Lo Startup Weekend trionfa a Catania [EVENTO]

Si è concluso ieri lo Startup Weekend Catania, svoltosi in contemporanea con gli eventi gemelli di Parigi (Francia), Glasgow (UK), Wroclaw (Polonia), Murcia (Spagna) e Prishtina (Kosovo).

Tre giornate di lavori ospitati dal Business Center Beasy Bureau e frutto dell’impegnativa organizzazione ad opera di Peppe Sirchia, Rocco Miccichè e Alessio Vasta, coadiuvati da Lorenzo Sfienti, partner di Indigeni Digitali, per la comunicazione dell’evento.

Noi di Ninja Marketing abbiamo partecipato all’evento ed oggi lo condividiamo con Voi!

Che cos’è lo Startup Weekend

54 ore per plasmare una startup, dal venerdì pomeriggio alla domenica sera. Una “palestra” per sviluppatori, designer, business e marketing developer, product manager , che hanno avuto modo di confrontarsi con mentor ed investitori per affinare il progetto e provare a trasformare un sogno dai contorni sfumati in un’attività imprenditoriale secondo la logica del “Non c’è problema!”.

Realmente si tratta di un’opportunità per chi si presenta con in mano una semplice idea e necessita dell’ “how to”, nonché di collaboratori per costruire il team, di networking e di un pò di incoraggiamento per credere nel proprio sogno.

Cos’è accaduto nelle tre giornate catanesi

Sold out! Previsti 40 partecipanti, si sono dovuti chiudere i cancelli a quota 83 registrati per overbooking.

Il venerdì pomeriggio i partecipanti hanno avuto a disposizione 60 secondi per presentarsi ed introdurre in pillole l’idea. Si sono presentati gli sponsor A-tono, CrowdEngineering e Neodata e si è proceduto alle votazioni che hanno promosso 11 idee a proseguire per la giornata di “laboratorio” del sabato.

Queste le idee finaliste: GameBet, Condividual.com, EVA.ME, FlaskLab, ClapTrip, GDG Bottle, Te l’avevo detto, Burlesque, Opinion Analysis, Centesimo Drive, ArteUVA.
(per una sintesi di ognuna consultate la pagina Facebook dell’evento qui, oppure potete visualizzare le presentazioni su Slideshare qui).

Le 11 startup in gara hanno costituito dei team integrando gli “esclusi”, in modo da consentire a tutti di beneficiare dell’incontro con i coach nell’ambito di gruppi di studio volti a predisporre le presentazioni per i pitch finali. Oltre ai coach moderatori, sono intervenuti docenti di marketing dell’Università di Catania, imprenditori, consulenti business, marketing e legal, per arricchire il confronto con i giovani startupper, entusiasti anche per l’arrivo a sorpresa di Working Capital di Telecom Italia.

Nel pomeriggio conclusivo lo spazio è stato dato ai pitch. Tra l’emozione della “prima volta” e le risate di chi ha gestito la presentazione come un momento di intrattenimento in grado di strappare piacevoli risate al pubblico in sala, sono stati dedicati 5 minuti per pitch più eventuali 2 minuti per rispondere alle domande della giuria composta, tra gli altri, da: Working Capital, Vertis SGR, Fondo Ingenium di Meta Group, Giovani Imprenditori di Confindustria Catania, e Top-IX.

Le votazioni hanno valutato la customer validation, il business model, l’execution e, parametro extra, la mobile execution, ciò al fine di eleggere i tre vincitori, oltre ad assegnare un premio extra alla miglior mobile app.

And the winner is?

In un clima assolutamente informale, amichevole, divertente e solidale, sono stati eletti i vincitori.
Il premio per “miglior mobile app” è andato a ClapTrip, aggiudicandosi tre giornate di formazione presso US Android messe in palio da Etna Training.

Il 3° e 2° posto sono andati, rispettivamente, ad Opinion Analysis e GDG Bottle. Ma il vincitore assoluto è stato “Te l’avevo detto”.
Carlo Puglisi ed il neo-costituito team hanno trionfato portando sul podio le “profezie” attraverso un’applicazione per social network che con ironia può entrare nelle pagine social dei consumatori incidendo sui loro stili di comportamento (visualizza la presentazione dell’idea vincitrice qui).

Con il frastuono degli applausi dei presenti, che hanno apprezzato l’ironia e la capacità di coinvolgere gli ascoltatori a condimento di un’idea originale, seppur ancora da perfezionare nel modello di business e nella strategia di marketing, è stato assegnato il premio di un anno di hosting da Top-IX, l’Amazon italiana; un anno di mentorship presso Working Capital; supporto al business planning da parte di CentoCinquanta; un anno di iscrizione al Job di Confindustria Catania, ed un mese di co-working presso il Business Center che ha prestato i locali all’evento.

Insomma, opportunità di formazione, crescita e networking che sono state offerte, con sottili differenze, a tutti i vincitori per avviarli al confronto con il mercato e gli investitori. Tra i presenti in sala è trapelato l’interesse a supportare già qualche idea.
La logica del “Non c’è problema: lo startup weekend trova una soluzione per te” evidentemente ha funzionato.

