione di un corpo in movimento permettono l’apprendimento. l’imitazione e la rielaborazione delle informazioni.

Nel teatro ogni spettatore rielabora l’esperienza della visione attraverso ciò che sa, ciò che cerca, filtra attraverso la propria autobiografia il proprio stato d’animo. A partire da questa considerazione possiamo riflettere sulla qualità possibile di una comunicazione che oggi si evolve nei social media.

Grazie al web si è riscoperto, dopo decenni di massmedia, che il vero senso del comunicare è nel comunicare “con” piuttosto che nel comunicare “a”. E’ in questo valore connettivo, di scambio sociale d’intelligenza relazionale, se non di contagio culturale, che si sviluppa il grande gioco della comunicazione come principio attivo di socialità possibile.

In questo senso sono emblematici concetti come performing media, inteso come capacità di giocare i sistemi della comunicazione interattiva in quanto condizione abilitante e performante (come nel cosiddetto SoLoMo: Social Local Mobile) e societing, per cui si declina il fenomeno del marketing non convenzionale come approccio d’innovazione sociale e di trasmissione virale ed ironica di modelli comunicativi qualificanti.

Digitalife 2012: i Talk

Il talk si terrà nell’ambito del DigitaLife 2012, evento dedicato al mondo Digital che si terrà a Roma dal 15 novembre al 16 dicembre 2012.

Digital Life vuole essere non solo un percorso espositivo sui temi dell’arte e dei new media, ma anche un prezioso momento di approfondimento e riflessione su queste tematiche.
Momenti d’incontro e scambio cui prenderanno parte importanti player del settore che vorranno interrogarsi in modo critico e inusuale sulle nuove frontiere dell’innovazione tecnologica e dei suoi sviluppi e commistioni.

Raccontare il brand attraverso 7 modelli narrativi

 

Quest’articolo è una libera traduzione di “7 Basic Types of Stories: Which One Is Your Brand Telling?” pubblicato in ottobre su ADWEEK da Tim Nudd.

Per quanto creativa e originale una storia possa sembrare, niente di quanto viene raccontato è nuovo. Tutti i racconti, che siano quelli di Shakespeare o quelli di Spielberg, possono essere ridotti a sette tipi di storie, sette trame archetipiche che ricorrono nella narrazione.

La sfida per un creativo non è quindi quella di inventare una storia, ma scegliere quale tipo di storia sia più adatta a raccontare il brand.

Questo è l’argomento del panel organizzato da Advertising Week in collaborazione con l’agenzia TBWA e il suo presidente Rob Schwartz. La discussione è stata costruita sugli argomenti del libro The Seven Basic Plots di Christopher Booker, in cui l’autore elenca i sette archetipi che ricorrono in ogni tipo di narrazione.

Booker ha analizzato i motivi per cui gli esseri umani sono psicologicamente programmati per immaginare storie in questo modo. Schwartz e i due relatori, l’executive creative director di Droga5 Ted Royer e la scrittrice e creativa Kathy Hepinstall, si sono chiesti come applicare questa teoria ai marchi e come i creativi possano farne uso nello sviluppo di storie convincenti.

Di seguito sono elencate le sette trame con esempi di advertising che si adattano a ciascuna di esse.

1. Sconfiggere il mostro

Tante sono le storie di principi e guerrieri coraggiosi costretti ad affrontare un mostro, pensiamo a Beowulf o a Davide che sconfigge Golia. La storia del perdente che, contro tutti i pronostici, sconfigge il suo avversario è un classico.

Questo tipo di plot è presente anche nell’advertising, pensiamo allo spot “1984″ di Apple contro il Grande Fratello, e al tentativo di American Express di affrontare il Black Friday con “Small Business Saturday”.

2. La rinascita

La storia di un rinnovamento. “La vita è meravigliosa” del 1946 è un primo esempio dal cinema. I brand che raccontano storie di rinnovamento sono Gatorade, la cui campagna “Replay” ha permesso a vecchi membri di squadre sportive di riconquistare la loro giovinezza riaffrontando vecchi nemici e Prudential, che presenta il pensionamento come l’inizio di un nuovo capitolo, piuttosto che la fine di uno vecchio.

3. La missione

In quasi tutte le narrazioni, l’eroe deve superare una missione dal punto A al punto B. “Il Signore degli Anelli” è il classico esempio. IBM e Lexus sono tra i brand che si sono dati una missione, come rendere il pianeta più intelligente e perseguire la perfezione.

4. Il viaggio e il ritorno

Come si suol dire, non è importante la destinazione, ma il viaggio. E ancora più importante è il ritorno a casa. Tante sono le storie di trasformazione attraverso un viaggio – e ritorno, dal classico “Il mago di Oz” al più recente “Nel paese delle creature selvagge”.
La birra Corona è uno dei marchi che incoraggia a partire, esortando i consumatori a “trovare la propria spiaggia” e tornare rinfrescato. Anche Expedia ha costruito la sua nuova campagna attorno all’idea di cambiare le proprie conoscenze attraverso il viaggio e il ritorno.

5. Dalle stalle alle stelle

In letteratura: Charles Dickens e Cenerentola. Nei film: “Una poltrona per due”. In pubblicità: Chrysler, che rinasce dalle ceneri di Detroit, e Johnny Walker, la cui storia è quella di un ragazzo di campagna scozzese arrivato al successo mondiale.

