Jeff Bezos, l'uomo dietro il successo di Amazon

Evidentemente la certezza di aver cambiato per sempre le regole del commercio mondiale, a Bezos non bastava.
Così 8 anni fa si è guardato attorno e si è inventato una di quelle missioni pazzesche, che non ci credi, lontane anni-luce da tutto il resto e che fanno volare in alto: ha deciso di andare nello spazio.

L’ha chiamata Blu Origin: è la sua prima compagnia aerospaziale, finanziata abbondantemente dalla Nasa e decisa a ritagliarsi un ruolo importante 
nel business dei prossimi viaggi spaziali.
Per ora il miglior lancio della Blu Origin ha toccato quota 120 km, precisamente dalla Terra fino alla termosfera. 
Non è ancora la Luna, ma la direzione è quella giusta.
E a quest’uomo dai sogni vertiginosi, la tenacia non è mai mancata.

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Nel 1994 Jezz Bezos aveva avuto un’altra grande idea, questa volta destinata a stravolgere inizialmente il mondo dell’editoria, prima di stravolgere diverse altre cose e diversi altri mondi.

Si trattava di un grande negozio online di libri elettronici e di un dispositivo capace finalmente di leggerli comodamente, bene, come fossero libri veri. 
Il negozio lo chiamò Amazon (dal nome del fiume più lungo del mondo, il Rio delle Amazzoni), mentre il dispositivo prese il nome di Kindle. Ed è stata la prima invenzione, dopo almeno 20 anni di fumosi dibattiti ed esperimenti falliti, a trasformare istantaneamente l’e-book in un dato di fatto.

Un sistema studiato alla perfezione: una libreria sterminata ed uno strumento di lettura comodissimo e perfetto, capace di convincere, in un breve lasso di tempo, enormi quantità di lettori a saltare con entusiasmo dalla carta allo schermo.

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Da ragazzo Bezos era stato – come dire – un nerd.
Magrolino, studioso, bravo coi numeri. Come da stereotipo.
La sua non è mai stata l’affascinante intelligenza ribelle di Steve Jobs: era semplicemente il primo della classe, di tutte le classi. 
Disciplinato, rigoroso, con più cervello di tutti: capiva le cose meglio degli altri e prima degli altri.

A 3 anni smonta la sua culletta con un cacciavite, venti anni dopo diventa ingegnere elettronico alla Princeton University.
Poi comincia a lavorare a Wall Street. L’idea di Amazon gli viene in un lampo: scrive l’intero business plan in auto, in un lungo viaggio da Seattle a New York.
Quando nasce la sua prima azienda, Jeff Bezos ha solo 30 anni. E il quartier general è il suo garage.


Oggi Amazon è uno dei colossi Internet: decine di sedi, fatturati altissimi, quotazione in borsa e un’offerta che, ormai da un pezzo, non si limita più soltanto ai libri. Su Amazon, nel 2012, ogni giorno migliaia di persone comprano di tutto, dai divani allo spazzolino, usando semplicemente una password e una carta di credito.

Eppure, ci risiamo.
Per un uomo dalle ambizioni colossali come Bezos, aver rivoluzionato Internet e una certa idea di commercio – smaterializzato libri, costi di produzione e divani per farli riapparire nelle case di mezzo mondo – deve al massimo rappresentare un’attività preziosa, tutt’al più importante, un buon esempio di intelligenza applicata alla modernità, ma evidentemente non una di quelle cose che cambiano la faccia al Mondo e alla Storia. Non abbastanza epica, o eterna, se volete.

Così per lasciare una traccia visibile nel futuro del pianeta, qualche tempo fa Bezos se n’è andato nel mezzo del deserto texano.
Lì, insieme a una squadra di scienziati e studiosi, ha lanciato un nuovo progetto: costruire il più grande orologio della Storia. Un orologio gigantesco, di 60 metri, con i piedi nelle rocce e il mezzodì alto nel cielo, progettato per misurare il tempo per i prossimi 10.000 anni.

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Nessuno può immaginare cosa succederà nei prossimi millenni. 
Intere civiltà nasceranno e crolleranno. Ci saranno nuovi popoli e nuovi governi. Ciò che noi possiamo fare, oggi, è costruire qualcosa che sopravviva, che viva al di là di tutto questo. Questo progetto è un grande dono a chi verrà dopo di noi, un invito a sollevare gli occhi dal quotidiano e a vedere le cose in prospettiva. Un omaggio al Futuro” (J. Bezos)

Bezos ha voluto ci fosse anche un gigantesco cucù: suonerà una volta soltanto, nel silenzio delle dodici, in un giorno qualsiasi di un millennio futuro.
Ed eccolo, quel giorno, il giorno di Bezos nei libri di storia.