Riflessioni a posteriori di chi ha reso il tutto possibile

A questi giovani facilitator dell’evento si deve riconoscere il merito di aver messo in piedi un’occasione per far uscire allo scoperto valide idee, ma in un contesto dove la competizione è rimasta fuori dalla porta. I sorrisi e la collaborazione hanno fatto da padroni, insieme all’elevata professionalità delle persone che hanno messo le loro competenze a disposizione dei giovani startupper.
E’ in un contesto amichevole ed informale che le idee trovano terreno fertile per crescere!

Peppe Sirchia parla soddisfatto a riflettori spenti:

Abbiamo iniziato a Novembre questo percorso perché volevamo costruire qualcosa sul territorio, dare risalto alla “cultura startup” e far capire che si può anche creare impresa dal basso.
Oltre alla sorpresa legata all’elevato numero di richieste pervenute, oltre le aspettative, le emozioni forti le abbiamo ricevute anche nel vedere i ragazzi partecipare attivamente sia ai talk che alle fasi di lavoro, vederli interagire con i coach in maniera attiva; questo ci ha fatto capire che c’è una forte voglia di costruire qualcosa
”.

Peppe continua:

Al di fuori dai premi “ufficiali”, io ed il mio socio, in veste di Meedori, abbiamo deciso di “adottare” una di queste startup per accompagnarla in questo processo di crescita, cercando di trasferire la nostra esperienza ed ottimizzare al meglio quello che hanno guadagnato.
Sono stati sei mesi di duro lavoro, ma i ragazzi ed il territorio ci hanno restituito tutto molto più amplificato. Catania ha dimostrato ancora una volta che è pronta per proporsi come startup city del Mediterraneo. Sono convinto che sentirete presto parlare di noi
.”

Anche Lorenzo di Indigeni Digitali ha voluto esprimere la sua opinione in merito al vento fresco che sta “accarezzando” Catania e la Sicilia per diffondere una sempre maggiore cultura imprenditoriale:

Gli esperti dicono che nei momenti di crisi emerge sempre il buono dal Paese. A Catania sta cambiando qualcosa ed i giovani si propongono come acceleratori del cambiamento, infondendo nuova linfa e mettendosi in gioco in prima persona.
Lo Startup Weekend è stata la ciliegina sulla torta di questo primo step di un percorso che certamente non finirà qui!
”.

Cambiamento, innovazione e collaborazione possono essere le tre parole chiave di un evento che merita i nostri complimenti ed un grande applauso di incoraggiamento per proseguire in questo percorso di successo.

Cannes 2012, le anticipazioni esclusive dalla giurata Raffaella Bertini!


Raffaella BertiniNata a milano il 14 luglio del 70, sono molto fiera dalle mia data di nascita.Per ragioni familiari ho vissuto a Parigi fino ai 22 anni.Nel 1992, torno in italia per seguire i corsi in Hdemia di comunicazione a Milano.Nel 1995 apro Effects con due soci, prima agenzia “interattiva italiana”. Poi lavoro in Nurun, Arc Leo Burnet ed attualmente sono in Leagas delaney come Head of digital planing.Da 16 anni lavoro nei new media, ho fatto il giurato nel 2005 per gli ADC*E, nel 2006 a Cannes per i Cyber e lo sarò anche quest’anno per i Promo & activation. Adoro il mio lavoro.nel tempo libero pratico surf, scuba diving, paracadutismo e molto giardinaggio.

Federica Scaramelli – Nel 1997 sceglie di iscriversi alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano per poter conciliare ed esprimere mentalità scientifica e animo umanistico. Nel 2001 scappa in Erasmus, al National College of Art and Design di Dublino. Dopo la laurea, comincia come grafica, prosegue come responsabile editoriale di un portale di informazione, e intanto è redattrice per un magazine online di architettura. Finalmente, nel 2010 molla tutto per il lavoro che ha sempre sognato: la copywriter. Appassionata lettrice di ogni tipo di etichetta, il giallo è il suo colore preferito e odia i numeri pari.

 

Anche quest’anno ci siamo.

Le agenzie hanno selezionato i propri lavori migliori, preparato le case history, decifrato le categorie, e finalmente iscritto le campagne.

Anche quest’anno, è già Cannes.

Una settimana, la settimana che tutti aspettiamo. Nel sole di una Costa Azzurra intrisa di aspettative e salsedine, tra giurie, feste, incontri, strette di mano, shortlist, metalli, Grand Prix e tanto alcool, si premieranno le idee migliori della pubblicità mondiale. Quelle idee di cui subito pensi: vorrei averla avuta io. Quelle idee che siglano l’eccellenza dell’anno appena trascorso e gettano tendenze e suggestioni per i prossimi dodici mesi.

Cannes, 2012.

E già il microcosmo frenetico delle agenzie italiane si spacca in due: chi ci andrà, e chi no. Chi avrà un sacco di cose da raccontare e chi chiederà aggiornamenti, intrepido, dalla propria scrivania.