6. La tragedia

Dai Greci a Shakespeare, le tragedie sono storie sul lato oscuro dell’umanità e sulla natura futile dell’esperienza umana. La pubblicità raramente utilizza questo tipo di storie, se non nel marketing sociale, dove racconti deprimenti e scioccanti possono convincere le persone a prendersi cura di un problema.

7. La commedia

L’altra faccia della tragedia, e l’ultimo dei grandi topoi della narrazione, è forse il più difficile da fare bene, ma è anche quello più popolare nella pubblicità, con Old Spice e Geico tra i marchi leader nel settore.

Rob Schwartz ha suggerito che le sette trame possono indicare un modello utile a comprendere come la storia di un brand dovrebbe essere quando non ce n’è una, o quando non è abbastanza forte. Durante il panel, sia Royer che Hepinstall hanno parlato dell’importanza di generare storie potenti che sembrino vere.

Ted Royer, Droga5, ha dichiarato: “Se lo facciamo bene, possiamo raccontare storie davvero belle. Uno dei miei spot preferiti di tutti i tempi è quello di Halo con le statuette di metallo. Hanno splendidamente raffigurato di cosa si tratta il gioco… ho pensato che fosse affascinante, meraviglioso e sorprendente.“Alla base di ogni brand”, Royer ha aggiunto, c’è una buona storia in attesa di essere raccontata”.

“Quando si inizia a lavorare con un cliente, non vogliamo fare un brief. Non vogliamo chiedere semplicemente ‘Qual è il tuo problema?’ Vogliamo chiedere ‘Perché la tua azienda ha iniziato? Qual è la tua mission?’ Si parla di mission per tutto il tempo, ed è solo un altro modo di dire ‘Che tipo di storia stai utilizzando? Che tipo di storia vuoi raccontare?’ Parte del nostro lavoro come agenzia è quello di trovare quale sia il tipo di storia più adatto.”

Una nuova difficoltà nell’era digitale è come i consumatori reagiscono e rispondono alla storia . “La cosa divertente per me è quando una storia non va secondo i piani“, ha detto Kathy Hepinstall. “Prima era una cosa a senso unico, in cui l’azienda diceva ‘Noi siamo questo’ senza avere alcun feedback. Ora, nell’era dei social media, questo è impossibile.

Si riferisce ai recenti manifesti in crowdsourcing di Shell e l’incidente Walmart/Pitbull come prova dei disastri che possono accadere quando i marchi perdono il controllo delle loro storie.

Royer di Droga5 ha parlato poi della campagna “Day One” per Prudential, che non considera solo la storia del brand, ma anche le storie individuali delle 10.000 persone che vanno in pensione tutti i giorni, che nutrono quel timore che Prudential vuole trasformare in ottimismo.

Ci deve essere un modo, abbiamo pensato, di trovare una via di mezzo in cui è possibile avere una conversazione aperta su questo periodo della vita, su cosa può essere, su che cosa pensi che sia, e sul suo potenziale. Ecco perché l’abbiamo chiamato Day One. Si tratta di una etichetta, ma è un punto fisso nella vita di ognuno di noi. Tutti in questa stanza hanno un Day one. E se lo vedono come un punto che si muove in avanti, come un punto in cui ci può essere ottimismo, ci può essere rinnovamento, al lavoro non ci saranno solo paura e confusione, allora penso che Prudential abbia una mission al di là dei prodotti che vende.

Molte pubblicità sul pensionamento utilizzano il modello narrativo “dalle stalle alle stelle”, con sacche da golf e yatch. Droga 5 ha cambiato modello, scegliendo quello della “rinascita” per dare al brand maggiore riconoscibilità.

I relatori hanno inoltre discusso del fenomeno dell’utilizzo del prodotto come storia, in particolare, l’esempio di Nike FuelBand. Tale prodotto, sviluppato dall’agenzia R/GA, incarna la brand mission di Nike, che è la storia di una missione, quella della ricerca del corpo perfetto.

Le sette trame di base potrebbero dare ai creativi ispirazione quando devono creare storie. La Hepinstall ha consigliato poi che a volte può essere utile un focus verso l’esterno, allontanandosi dal marchio, verso i consumatori, per comprendere le loro esperienze e le loro storie.

10 film imperdibili sull'imprenditorialità

Chi di noi non ha mai preso spunto da un film? Magari per organizzare una festa hollywoodiana, per affrontare una questione d’amore o per superare le difficoltà quotidiane; sfido chiunque a dire “ No, io non ho mai copiato dai film!”. Anche se la trasposizione filmica non è mai lo specchio della vita reale, possiamo comunque trovarci informazioni utili, anche per quanto riguarda l’imprenditorialità.

Ormai, al giorno d’oggi, chi vuole avviare una startup deve essere sempre informato sui trend più in voga, essere in grado di sviluppare al massimo la sua rete di contatti e saper cogliere informazioni e possibili nuove tendenze da ogni dove. Per fortuna i giovani imprenditori non sono soli, ad esempio, negli Stati Uniti, è nata #StartupLab, luogo virtuale in cui si possono ricevere consigli e aiuti di vario tipo per dare vita alla propria impresa al meglio.