Cosa possono insegnare gli imprenditori africani al mondo

Il fallimento dello studio sull’imprenditorialità africana ha impoverito la nostra visione globale di imprenditoria.

L’ultima indagine Global Entrepreneurship Monitor, per esempio, ha incluso solo l’Africa sub-sahariana, mettendo inoltre sullo stesso piano economie diverse che andrebbero invece analizzate attraverso strumenti appropriati.

Con il sondaggio dell’attività imprenditoriale 2008-2010, anche la Banca Mondiale aveva osservato che il numero dei fallimenti aziendali sulla scia della crisi finanziaria era di gran lunga più elevato nei Paesi sviluppati che nei Paesi cosiddetti in via di sviluppo, scrollandosi però di dosso la necessità di uno studio più approfondito in merito.

Insomma, l’economia africana corrisponde ad un gap culturale effettivo da parte degli studiosi e delle istituzioni interessate allo Sviluppo dei Paesi.

Se invece si fosse manifestata maggiore sintonia con il carattere unico della formazione aziendale in luoghi come l’Africa, si sarebbero potuti mettere in discussione alcuni assunti fondamentali sulla gestione dei rischi.

Così si esprimeva pochi giorni fa Bright B.Simons sull’Hardvard Business Review in un commento relativo la capacità delle imprese africane di fare scuola al resto del mondo.

Ma facciamo un passo indietro. A parlare è stato un imprenditore diventato noto internazionalmente per aver individuato una soluzione digitale al problema medico-farmaceutico dell’Africa della contraffazione dei medicinali.

Bright B.Simons è infatti l’inventore di mPedigree, il sistema SMS d’autenticazione di shortcode per prodotti farmaceutici e attualmente conduce lo sforzo da parte della società da lui fondata, la Network mPedigree, per implementare questo sistema in tutta l’Africa e in Asia del Sud, visto che la penetrazione di cellulari nella popolazione di questi Paesi, che manifestano l’identico problema, è tanto alta da permettere lo sviluppo del progetto.

L’OMS stima che fino al 30% dei farmaci potrebbe portare alle crisi sanitarie che i farmaci contraffatti spesso scatenano, così mPedigree sostiene lo sviluppo di strategie atte a combattere la contraffazione dei prodotti farmaceutici. Lavorando con i fornitori di tecnologie di tutto il mondo, ha lo scopo di portare sollievo ai pazienti a rischio nei Paesi in via di sviluppo, che sono i maggiormente esposti alle crisi.

Inutile dire che il risultato maggiore per la società africana riguarda l’impatto di startup come questa, sia per l’ecosistema economico sia per la cultura imprenditoriale nel complesso, dentro e fuori i suoi territori.

Non è infatti un caso se leggiamo spesso titoli come “La rivoluzione digitale parte dall’Africa“.

Arriviamo perciò al dunque.
Di seguito vi proponiamo uno schema ispirato proprio dalla riflessione di Bright B.Simons, cercando di rispondere alla domanda: cosa possiamo imparare dagli imprenditori africani?

La rivoluzione parte dall’Africa: due idee

Ci sono caratteristiche peculiari dell’imprenditoria africana che si possono considerare rilevanti ai fini dei grandi dibattiti internazionali sullo Sviluppo e la Sostenibilità.

Attraverso un database impressionante di imprenditori, piccole aziende e startup africane orientate all’innovazione, Simons è riuscito a determinare due caratteristiche importanti dell’imprenditoria africana: l’iper-imprenditorialità e la diversificazione in eccesso.

L’iper-imprenditorialità

Nello stile africano iper-imprenditorialità e diversificazione in eccesso sono due variabili molto diverse dai modelli standard di successo commerciale che prevalgono in Occidente, così all’inizio sembrava naturale considerarle negativamente. Ma il vero problema del ragionamento era il presupposto logico: poiché il decollo dell’economia africana è stata più lenta di quanto previsto -il continente cresce del 5% annuo, anziché del 10% manifestato negli ultimi anni da Cina e India- l’ intuizione è stata quella di considerare allora il tasso di turnover del personale.