Come Raffaella Bertini, Head of Digital Planning di Leagas Delaney, che a Cannes sarà giurata nella categoria Promo & Activation, e Federica Scaramelli, Copywriter della stessa agenzia, che da Cannes – e da Raffaella – riceverà notizie in tempo reale.

Gli occhi vigili di una giurata e la penna di una copywriter lavoreranno nell’ardua impresa di raccontare gli impegni, i successi e l’atmosfera del Festival Internazionale della Creatività.

Ma cominciamo subito.

Raffaella, è la tua seconda volta come giurata a Cannes. Che cosa ci puoi dire della tua passata esperienza, e cosa ti aspetti quest’anno?

Essere giurato a Cannes è un grande impegno, mentale e fisico. Da mattina a sera si guardano tutte le campagne in concorso, e sono davvero tante. Mantenere la concentrazione è fondamentale, per garantire a ogni lavoro iscritto un giudizio obiettivo e corretto. E richiede un’attenzione costante, lunga una giornata intera. Poi, la sera, cominciano le feste: un brulicare di creativi che si incontrano, si confrontano, si conoscono, si ritrovano. Strade e locali ebbri di idee e cocktail, per una notte intera. E subito è il giorno dopo, e si ricomincia.

Sarà così anche quest’anno. L’unica cosa che cambierà, per me, è la categoria che sono chiamata a giudicare: nel 2006 ero nei Cyber, quest’anno nella Promo & Activation.

Promo & Activation, una categoria che forse non è ancora chiara a tutti: puoi spiegarci quali campagne ne fanno parte?

Rientrano in questa categoria tutte quelle campagne in grado di attivare una relazione con il consumatore, stabilendo un contatto diretto, concreto e quantificabile. Idee forti, fresche e coinvolgenti che sfruttano ad hoc il media attraverso cui sono veicolate.

Quali saranno i principali criteri di giudizio?

Come sempre, a Cannes, si valutano l’idea creativa, che deve essere originale ma immediata, la strategia, l’esecuzione, i risultati e la replicabilità di ogni campagna in mercati diversi da quello per cui è nata.

Quali sono, secondo te, le campagne Promo & Activation più rilevanti fra quelle che hanno vinto l’anno scorso?

Ne ho selezionate cinque, che con diverse strategie hanno saputo sfruttare al meglio il media, comunicando l’idea con forza ed efficacia.

“American Rom” per Kandia Dulce – McCann Erickson, Bucharest

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Grand Prix più che meritato per questa campagna, che ha portato concreti e significativi risultati. E che dimostra come, da parte del cliente, fiducia nell’agenzia e un po’ di coraggio siano fondamentali per la nascita di idee vincenti.

“Save as WWF” per WWF – DDB, Singapore

(http://www.saveaswwf.com/de/)

Un’idea semplicissima, che coglie e identifica in pieno la mission del cliente. Perché per arrivare al cuore del problema e risolverlo non servono sempre grandi budget.

“The missing child” per Initiative Vermisste Kinder – Kempertrautmann, Hamburg

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=hU5KR7qPAlo’]

Ecco cosa vuol dire utilizzare il potenziale del mezzo in modo davvero efficace. E inaspettato.

“Domino’s APP” per Domino’s Pizza – Hakuhodo, Tokyo

Di una coerenza geniale: risponde al brief e crea per il cliente esattamente quello di cui aveva bisogno. Funziona, e va dritta al punto.

“A hunter shoots a bear” per Tipp-Ex – Buzzman, Paris

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=RcGaTzFV-pw’]

Il bianchetto. Usato su internet. Per interagire su un canale YouTube. Questa campagna dimostra che conoscere le nuove tecnologie è il primo passo per creare linguaggi inaspettati e divertenti.

Ma non è finita qui: in occasione dell’anniversario, è uscita una seconda campagna che, anche quest’anno, ha sbalordito tutti, amplificando l’effetto della prima. A proposito, avete provato a vedere cosa succede con l’anno zero?

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=eQtai7HMbuQ’]

E su questo consiglio, ringraziando Raffaella, possiamo chiudere il nostro primo intervento sul Festival di Cannes.

In attesa del prossimo, ci potete trovare su Twitter.

Raffaella – @raffy_bertini
Federica – @_Geeena_

I Souvenir digitali di Michael Hughes

Basta statuette-ricordo da lasciare il giro per casa. Michael Hughes, fotografo freelance che negli ultimi anni è stato in più di 200 paesi, ha creato  una serie di souvenir digitali sovrapponendo ai monumenti più famosi del mondo le loro riproduzioni in miniatura.

Un’idea da copiare per foto-ricordo e cartoline davvero originali .

ù

Antonio Lupetti: "Io, il successo e l'invidia" [INTERVISTA]

Apre un blog in lingua inglese, Woork: in due anni diventa un nome del web design mondiale. Lo trasforma in un blog generalista in italiano (cimentandosi anche coi videopost): Woork Up genera retweets e like a centinaia. L’ultimo nato, Everything Else, in due mesi ha superato le centomila viste.