L’Italia non è da meno, oltre ai vari incubatori sparsi sul territorio ci sono anche tante piattaforme online che puntano a fornire supporto ai giovani imprenditori. Se avete in mente di buttarvi nel mondo del business, ma non sapete come fare, provate a dare un’occhiata a questo utilissimo articolo “5 consigli per startup:come partire col piede giusto” della nostra editor sezione design Annamaria Fontanella.

Passiamo alla top 10 dei film e alle utili lezioni che possono darci in campo imprenditoriale:

1. Forrest Gump

Nella vita tutti si trovano di fronte a delle sfide che sembrano impossibili. Non bisogna mai gettare la spugna! La chiave per superare i problemi risiede nella perseveranza, nel pensiero positivo e nella capacità che abbiamo di credere in noi stessi. Affrontiamo il problema un passo per volta, senza accellerare i tempi, i grandi risultati si raggiungono con costanza e capacità di organizzazione.

2. Twister

L’idea di credere in una soluzione in maniera così profonda da rischiare la vita e esporsi così tanto in prima persona è ammirevole. Durante tutto il film, i protagonisti, cercano costantemente soluzioni nuove e le adattano per risolvere finalmente il problema. Forse per molti sarà una banalità, ma non fermiamoci alla prima delusione e continuiamo il nostro percorso avendo sempre un piano B in caso di emergenza!

3. Coco Before Chanel

Questo film, non parla solo del lungo viaggio di Coco Chanel per riuscire a creare il suo impero, ma anche dell’incertezza del destino. Nonostante tutti i giovani imprenditori abbiano sempre un’idea precisa di quello che sarà il loro business, non sempre le cose vanno come devono! Cerchiamo di essere fedeli alla nostra mission aziendale, così da creare un brand forte e riconoscibile.

4. Don Chisciotte

Sono stati fatti tantissimi film su questo bellissimo libro, noi prendiamo in considerazione la versione del 1972 con Sofia Loren. Quale migliore rappresentazione del giovane imprenditore se non quella dell’idealista che vede il mondo in un altro modo? Magari innovativo? E perché non puntare sui valori classici: amore, qualità, famiglia e collaborazione per avere la ricetta perfetta per creare un nuovo prodotto con grandi potenzialità “umane”?

5. Startup.com

Questo film parla della breve storia del sito govWorks.com che era stato creato per semplificare il rapporto tra cittadini e comuni, ad esempio dando la possibilità di pagare multe online e altri servizi simili. La breve vita del sito web ci dimostra che bisogna sempre avere una solida idea di fondo per lanciare il vostro futuro progetto, non dovete mai tralasciare le ricerche di mercato per capire se la vostra idea avrà seguito o se affonderà nell’oceano delle startup e delle piccole imprese.

6. Catch Me If You Can

Anche se il protagonista non è proprio quello che si direbbe “un bravo ragazzo”, questo film può regalarci un insegnamento importante. Nonostante l’illegalità del personaggio, DiCaprio impersona quel tipo di uomo che, non appena trova una nuova idea, ci si butta a capofitto con grande confidenza e capacità. Queste ultime due qualità possono essere molto utili nel mondo del business, in quanto vi troverete sempre di fronte a nuove sfide che dovrete superare in tempi record!

7. Cast Away

Chuck Noland, interpretato da Tom Hanks, nonostante sia un impiegato della FedEx dimostra un vero e proprio animo da imprenditore. Quando finisce su quella meravigliosa isola deserta il protagonista non ha niente, deve adattarsi e arrangiarsi con quello che trova. Questa situazione non vi ricorda quella delle startup? Pochi soldi, risorse da ricercare e da adattare al progetto e bisogno di pensare fuori dal comune. Sono queste le peculiarità che possiamo apprendere dal film, a patto che non vi mettiate a parlare con Wilson la palla! 🙂

8. The Pursuit of Happyness

Questo è un film che fa riflettere. Molto spesso ci disperiamo per cose futili e non ci rendiamo conto che, nel mondo, ci sono persone che hanno dei veri problemi con la “p” maiuscola e che magari riescono a conviverci con molta più dignità di noi. Accontentiamoci delle piccole gioie quotidiane e cerchiamo di non porci degli obiettivi più grandi della nostra startup!

9. The Social Network

Nella nostra top 10 non poteva mancare questo film. Possiamo cogliere un insegnamento importantissimo da esso, ovvero quello di creare delle cose che la gente voglia e soprattutto usi! E’ sempre difficile, se non impossibile, creare prima il bisogno e dopo il prodotto. Per la nostra prima startup concentriamoci sulle abitudini d’uso del nostro mercato obiettivo. Il ritorno economico verrà dopo.

10. Flash of Genius

L’imprenditore-inventore Robert Kearns passa anni in tribunale per combattere i giganti dell’industria che hanno rubato le sue invenzioni. Questa storia ci insegna che bisogna sempre tutelare il proprio lavoro e le proprie idee in tutti i modi possibili. Cercate anche di essere originali e non copiate le idee altrui!

5 domande per migliorare il Project Management

Il Project Management risulta essere un sistema gestionale di estrema rilevanza nell’odierno ambito aziendale poiché, nonostante i principi alla base siano rimasti sostanzialmente invariati nel corso degli anni, stiamo assistendo ad un continuo miglioramento della loro applicazione.

Ma esattamente cos’è il Project Management?