Così si è visto che i dipendendi di molte aziende mostrano una propensione molto maggiore, rispetto ai loro colleghi occidentali, a lasciare il loro attuale posto di lavoro per avviare un’attività in proprio.

Il grave deficit in followership in Africa è perciò qualitativo, perché corrisponde ad una significava carenza di talento manageriale, vitale per lo sviluppo d’impresa, non di risorse imprenditoriali.

In Africa poi è più facile che si investa in capitale sociale ed umano piuttosto che si generi mero capitale finanziario, com’è consuetudine in Occidente. Ciò avviene perché molti lavoratori africani non sono nelle condizioni di non poter risparmiare abbastanza ed, in alternativa, costruiscono fiducia e contatti, che nell’economia informale sono validi tanto quanto al denaro.
In Occidente questo stesso vantaggio, se si può cumulare con la stessa facilità, vale comunque molto meno.

La diversificazione in eccesso

La tendenza verso ciò che è qualificabile invece come diversificazione in eccesso riguarda un altro dato molto interessante.

I miei colleghi ed io siamo rimasti storditi scoprendo quante imprese concorrenti coesistano insieme: un singolo imprenditore possiede e gestisce in Africa in media fino a sei imprese. Un famoso imprenditore specializzato in servizi dedicati ai rifiuti ha avuto addirittura 66 aziende diverse! “Questo é pazzo” abbiamo pensato inizialmente. Conclusioni che si sono rivelate affrettate.

La diversificazione in “eccesso” è infatti un atteggiamento economico razionale, visto dalla giusta prospettiva. Un unico proprietario d’impresa in Africa svolge praticamente tutti i ruoli, dalla ricerca di soluzioni fiscali adeguate ai vari progetti alla formazione manageriale, fino a tutte le altre funzioni professionali che in Occidente vengono esercitate attraverso diversi -e non necessariamente superiori- mezzi, tra cui l’assunzione di costosi commercialisti, avvocati e consulenti in grado di dare risposte alle esigenze dell’impresa.

In questo modo gli imprenditori provano ad assicurarsi maggiori probabilità di avere successo anche concentrandosi su imprese “minori”, cioè non scalabili, affiancandole a progetti più ambiziosi in modo che ne facciano da leva.

Strutture economiche a confronto

Ancora una volta le caratteristiche tra la struttura dell’economia africana rispetto a quella occidentale fa una grande differenza per l’accezione di imprenditoria e sviluppo economico globale. Ma ci sono altre riflessioni da aggiungere.

1) Quando le risorse a disposizione si confrontano con un minor numero di autorità e regolamentazioni fiscali, si generano maggiori opportunità d’impresa per tutti.
Quando invece le aziende fanno accordi complessi per razionalizzare le loro spese fiscali, i costi nel complesso salgono anziché diminuire.

2) L’aumento dell’inflazione tende a scoraggiare alcuni tipi di investimenti di capitali all’interno di una singola organizzazione, ma favorisce il “parcheggio” del contante in filiali commerciali. Per questo stesso motivo, anche aziende “ortodosse” come le banche -che non sono punti vendita locali di multinazionali- mantengono una vasta gamma di società controllate che, considerando le loro dimensioni (fino a poco tempo fa, molte banche sfioravano una capitalizzazione di 40 milioni di dollari), sembra sconcertante.

3) In un certo senso, gli imprenditori africani preferiscono interagire con ecosistemi profittevoli piuttosto che detenere unità di business. Questi ecosistemi infatti interagiscono con altri ecosistemi in un modo culturalmente elaborato in grado di produrre estrema robustezza, resistenza e flessibilità.

L’epifania è arrivata come un fulmine. Ecco perché il mancato studio dell’imprenditorialità africana è da reputare un fallimento e impoverisce la nostra visione globale di sviluppo e di impresa.

Alla luce di queste considerazioni, l’economia globale a confronto si è dimostrata molto pigra, lottando contro fin troppe imitazioni di prodotti e servizi da parte di imprese ed agenzie, generando bolle speculative.
Cioè generando margini di profitto bassi, salari bassi, crescita stentata, numero di manager, imprenditori e investitori in migrazione verso nuove aree, andando a provocare uno scarso rendimento economico complessivo.

Al contrario, apprezzo profondamente la mentalità imprenditoriale africana. Credo che non solo possa spingere in avanti l’Africa nella sua ricerca per lo sviluppo olistico, ma che sia in grado di indicare linee di gestione innovativa per le imprese e lo Sviluppo di tutto il mondo.