Metamorfosi dopo metamorfosi, Antonio Lupetti pare sempre inseguito dal successo. Quantitativo, almeno. Perchè lui – una sorta di borderline del web italiano – è amato o odiato senza mezze misure. Per alcuni voce autentica e dissacrante, per altri provocatore costruito a tavolino. Noi Ninja abbiamo cercato di conoscerlo meglio.

Definisci Antonio Lupetti in una parola. Blogger, webstar o brand?

Parti proprio così sparata? I preliminari mi stuzzicano. Ma se preferisci possiamo farne a meno. Fammici pensare un secondo. Vediamo. Brand mi spersonalizza. Webstar mi darebbe un tono eccessivo. Vada per blogger.

Allora mettiamola su un altro piano. Blogger “controverso”. Che dici?

Dico che hai usato un aggettivo affascinante. Carico di tanti risvolti. Se mi concedi una variante sul tema direi “alternativo”. Sì, mi piace. Alternativo. Mettilo pure in corsivo. Tu che dici?

“Alternativo” rispetto a chi o cosa?

Partiamo da una semplice considerazione. Siamo tutti assuefatti a un certo buonismo. E’ una regola consolidata e socialmente accettabile per veicolare i contenuti sui vari media, dalla televisione alla carta stampata. Internet non è da meno. In genere, se si vogliono evitare noie, meno si è provocatori e meno si rischia di urtare la suscettibilità delle persone destinatarie di un certo messaggio. E credimi, non serve farsi beccare in un parcheggio, in flagranza di reato con la ragazza di qualcuno per scatenare l’inferno. Basta niente. Soprattutto sul Web. Se vuoi restare al riparo dalle critiche, segui il semplice postulato universale del “comportati bene e riga dritto”. E’ un approccio conservativo ragionevole. Ma non fa per me. Ecco perché dicevo “alternativo”. Alternativo a tutto questo.

Direi piuttosto “esattamente contrario” a tutto questo.

Me ne frego di un certo bon ton che spopola. Mi piace scrivere con un certo stile punzecchiante. Ad alcuni suscita fastidio. Ad altri strappa una risata. Può piacere oppure no. Ma è naturale attirare l’attenzione quando ti poni in maniera non proprio convenzionale e più irriverente rispetto al normale tenore delle conversazioni a cui siamo abituati. Preciso che non c’è niente di calcolato o studiato. Quello che leggete è la naturale trasposizione del mio carattere. Come nella vita è così sul web. Il risultato è per certi versi esaltante. C’è chi ti ama e chi ti odia. I due estremi della forbice. Le vie di mezzo non sono ammesse. D’altronde non si può pretendere di piacere a tutti. Convincersi del contrario è una fesseria.

Già, però piaci a tanti. A conti fatti sei un manifesto eclatante del successo sui social media, dove hai una presenza costante e diversificata. 107,000 followers su Twitter, 20.600 persone ti hanno accerchiato su Google+, 4100 amici su Facebook. Qualcuno dice: “Ma Lupetti passa la vita sui social?”

Esagerati. Ne dicono tante. Come che ho una qualche società alle spalle che mi cura la comunicazione e il personal branding. Certo, come no. In realtà, sui social network passo meno tempo di tante altre persone. E’ solo che dopo molti anni, avendo raggiunto una certa visibilità, è più facile che i miei contenuti vengano notati e “chiacchierati” più di altri.

Nel 2009, in un’intervista rilasciata a Stefano De Prophetis, sostenevi: “Non perdete tempo a scrivere post sulla vostra vita privata. A meno che voi non siate Paris Hilton, non interessa a nessuno”. 

Non me lo ricordavo più quel pezzo. Hai fatto bene a ripescarlo. Perché a distanza di un po’ di anni posso assicurarti che tutti i più grandi guru a cui mi ero ispirato nel professare quel credo sgangherato non hanno capito niente. Funziona esattamente al contrario. La gente è attratta dalle personalità e dalle storie degli altri. Più parli di te e più s’innesca un meccanismo di vicinanza empatica che rende le connessioni sul web identiche a quelle in carne ed ossa. E chi ti segue lo apprezza perché è come se un po’ ti conoscesse anche dal vivo.

O forse, senza accorgertene, sei diventato la Paris Hilton del web italiano.

Accostamento femminile curioso. Ma poco azzeccato. Avrei detto più Kim Kardashian. Se non altro per il colore dei capelli.

Resta il fatto che da Woork Up sei passato a scrivere “Everything Else”, che è un blog tutto incentrato sulla tua vita privata.

Avevo solo bisogno di sfogarmi e vomitare un po’ di vicende che ho metabolizzato male. Scrivere è un esercizio che aiuta. Ho pubblicato i primi tre capitoli. Hanno avuto un successo inaspettato. Ora sto lavorando a un libro basato proprio sul blog. Lo avrei finito nel giro di qualche mese se nel frattempo non mi fossero piovute addosso delle proposte a cui non ho proprio potuto dire di no.