Volendo usare una definizione da “addetti ai lavori” possiamo usare le parole di Russell D. Archibald : “ è una gestione sistemica di una impresa complessa, unica e di durata determinata, rivolta al raggiungimento di un obiettivo chiaro e predefinito mediante un processo continuo di pianificazione e controllo di risorse differenziate e con vincoli interdipendenti di costi-tempi-qualità

5 domande per migliorare il Project Management

Tutto chiaro?

Cercando di dare una definizione meno accademica, possiamo dire che un progetto é il processo con il quale si ottiene il risultato finale. Quindi il project management consiste nel fissare degli obiettivi e cercare di realizzarli attraverso la costruzione di un processo secondo i criteri di efficacia ed efficienza. Il processo così strutturato avrà i propri responsabili e addetti, ma soprattutto la caratteristica fondamentale di essere trasversale rispetto alle classiche funzioni aziendali (marketing, finanza, HR ecc).

5 domande per migliorare il Project Management

Ora poniamoci alcune domande

Il primo passo verso l’efficienza di un sistema di questo tipo è quello di porsi e di rispondere ad alcune domande per controllare ed individuare se, a livello complessivo, ci siano occasioni di miglioramento:

5 domande per migliorare il Project Management

1) I singoli progetti sono coerenti con gli obbiettivi aziendali e la relativa strategia decisa?

2) Sono stati definiti i rischi di ogni progetto predisponendo una strategia per fronteggiarli adeguatamente?

3) I progetti sono stati o saranno completati rispettando i programmi iniziali con cui sono stati approvati?

4) I progetti di tipo commerciale hanno rispettato o rispetteranno gli obiettivi di utile? Ci saranno penali?

5) La struttura di management e i sistemi di pianificazione e controllo attuale consentono di gestire efficacemente i vari progetti anche in un ottica di lungo termine?

Questa breve lista di domande non deve essere letta come l’unico e il perfetto modo di ottimizzare i processi, ma piuttosto deve essere intesa come un utile strumento di auto-analisi.
Tramite la risposta a queste domande è possibile capire dove la gestione risulti buona e dove invece sono presenti occasioni per migliorarne l’efficacia.

I problemi più comuni

Purtroppo non è facile definire una lista esatta di tutte le possibili cause di scarse performance, che cambiano da organizzazione a organizzazione, ma solitamente i problemi più comuni riguardano:

  • lo svolgimento di troppi progetti in contemporanea rispetto alle risorse a disposizione
  • l’errata valutazione iniziale dei tempi e costi necessari per i progetti
  • una mancanza di coordinazione che porta i team a non aderire perfettamente ai piani approvati e alle scadenze prestabilite.
  • la mancanza di chiarezza nella definizione dell’apporto che i singoli lavoratori devono dare al progetto
  • il possibile cambiamento delle priorità del progetto che portano al generarsi di conflitti interni.

Come intervenire?

Anche qui si pone il limite già detto in precedenza, in quanto sarebbe scorretto pretendere di poter definire a priori quali sono tutti gli interventi possibili per migliorare le performance. Ciò che si può fare è definire un punto di partenza su cui basarsi per scegliere i progetti di miglioramento da mettere in pratica fornendo un esempio di massima.

5 domande per migliorare il Project Management

In generale è quindi possibile dividere gli interventi in tre macro aree

1. La qualifica del personale

in merito a questo tipo di problematiche possono essere stabiliti programmi di sviluppo e formazione per migliorare la capacità di lavoro in team e diffondere una conoscenza più profonda dei metodi, sistemi, strumenti e politiche di project management a tutti i livelli. Inoltre è opportuno sviluppare le politiche e le procedure per la selezione e la valutazione dei project manager e i relativi bonus.

5 domande per migliorare il Project Management

2. L’organizzazione delle responsabilità

In questo abito è importante assicurarsi che tutte le persone che occupano ruoli di responsabilità le capiscano e le accettino compiutamente. I possibili interventi all’interno di quest’area possono riguardare:

  • l’istituzione di un project management office che assuma la responsabilità per l’implementazione e il miglioramento continuo dei processi
  • l’istituzione in parallelo di un ufficio centrale di programmazione e controllo che fornisca un supporto integrato ai progetti, soprattutto nel caso in cui questi siano numerosi e di piccola entità

5 domande per migliorare il Project Management

Le politiche, le procedure, i sistemi e i metodi di Project Management

Per quanto riguarda quest’area di miglioramento, un possibile intervento è quello di stabilire a livello centrale, possibilmente prima che vengano assunti impegni per un progetto, le procedure di coordinamento dei piani e i metodi d’azione delle varie funzioni aziendali rispetto ai processi.

Il Project management è un argomento molto complesso e vasto, per chi volesse approfondire l’argomento consiglio il libro Managing High-Technology Programs and Projects

I ricavi pubblicitari di Google superano quelli della carta stampata

“la Stampa è morta”  Quante volte ce lo siamo sentiti dire nel corso degli ultimi anni?

Vuoi per una continua sfiducia nell’operato dell’editoria, vuoi per una progressiva diversificazione nella fruizione dei mezzi di informazione (in principio fu la televisione, oggi  la rete nella parte del mattatore), è ormai radicata nella pubblica opinione l’idea che sfogliare il giornale sarà, in un lasso di tempo assai breve, un ricordo destinato ai nostalgici alla “come eravamo”.

Volendo però discuterne in termini più pratici, teorizzare la fine dell’industria della carta stampata vuole dire in buona sostanza ragionare in termini di investimenti: si pubblica vivendo di notizie ma cibandosi di inserzionisti. Barbaro a dirsi specie se si ha una idea alta del giornalismo e del ruolo più alto che esso svolge nelle società moderne, ma, prafrasando Humphrey Bogart “è l’economia bellezza”.

In questo senso allora potrebbero essere considerate come il vero inizio della fine le conclusioni che ha diffuso Statista questa settimana comparando gli introiti derivati dalla vendita pubblicitaria nell’editoria americana dal 2004 ad oggi con quelli incassati da Google in termini di digital advertising.

L’istogramma che vi presentiamo nella prossima immagine, lascia poco spazio all’immaginazione e segna un vero e proprio passaggio epocale :

Si è passati, nel giro di 8 anni, dai circa 70 miliardi di dollari di investimenti nei giornali (quotidiani e magazine) del 2004 ai 19 miliardi del 2012, una regressione che è tanto più grave se posta in relazione con l’incremento esponenziale dei ricavi di Google nello stesso periodo (unica eccezione il 2012, ma di questo parleremo a breve).

Non si può certo non notare come questo rappresenti la prova empirica di quella che da più parti viene definita l’evoluzione darwiniana della pubblicità, evoluzione nella quale il Web è la specie destinata a dominare la scena nel futuro prossimo e che porterà all’estinzione della carta stampata.

Ci permettiamo però di muovere alcune piccole obiezioni di merito rispetto allo scenario descritto sin qui.

Lungi da noi obiettare sulla validità delle analisi effettuate da Statista, i dati sono dati e non è nostra intenzione confutarli. Ciò nonostante ci sembra che in questa nuda esposizione degli investimenti siano state fatte alcune forzature in termini di analisi del contesto storico-economico che sarebbe il caso non trascurare.

Innanzitutto comparare i ricavi su scala mondiale di Google con quelli dell’editoria dei soli Stati Uniti ha un sapore “provinciale : nonostante il mercato americano abbia il primato per mole e qualità di investimenti e sia quello nel quale vi siano senza dubbio gli editori puri che scarseggiano in altre realtà, comprese quelle occidentali (il sistema italiano con aiuti di stato e fondi ad hoc ne è un caso lampante), non è certo l’unico bacino da tenere in considerazione per un’analisi di scenario.

A questa prima piccola obiezione si deve poi aggiungere che nel periodo preso in esame, Stati Uniti prima e resto del mondo poi hanno conosciuto la più grave crisi finanziaria dal 1929. E per quanto le regole non scritte del marketing suggeriscano sempre di investire in pubblicità in tempi di recessione, è noto ai più che la realtà dei fatti consta di tagli considerevoli che le aziende operano proprio in quel settore per non sacrificarne altri.

A tal proposito, si può notare come anche nel campo del digital advertising Google sia incappata in una flessione consistente dei ricavi tra il 2011 ed il 2012, pur segnando il tanto declamato sorpasso sull’editoria. L’istogramma quindi espostoci potrebbe mostrare una ricerca di “risparmio” in un momento storico delicato nel quale, questo sì, le imprese hanno indicato come essenziale la digitalizzazione della proposta pubblicitaria e marginale quello delle inserzioni tradizionali a mezzo stampa.

Al di là di questa mia riflessione un dato è certo: il digitale si è affermato come vettore pubblicitario per eccellenza, se questo suo sviluppo consentirà poi la sopravvivenza delle pubblicazioni a mezzo stampa o ne segnerà la progressiva estinzione, non ci resta che attendere.

Il Winners Party dei Lovie Awards a Londra [GALLERY]

Ai Lovies Awards di Londra se ne sono viste delle belle: L’inventore del formato mp3 dal Fraunhofer ISS, la cantante vincitrice di un Grammy Imogen Heap, il comico miglior amico di dr. House Stephen Fry, più i migliori rappresentanti della creatività digitale europea si sono incontrati per celebrare alla St. Luke Church di Londra.

La nostra Adele Savarese è stata lì per noi, vi diamo un’assaggio dell’evento con questa breve PhotoGallery

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Questo è solo un’assaggio, nei prossimi post avremo video e commenti più approfonditi su questo interessantissimo evento 😉

Eco4cloud: la startup italiana che copia le formiche

Sapevate che i data center sono responsabili del 4% dei consumi energetici a livello mondiale? E sapevate che il tasso di utilizzo dei grandi server raggiunge al massimo il 25-30%? Significa avere un’enorme capacità elaborativa in stand-bye, scarsamente utilizzata, ma che consuma enormi quantitativi di energia.

Una startup Italiana ha la soluzione per ridurre i consumi energetici dei data center ispirandosi ad un modello biologico (osservando il comportamento delle formiche), con grandi risparmi di costo per i propri clienti e per la Società. Raffaele Giordanelli, CEO , ci racconta del progetto Eco4cloud.

Raffale, qual è la storia di Eco4cloud? Com’è nata l’idea, e quali sono stati i passaggi fondamentali?