Qualche anticipazione?

No comment.

Tornando ad “Everything Else”, non puo’ non sorgere il sospetto che la tua sia una scelta calcolata, per attirare nuovo pubblico con un effetto tipo “Grande Fratello”.

Lo dico sempre. Il sospetto è figlio della malafede. Non c’è niente di studiato a tavolino. Niente che sia frutto di chissà quale strategia editoriale. Così come su Woork Up. Scrivo quello che in un certo momento mi ispira. Col tempo, riconosco che ha funzionato. Immagino che se in tutti questi anni mi fossi affannato a cercare la celebrità sul web non l’avrei mai sfiorata neanche di striscio. E’ stato davvero tutto solo un caso. A proposito, ma sei sicura che qualcuno arrivato a questo punto non si stia chiedendo “Ma chi è questo”?.

Non fare il finto modesto. Dimmi piuttosto: non ti pesa esporti così tanto?

Tu lo trovi eccessivo? Vedi, è solo una questione personale. Non siamo tutti uguali. Ognuno è portato ad aprirsi con gli altri nei limiti di quello che ritiene accettabile. Quello che leggi sul blog o sui miei profili social rientra nel perimetro di ciò che io ritengo accettabile.

In quel perimetro ci sono tante donne.

Mi sono appena fidanzato. Non farmi domande scomode o imbarazzanti…

Farò la brava, promesso. Non fai mistero del tuo apprezzamento per il genere femminile. Spesso sotto forma di immagini di belle ragazze non troppo vestite. Dì la verità: lo fai per far “rosicare”?

Credimi, quelli sono mezzucci che non funzionano. In genere conosco persone che rosicano di più quando pubblico le statistiche di certi articoli su Woork Up o quando i miei post su Google+ raggiungono diverse centinaia di +1. Che vuoi farci. C’est la vie.

Che rapporto hai con l’invidia degli altri?

Non me ne curo. E poi, andiamo, cosa ci sarebbe da invidiarmi? Adesso posso farti io una domanda?

Prego.

Mettiti nei panni di uno che legge questa intervista. Secondo te il tono scanzonato della nostra conversazione telefonica si capisce?

Effettivamente sei meno serio di quello che pensavo.

Grazie.

Svelaci qualche segreto. Da un blog di nicchia sul web design molto apprezzato in lingua inglese, sei passato a un blog più generalista in italiano, poi ai videopost, ora al blog intimista. Col tuo successo smentisci la diffusa idea che un blogger debba rimanere fedele al suo campo. E’ così?

Le idee diffuse non sono necessariamente vere. Detto in parole povere: avevo un blog sul web design in inglese, dopo un paio di anni mi ha stancato, sono passato all’italiano e ho iniziato a coprire più argomenti. Il risultato? Il pubblico è cresciuto esponenzialmente. Le opportunità si sono moltiplicate. Dentro e fuori la rete. In Italia c’è molto spazio per chi riesce a far emergere la propria identità sul Web. Molti sottovalutano questo aspetto. Puoi goderti le tue belle soddisfazioni.

La passione per il video, i videopost… E’ questo il tuo futuro?

Non ne ho idea. Non sono uno che pianifica in modo maniacale il proprio futuro. In genere ho una vaga idea di cose da fare, ed è l’idea sbagliata. Ho imparato ad aspettare. Lascio che le cose arrivino da se. A proposito, è da un’ora che stiamo chiacchierando via Skype… Posso farti una proposta?

Sarebbe?

Che ne dici se proseguiamo questa piacevole conversazione in un altro momento?

Certo, quando?

Sabato sera. Per cena. Agghindati. Passo a prenderti io.

Stati di Connessione: Giovanni Boccia Artieri ci spiega i cambiamenti del web 2.0 [ANTEPRIMA]

Stati di Connessione” è la nuova opera edita da Franco Angeli e scritta da Giovanni Boccia Artieri, docente universitario e blogger. In uscita a giorni, il manuale racconta le mutazioni portate da blog, social network, produzione cooperativa stile wiki e dai mondi online. Un libro che si appresta a riscontrare un grande successo e a fare discutere: per l’occasione, abbiamo il piacere di proporvi alcune citazioni tratte liberamente dal volume… in attesa della sua imminente pubblicazione! Buona lettura 🙂

“Siamo […] di fronte a un rovesciamento di senso rispetto alle evoluzioni tecnologiche precedenti che vedevano l’informazione agire sulle tecnologie ma non il contrario. […] Ci troviamo oggi in un contesto caratterizzato da media sempre più personal che strutturano e rendono operativa una dimensione multilife in cui viviamo contemporaneamente online e offline.”

“Blog e siti di social network portano la conversazione interiore dell’individuo, la sua riflessività interiore, entro un contesto in cui si riconoscono e diventano visibili ed esplicite nella connessione le relazioni sociali cui la riflessività si orienta.”