Eco4cloud nasce da un’idea di ricerca di un gruppo di quattro ricercatori calabresi: Carlo Mastroianni, Giuseppe Papuzzo, Agostino Forestiero e Raffaele Giordanelli, cui si è subito unita Ivana Pellegrino, imprenditrice cosentina che ci ha supportato sul lato business. I primi riconoscimenti arrivano dallo Start Cup Calabria 2011 (terzo posto) e dall’edizione nazionale di Working Capital Telecom Italia, dove la nostra idea, tra le 2140 partecipanti, è risultata la vincitrice!
Le competizioni hanno anche portato in dote i contatti con gli investitori, che sono entrati nel capitale societario ad Aprile di quest’anno con un investimento di circa 2 milioni di Euro.

Di cosa vi occupate?

Offriamo la gestione automatizzata del data center, con l’obiettivo primario di aumentare l’efficienza/efficacia delle risorse utilizzate, ma anche affrontare automaticamente i malfunzionamenti che potrebbero presentarsi. Il tutto garantendo le prestazioni verso gli utenti finale a fronte di una riduzione dei costi di funzionamento anche del 50%. Si tratta di cifre spesso non banali considerata la dimensione di molti di questi centri.

Perchè questo problema è diventato rilevante proprio adesso?

La domanda di capacità computazionale è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni, ma si è preferito aumentare le dimensioni dei data center, con una sempre minore attenzione alla gestione dell’efficienza. Adesso, con l’utilizzazione dei data center intorno al 30% (valore medio), è chiaro a tutti che l’efficientamento è un passo che qualsiasi azienda che gestisca almeno un data center deve compiere.

In cosa si distingue la vostra soluzione?

Il problema dell’ottimizzazione di un data center è, teoricamente, irrisolvibile per grandi numeri con gli algoritmi normali (ha complessità esponenziale)
La nostra è invece una soluzione bio ispirata. Il nostro software sfrutta dei comportamenti osservati in natura per rendere efficienti i data center. Come le formiche raggruppano il cibo in posti ben definiti all’interno del formicaio, noi raggruppiamo le virtual machine sui server di un data center.
La cosa entusiasmante è che utilizzando dei comportamenti osservati natura, riusciamo a fare del bene alla natura stessa.

Il vostro target è costituito da medi e grandi data centers. Come può una neonata azienda italiana rendersi credibile agli occhi di questi interlocutori?

Per affrontare questo problema abbiamo iniziato una serie di certificazioni e di partnership con grossi player. Partecipiamo al programma Microsoft BizSpark e la nostra soluzione è certificata per Windows Server 2008 e stiamo lavorando per ottenere la certificazione internazionale Cisco per eco4cloud.
Il test finale di eco4cloud si sta svolgendo un data center di Telecom Italia, e sta confermando in pieno i risultati attesi.

Quant’è stato importante il contatto con gli investitori?

Per un team molto tecnico potersi confrontare con persone che vantano grande esperienza nel business è stato preziosissimo. La nostra esperienza con gli investitori è stata nel complesso ottima, a parte la lentezza delle trattative iniziali.

Quali sono gli errori che non rifaresti dovendo ripartire da zero con questa azienda? Quali sono i tre consigli chiave da suggerire a chi si lanciasse oggi in una startup tecnologica?

Probabilmente avremmo dovuto assumere prima, il carico di lavoro è più alto dei peggiori incubi!
E’ sicuramente presto per potere dare consigli, ma ci provo:

  • Puntare forte su un’idea davvero innovativa, che sia rivoluzionaria rispetto alla concorrenza, e che non sia solo migliorativa di ciò che già c’è;
  • Monitorare la concorrenza per essere sicuri di mantenere un vantaggio competitivo;
  • Tenere presente i bisogni del proprio cliente e dare una soluzione che li risolve in pieno e sia semplice da usare.

Dove vi vedete tra due anni?

Il 60% del mercato è negli USA. Stiamo terminando in Italia la fase di validazione della tecnologia, terminata questa fase punteremo fortissimo sulla commercializzazione, e quindi all’espansione all’estero.

Non ci resta che mandarvi un grossissimo in bocca al lupo!

Crepi!!!

HowDo, l'app per condividere utilmente le tue esperienze [INTERVISTA]

HowDo è una piattaforma social in versione mobile app per l’acquisizione e la condivisione delle esperienze e delle conoscenze di tutti i giorni. In sostanza, un’app che crea delle guide utili per trovare una soluzione ai casi più disparati: ti serve una maniera superveloce di asciugare i calzini? Vorresti realizzare un piatto di vetro?

Parliamo con il founder Nils Westerlund di user experience, monetizzazione, beta testing e naturalmente della startup di Stoccolma che sta dietro HowDo e che ha ricevuto recentemente un corposo seed round da alcuni dei più accreditati investitori internazionali al mondo, Li Ka-shing (date un’occhiata alla sua biografia su Wikipedia) già finanziatore al tempo di Facebook!

Ciao Nils, e complimenti per il vostro recente Seed Round! Può spiegare ai nostri lettori cosa è HowDo?

Howdo è una piattaforma mobile gratuita per la cattura, la raccolta e la condivisione di “Epic Stories Of Everyday Knowledge” (storie epiche di esperienze comuni).

Una soluzione di guide video o audio più testo non è molto funzionale a catturare le cose mentre stanno accadendo. Per questo abbiamo deciso di rendere il tutto più facile e più divertente utilizzando foto e brevi capitoli sonori: pensiamo che sempre più persone saranno in grado di condividere il modo in cui stanno facendo qualcosa.

Da come asciugare le calze in maniera super veloce a come prepararsi per l’uragano Sandy, queste sono tutte cose che rendono il mondo più interessante 🙂

In che modo HowDo è social? In quale modo gli utenti possono scoprire e condividere le loro guide?