“[…] gli individui sembrano rivisitare le strategie di produzione di senso imparando a vivere con/nei media, forgiando i territori reali/mediali a partire da linguaggi dell’essere-nel-mondo, in primis quelli del corpo, rielaborando i contenuti esperienzali non unicamente in chiave individualizzata ma nell’ambito dell’appartenenza a comunità riflessive, pensandosi cioè in relazione (nella relazione) con gli altri […].”

“Quello che innanzitutto cambia è il senso della posizione nella comunicazione. Eravamo abituati ad essere (e pensarci come) pubblico, consumatori, cittadini. Ad abitare in un quadro di comunicazioni di massa, credendo di poter sviluppare comunicazioni interpersonali profondamente distinte dal mondo dei mass-media. Avevamo solo una cerchia di amici e conoscenti che poteva estendersi unicamente attraverso eventi che avvenivano in spazi e tempi materiali. Oggi, invece, ci troviamo di fronte allo sviluppo di tecnologie della comunicazione e pratiche correlate che modificano la nostra idea di “amicizia” e di “cerchia sociale”, che mutano il nostro percepirci come oggetto passivo delle comunicazioni di massa e cambiano il nostro pensarci come cittadini, consumatori, pubblico. Il paradigma comunicativo è mutato: non siamo più solo “oggetto” di comunicazione ma “soggetto” di questa. Quello che stiamo costruendo è un equilibrio sociale diverso. E ne siamo consapevoli solo parzialmente.”

“L’esperienza non sta solo nel fare esperienza dell’esperienza, come nei media di massa, ma nel performare. Narrazione ed interazione si intrecciano, si coimplicano.”

“Le dimensioni della passione e del piacere che sono alla base della pulsione amatoriale de-contestualizzano il rapporto con la produzione, lo sottraggono alla logica puramente economica e i percorsi di senso che si producono sono valorizzati da forme del valore che sono centrate sulla messa in discussione delle esperienze, sulla creazione di legami di vicinanza e prossimità, sulla valorizzazione del versante affettivo […].”

“In definitiva la Rete, attraverso in particolare i blog, i siti di social network come MySpace e Facebook, le forme video espressive ed identitarie che passano per YouTube etc. è un luogo di sovraesposizione individuale di massa. […] Non si tratta solo della possibilità di crearsi diversi profili in diverse applicazioni ma della ricercabilità di questi tramite appositi motori di ricerca o attraverso la catena di friendship […]. Sul lato della sovraesposizione dei vissuti […] possiamo dire che la Rete sul piano relazionale ci mette in contatto con una proliferazione di sceneggiature di vite immaginate e vissute, con le alterità e le identificazioni, con i piacere ed il disgusto, con il fascino dell’esperienza dell’altro e dell’altrove.”

“[…] Il contesto nel quale ci troveremo ad abitare è teso tra forme di intimità e pratiche di esibizione, è un ambiente complesso nel quale le forme di reciprocità del comunicare tendono ad essere meno sincrone e per questo volatili, ma in cui la relazione sociale sviluppa percorsi nuovi di intreccio tra realtà “reale” e digitale in una prospettiva multilife.”

“Non possiamo parlare più semplicemente di audience: i pubblici contemporanei hanno cominciato ad acquisire la consapevolezza di essere pubblici e di esserlo “in pubblico”, producendo contenuti e non solo fruendoli.”

Berlino per startupper: la mappa di incubatori e spazi di coworking

Appena avete un paio di giorni di vacanza, vi suggerisco di spenderli a Berlino. Sono quasi sicura che non vi capita spesso di avere del tempo libero. Però credo che in questo caso si tratterebbe di tempo ben investito.
Esplorare la scena digitale berlinese, significa infatti immergersi in un network di free lancer e startupper internazionale che abita gli ex spazi industriali della capitale tedesca per qualche mese o anche solo per un giorno in cerca di contatti e stimoli creativi.

Vediamo allora quali sono i luoghi da non perdere per gli startupper che visitano Berlino.


Visualizza Berlino for startuppers in una mappa di dimensioni maggiori

Incubatori universitari e fondi di investimento

Nelle ultime settimane ho descritto gli ecosistemi dell’innovazione nel nord europa (da Helsinki a Tallin) come reti singergiche di iniziative istituzionali e realtà grassroots che si co-evolvono.

A Berlino il panorama è leggermente differente, sia per ragioni storiche (le controculture giovanili ormai da qualche decennio si sono appropriate degli spazi industriali dismessi per dare vita a nuovi luoghi ri-creativi) che sociodemografiche (Berlino, a differenza di Tallin ed Helsinki, è una metropoli, la seconda d’Europa dopo Londra). A Berlino, innovazione istituzionale e culture giovanili, piuttosto che co-evolversi, sembra comincino ora a convergere, a trovare dei punti di contatto, ma a partire da due percorsi separati.

Da un lato abbiamo le università tedesche con strutture dedicate, come l’Humboldt Innovation e l’Entrepreneurship center. Quest’ultimo è un ufficio interno alla Technical University (TU) di Berlino, mentre il primo è una società separata della Humboldt-Universität. Entrambe queste realtà si occupano di trasferimento tecnolgico e forniscono servizi di incubazione a studenti, ricercatori e professori, in modo simile a quanto avviene negli incubatori universitari italiani.

A fianco delle strutture universitarie, vi sono le realtà private come il fondo Earlybird e gli incubatori come Springstar e Rocket Internet. Come descritto nell’interessante post Paris & Berlin – The tale of two cities, a Rocket Internet non lavorano startupper, ma manager sottoposti ad un’altissima pressione per raggiungere gli obiettivi dell’azienda, gestire assunzioni e licenziamenti, e poter fare carriera anche con pochissima esperienza pregressa.

Oltre a fondi e incubatori, in zona c’è anche uno dei caffè più geek di Berlino: St. Oberholz, popolato da programmatori solitari e team impegnati in sessioni di coaching.

Coworking per freelancer e startupper

Passiamo ora dall’altro lato del fiume e addentriamoci nel quartiere di Kreuzberg. E’ in questa zona che si sono diffusi gli spazi di coworking per freelancer che sempre più frequentemente ospitano anche startup e offrono servizi specificatamente pensati per questo tipo di business.

Uno dei primi coworking creati a Berlino è stato The Business Class Net. Alla base del progetto vi è l’idea che più le forme di lavoro diventano indipendenti dal contesto e mobili, più è importante radicarsi socialmente grazie ad una rete di contatti internazionali. Per questo Manu Kumar, il fondatore, ha creato una rete di coworking intercontinentale (da Bangalore a Itaparica) che, nella sede berlinese (una ex fabbrica di birra e di cioccolato) ospita startupper digitali, così come coreografe, ballerine, produttori di té verde e studi di design quali Beyond Berlin.

Tra i 10 coworking più cool del mondo, ci sono anche i berlinesi co-up e betahaus.
Co-up è uno spazio di coworking che organizza eventi coinvolgento le community di programmatori locali e mette a disposizione scrivanie in condivisione, tutto organizzato attraverso il tool Cobot, che consente di gestire la flessibilità dei servizi offerti.

Personalmente, il mio preferito è però betahaus. E’ infatti questa la struttura dove si percepisce la convergenza tra le (contro)culture giovanili e le nuove forme di imprenditorialità. La betahaus è infatti un edificio di 4 piani, il primo dei quali è occupato da un caffè frequentato da geek. Nei restanti piani vi sono una serie di spazi dedicati alla differenti esigenze dei coworker: dal laboratorio attrezzato con stampanti 3D e cacciaviti in affitto per realizzare prototipi di oggetti di design, alla “silent room” per coloro che apprezzano il coworking ma necessitano di lavorare in un ambiente silenzioso e tranquillo. Se volete visitare la betahaus potete prenotare il tour guidato tutti i martedì pomeriggio alle 17.30, oppure iscrivervi alla Betabreakfast, che ogni giovedì mattina ospita freelancer, startupper e i loro pitch.




Sempre nel quartiere di Kreuzberg stanno nascendo anche nuove strutture, come Webworker Berlin, che oltre all’affitto di scrivanie e sale riunioni, mette a disposizione anche un “ufficio virtuale”, consentendo alle startup di avere il proprio indirizzo in uno dei quartieri più ambiti della città.


State già preparando le valigie per Berlino? Beh, allora portate con voi la lista di luoghi in cui fare il check-in.

I Muppet saltano fuori dal cerotto in AR

I Muppet saltano fuori dal cerotto in AR [VIDEO]

I Muppet saltano fuori dal cerotto in AR

I bambini giocano, saltano, corrono e, non raramente, si fanno male. Johnson & Johnson, per limitare il dramma delle piccole ferite che si procurano i bambini, ha pensato di sviluppare (in collaborazione con JWT) una app gratuita per iPhone e iPad per rendere interattivi i cerotti dei Muppet.

Grazie alla realtà aumentata, puntando il proprio device verso il cerotto, sarà possibile interagire con i simpatici pupazzetti Disney (e ridurre urla e lacrime del bambino “ferito”).

Questa app per iOS è scaricabile gratuitamente da iTunes e trasforma la medicazione in un momento di gioco in cui sarà possibile far cantare Kermit la Rana, fotografare Miss Piggy sul red carpet e shakerare Gonzo.

Il cerotto per bambini passa così dalle semplici illustrazioni alla AR. E se fosse anche il pretesto per vendere cerotti a geek infantili amanti di Kermit? Fatemi illudere che Johnson & Johnson li abbia fatti anche per me.

I brand su G+ crescono più rapidamente di quelli su Twitter

Google Plus, il social network della discordia: Big G sta continuando a innovare per offrire servizi agli utenti e ai brand, e le statistiche lo vedono posizionato soprattutto tra i professionisti, anche grazie ai benefici ricavabili in ottica SEO.