Abbiamo progettato HowDo in maniera tale che sia facile  trovare persone che fanno cose che ritieni interessanti, attraverso il “feed Discovery”, mediante il quale puoi scoprire ciò che i tuoi amici amano,  e seguire le persone che ti interessano.

In questo modo forniamo  agli utenti  ciò che per loro è davvero significativo e permettiamo loro di trovare nuove persone e cose da seguire. Abbiamo fatto di tutto perché sia realmente facile per le persone condividere i player di HowDo attraverso il Web e i social network, utilizzando online players che funzionano sia su desktop e mobile.

HowDo sta cambiando la User Expericence delle persone appassionate di guide FaiDaTe. Ascoltare una guida tramite cellulare è molto più intelligente che seguirla da desktop. Questo è quello che io chiamo hacking! Quanto una fantastica user experience può contribuire al successo di un’app?

Grazie, ci piace pensarci hacker. Tutti nel team sono dediti al prodotto, al comprendere i desideri degli utenti e a come traslare tutto questo in un’esperienza di scambio di conoscenza significativa. Per me la User Experience è tutto.

Il processo di creazione delle guide di HowDo all’inizio era noioso e sono stati necessari molti ragionamenti e miglioramenti per avere la giusta sensazione di velocità e il valore del risultato. Lavorare con Emma e Ian su questo è stato magico, hanno un forte background nel processo di progettazione di design. Naturalmente non è ancora finito, ma siamo fermamente convinti di poterci spingere  ancora oltre.

Ho letto su TheNextWeb che avete testato l’applicazione su un gruppo di 450 beta tester. Come li avete coinvolti con voi per sostenere il progetto?

Siamo impegnati a testare con continuità nuove esperienze con persone dai background più disparati: dai film maker passando per medici e avvocati fino a musicisti. Le cene e i workshop di HowDo sono situazioni ottimali per raccogliere stimoli dai nostri beta tester.

Questo gruppo è cresciuto con il progetto ed è sempre molto divertente far incontrare queste persone tra loro:  ognuno è felice di far parte della creazione di un qualcosa di inesplorato e che ciascuno sente un po’ come proprio.

Emma (co-fondatrice e designer-experience) è stata fantastica, facendo in modo  che tutto questo accadesse,  lo stesso vale per Edward (co-fondatore e programmatore) e Ian (co-fondatore e designer). E ‘stata un’esperienza di apprendimento enorme per tutti noi e siamo incredibilmente fortunati ad avere un buon netkwork che continua a fornire un’impressionante numero di feedback durante la fase di sviluppo.

Il team di HowDo

Hanno investito in HowDo alcuni dei migliori angel al mondo, come Li Ka-shing (già investitore in Facebook, Spotify e Siri). Come monetizzerai  HowDo?

Yeah! Abbiamo un fantastico gruppo di persone che sostengono il progetto: da consulenti a investitori. Wellington Partners  ha guidato il Seed Round insieme a Li Ka-shing  tramite Horizons; Frank Meehan che li rappresenta e Peter Read sono molto disponibili. Anche Leo Giertz (Spotify, Wrapp ecc), Ben Hammersly (Editor at Large, Wired UK) e Henrik Berggren (Readmill) ci stanno dando una mano e hanno un’immensa esperienza nella creazione di aziende che stanno rendendo il mondo un posto migliore.

In questo momento stiamo cercando di sviluppare la migliore piattaforma possibile per condividere esperienze della vita di tutti i giorni, rendendole qualcosa di incredibile e coinvolgente.

Abbiamo un paio di buone idee per il futuro e la monetizzazione dell’app avverrà grazie a queste.

 

Ecco qui il link all’app (gratuita): provatela, non vediamo l’ora di trovare guide made in Italy!

Come Zara ha cambiato radicalmente il fashion retail

Il fenomeno Zara non è di certo una novità della quale cominciare a sorprendersi ora, quello che invece risulta interessante è come una singola azienda sia riuscita a provocare cambiamenti e scossoni radicali in un settore tanto ampio quanto il fashion retail.
Si è affermato un nuovo modello di sviluppo e commercializzazione dei prodotti che ha riscontrato un grandissimo successo e ha messo in ginocchio molti competitor.

Il modello Zara

Il sistema è semplice, almeno da comprendere, e consiste in cicli di sviluppo estremamente ridotti con la conseguente commercializzazione nei punti vendita Zara nel giro di pochissimi giorni, permettendo un ricambio continuo dell’assortimento e il mantenimento degli stock di magazzino ai minimi termini.
Si parla di due settimane come lead time dal bozzetto del fashion designer allo scaffale del negozio, qualcosa di veramente impressionante.

Oltre ai competitor diretti di abbigliamento low cost, Zara sta danneggiando anche molte boutique di fascia alta, questo perché è riuscita a rendere i propri capi elementi di stile che hanno conquistato anche molti personaggi famosi, tra cui Kate Middleton, sdoganando definitivamente il low cost.

La battaglia si gioca anche sugli spazi fisici. Qualunque retailer dell’abbigliamento vuole stare lontano da Zara, mentre quest’ultima va a cercare la vicinanza con i suoi store proprio per “rubare” fette di mercato.