E proprio il buon posizionamento sui motori di ricerca sta spingendo molti Community Manager (una professione sempre più mutevole e in continuo cambiamento) a cercare di convincere della validità di un’apertura di un profilo aziendale anche su G+. In loro soccorso sembra venire un recentissimo studio campione di Social Bakers, che analizzando i top 15 brand sul social network e comparandoli con le 15 marche top su Twitter, sottolinea come i primi crescono – in termini di numero di follower – a un ritmo molto più marcato.

Il campione è certamente limitato e dobbiamo considerare come le due piattaforme siano in fasi diverse dei propri cicli di vita, ma la fonte esperta in analisi 2.0 certifica l’importanza di G+ nelle strategie di digital marketing d’azienda: Ninja, cosa ne pensate? Avete avuto esperienze positive o negative legate all’argomento?

Re:route. Pedala e vinci buoni sconto!

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RecycleBank, la società americana diventata famosa per aver trasformato in un business giocoso la raccolta differenziata, è tornata alla ribalta con Re:route, un’originale applicazione che incoraggia i londinesi a spostarsi con altri mezzi alternativi all’auto. E quale è il miglior mezzo per non inquinare e muoversi comunque in velocità: la bicicletta! 

Grazie alla collaborazione con Transport of London, dall’app è possibile controllare le biciclette disponibili presso le stazioni di Barclays Cycle Hire, che è appunto la società di bike sharing attiva a Londra e sponsorizzata da Barclays.

Grazie a Re:route, si può inoltre consultare le previsioni meteo prima di scegliere come viaggiare.

L’agenzia di mobilità cittadina è da anni impegnata in progetti per la riduzione delle emissioni di anidride carbonica e ha colto l’occasione di quest’applicazione e delle prossime Olimpiadi per affondare le radici del suo percorso.

 

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Sin dalla creazione del proprio account su RecycleBank.com ogni utente riceve 75 punti che verranno sommati a quelli che i viaggi oil free garantiscono.

Dopo aver inserito il punto di partenza e quello di arrivo, l’applicazione raccomanda una serie di opportunità di viaggio percorribili. Gli spostamenti vengono memorizzati da un GPS che calcola, inoltre, l’anidride carbonica “risparmiata” e persino le calorie bruciate.

Raggiunta la destinazione finale ogni utente riceve un eco-ricompensa di 5 punti RecycleBank. E’ possibile convertire questi punti accumulati in buoni sconto alimentari, per soggiorni in alberghi, per tagli di capelli, per lo shopping, i centri benessere e molto altro. D’altronde, Recyclebank gode di diverse partnership con Marks & Spencer, Planet Organic, i Champneys ed altri.

@www.recyclebank.com/reroute

 

Una delle caratteristiche più interessanti del progetto è l’incremento dei cambiamenti nella vita reale che avviene prima su scala locale per poi spandersi ad ampio raggio.

In effetti, Jonathan Hsu, CEO dell’azienda, sostiene che “la creazione di questa piattaforma digitale possa coinvolgere un’enorme fascia di utenti, apportando benefici prima di tutto a loro stessi e, nel contempo,  anche agli obiettivi di eco-sostenibilità che tutte le città si propongono”.

L’adattabilità dell’applicazione a molti Paesi fa ben sperare che presto anche l’Italia sia coinvolta nel progetto di RecycleBank: in sostanza è quello che a noi Ninja piace definire un’idea contagiosa!

Nel frattempo, conviene iniziare  ad allenarsi con del buon esercizio fisico, per non farci cogliere impreparati!

Per tutti i nostri lettori che  vivono a Londra,qui sotto trovate il link al download dell’applicazione. Diteci cosa ne pensate!

 

Budweiser si ispira al cinema per il suo spot [VIRAL VIDEO]

Un detto recita che “Ogni birra ha una storia, ogni storia ha una birra”. La storia che c’è dietro ad una Budweiser può avere dell’incredibile. Immaginate un bar sperduto nel deserto, un’ultima bottiglia di birra e il maestro di arti marziali Anderson Silva e l’attore Steven Seagal a contendersela.

Sin dalla sua nascita Budweiser si distingue con una comunicazione aggressiva e molto giovanile, un esempio è il famosissimo spot delle formiche che trasportano la bottiglia di Bud nel formicaio. Una comunicazione accattivante, grintosa e divertente che è da sempre il punto di forza del brand e non stupisce, quindi, che la nuova campagna pubblicitaria brasiliana sia incentrata su citazioni e parodie cinematografiche.

Da “Kill Bill” a “I tre dell’Operazione Drago” passando per l’incredibile spaccata di Jean-Claude Van Damme. I film che vengono citati all’interno dello spot sono i pilastri del genere action-movie e appartengono tutti all’addestramento dell’eroe.

Con “The Great Preparation” Budweiser esplora il mondo dei film d’azione per rimarcare la sua identità grintosa e giovane, ma anche per pubblicizzare gli UFC (Ultimate Fighting Championship), un torneo di arti marziali miste che si tiene in America e che viene trasmesso in tutto il mondo. Il giusto mix per un video che è diventato subito virale. Come si dice, tra Anderson Silva e Steven Seagal non mettere… una Bud!