Excursus sulle origini del gruppo Inditex

Se facciamo un passo indietro notiamo che Zara, il gruppo Inditex più nello specifico, nasce nel 1975 restando per circa 10 anni un operatore con qualche punto vendita sparso qua e là.

Mentre è nella seconda metà degli anni ’80 che inizia la sua crescita inarrestabile che la trasforma in una multinazionale della grande distribuzione. Il fondatore Amancio Ortega ha compiuto un miracolo portandola da microimpresa a gigante mondiale.

Quale futuro per gli altri operatori dell’abbigliamento?

Ora quello che resta ancora da capire è se il mercato offre scampo ad aziende del settore che continuano a fare affidamento sul ciclo di sviluppo bi-annuale oppure se il mercato sarà cannibalizzato dallo Zara-model.

La mia umile opinione è che l’abbigliamento low cost seguirà necessariamente la multinazionale spagnola, mentre gli operatori dell’abbigliamento di alta qualità continueranno a usare il modello di sviluppo tradizionale perché sarebbe impossibile sviluppare prodotti eccellenti in sole due settimane.

E voi cosa ne pensate?

Auto, impronte e il segreto di Obama: i migliori annunci stampa della settimana

Si rinnova, come ogni venerdì, l’appuntamento con i migliori annunci stampa della settimana. Il meglio della creatività su carta prodotta dalle più importanti agenzie di comunicazione del mondo.

Le campagne sono accompagnate da qualche riga di commento, non per spiegarle, ma per indicare il modo di amarle.

Tutto con un solo pieno

Da Parigi a Napoli con un pieno

I numeri, di per sé, non dicono nulla. Vantare la miglior prestazione di consumo tra i motori in circolazione non ha certo presa emotiva sul consumatore.

Ecco allora che l’agenzia francese Publicis Conseil inventa un modo semplice, efficace e incisivo per dare senso ad una semplice distanza espressa in chilometri. Una pompa di benzina disegna plasticamente l’itinerario percorribile grazie alle straordinarie prestazioni dei nuovi motori Renault.

Parigi-Napoli con un solo pieno: 1700 km che assumono di colpo un significato pieno e immediato.

Advertising Agency: Publicis Conseil, Paris, France
Chief Creative Officer: Olivier Altmann
Creative Director: Olivier Altmann
Copywriter: Didier Aerts
Art Director: Alexandra Offe
Photographer: Nicolas Descottes

Sentieri digitali

Campagna de L'Espresso per Ipad

La semplicità vince perché è complessità risolta.

La campagna del Gruppo Espresso scende al grado zero della significazione mettendo in scena il senso letterale del verbo “seguire”. Ma proprio mentre sembra risolversi nel dire “il minimo” apre ad un secondo livello di significato utilizzando l’impronta digitale come metafora del device.

La comunicazione acquista spessore, il lettore è divertito dalla stratificazione dei livelli di significazione.

Advertising Agency: Y&R, Rome, Italy
Executive Creative Director: Vicky Gitto
Chief Creative Director: Alessandro Canale
Art Director: Jessica Nardone
Copywriter: Gabriele Di Donato

Al mio segnale scatenate l’inferno

Campagna di Radio New Zealand Concert

“Settling the Score” è il contest promosso annualmente da Radio New Zealand Concert per decretare il pezzo di musica classica più popolare nel paese.

Schierate in assetto di guerra, le retrovie avanzano in attesa di trovarsi faccia a faccia con il nemico. La partitura s’è desta. Cavalcano le valchirie. Al centro infuria la battaglia. Chi sarà il vincitore?

Esecuzione visiva perfetta per un visual epico ed emozionante. A guardarlo vien voglia di invadere la Polonia.

Advertising Agency: Clemenger BBDO, Wellington, New Zealand
Creative Director: Brigid Alkema
Art Director: Mike de Tullio
Copywriter: Mitch Alison
Retoucher/Illustrator: Lightfarm Studios

I fiori del male

Esposizione d'arte dei carcerati della prigione di Rio de Janeiro

L’arte nasce nei posti più inattesi. In una stanza scarna di Arles come nel buco nero di una cella di Rio de Janeiro. Da sempre la fantasia degli infelici si alza sopra la realtà per trasfigurarla e consegnarla all’eternità.

Questa la piccola verità che ci racconta la campagna per la mostra di quadri dipinti dai carcerati della prigione di stato di Rio de Janeiro.

Senza accorgercene, sulla china di un’argomentazione basata sulla similitudine, viene fatta passare un’identità: dopo aver visto la campagna non possiamo che guardare a questi carcerati come insospettati artisti.

Advertising Agency: Staff Brasil, Rio de Janeiro, Brazil
Creative Director: Paulo Castro
Art Directors: Felipe Menezes, Marcos Gemal
Copywriter: Pedro Rosadas
Illustrator: MMJ Studio

Una vittoria di misura

Campagna Durex sulla vittoria di Obama

Chiudiamo in bellezza la nostra rassegna delle migliori campagne stampa della settimana con un colpo di ingegno della comunicazione di Durex.

I creativi della divisione cinese dell’azienda entrano a gamba tesa nell’attualità riorganizzando il materiale visivo dell’ultima campagna elettorale americana intorno a nuovo nucleo di senso. Un irriverente ready-made postato sull’account Weibo ufficiale, il Twitter cinese.

La rielezione di Obama? Una vittoria di misura. Parola di first lady.