Credits immagini usate nell’articolo: www.thinkstockphotos.it

La CNN vorrebbe acquistare Mashable? [BREAKING NEWS]

‘CNN, divisione di Time Warner, e Mashable sono in trattative avanzate che potrebbero portare presto a una acquisizione del sito di social Web news

Sono queste le parole pubblicate sul sito del NY Times. Il più importante e famoso sito legato a social media e mobile al mondo andrebbe dunque a dare man forte a cnn.com, naturalmente soprattutto sui temi legati alle nuove tecnologie e all’innovazione. Le indiscrezioni parlano di 200 milioni di dollari: se portata a termine, si tratterebbe della più grande acquisizione fatta dal network televisivo.

Ecco Branch, un nuovo social dai creatori di Twitter

I cofandatori di Twitter voltano pagina e lavorano su Branch, un nuovo progetto che promette un nuovo approccio alla conversazione nel web .

Qualche giorno fa il team di The Obvious Corporation, composta dai cofondatori di Twitter Biz Stone e Evan Williams insieme ad un altro membro dello staff Jason Goldman, hanno annunciato la loro nuova avventura. I tre di Twitter avevano già in mente da tempo di concentrarsi su un nuovo progetto e su nuove idee: ecco allora Branch (formalmente conosciuto come Roundtable cioè tavola rotonda).

Essenzialmente, come riportato anche da Digital Trends,  Branch dovrà essere una tavola di discussione basata sui social network.  Sul sito de The Obvious Corporation si legge il manifesto “Getting Smarter” dedicato al progetto Branch in cui Stone scrive:

” Nel passato decennio, il web è diventata la casa della libera espressione per centinaia di milioni di persone intorno al Mondo. Grazie a semplici servizi come i blog, social network e Twitter, ognuno ha la possibilità di esprimersi. [..] Molti  pensano ad internet come ad una risorsa infinita di informazioni, ma  informazione non è sempre sinonimo di conoscenza. Ci piacerebbe che il web evolvesse ad un livello in cui diventassimo tutti più intelligenti mentre siamo connessi. [..] Abbiamo sviluppato un prototipo che permette azioni collaborative nella forma di conversazioni costruttive. Il prototipo, chiamato Branch, (formalmente Roundtable),  favorisce un alta qualità di conversazione. Gruppi di persone sono invitati a partecipare costruttivamente a tavoli di discussione intorno ad argomenti a loro pertinenti. [..] “

Così Branch promette di essere una piattaforma web un po’ più evoluta e adulta di Twitter, cercando di concentrarsi maggiormente sulle conversazioni e superare i contenuti più superficiali o i monologhi degli utenti in rete. In altre parole, il luogo adatto per ospitare gruppi di discussione e confronto dove ognuno può portare un contributo significativo e costruttivo. 

Sicuramente una buona idea, staremo a vedere la realizzazione. Voi che ne pensate?

Il guerrilla di Heineken per i tifosi della Champions League

Heineken ha dato vita ad un’azione di guerrilla marketing davvero inusuale. La  location, un albergo che ha ospitato diversi tifosi (ignari protagonisti dell’azione) di un match della Uefa Champions League.

In ognuna delle stanze sono state installate delle microcamere che hanno ripreso le reazioni dei tifosi che all’ingresso, hanno ritrovato ad attenderli il tanto ambito Trofeo.

L’azione di marketing non convenzionale si inserisce nel progetto che vede la promozione della coppa in tutto il mondo, nel Champions League Trophy Tour.  Questo tour ha permesso un incontro ravvicinato tra il trofeo e i tifosissimi, in vista della finale di Maggio.

Le reazioni dei tifosi di fronte all’inaspettato (quanto mai graditissimo) ospite in camera, sono ovviamente, di gioia assoluta.

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E voi come avreste reagito nella stessa situazione?

Starbucks e il concept store The Bank ad Amsterdam: sperimentazione e glocalizzazione

Considerando la sua meritata fama progressive, Amsterdam è il luogo ideale per provare cose nuove. Lo sa benissimo Starbucks, che l’8 marzo ha aperto le porte del suo nuovo concept cafè, rinominato ‘La Banca’ a causa della sua posizione nel caveau di una banca storica sulla Rembrandtplein.

Come con tutti gli store Starbucks, il negozio di Amsterdam si presenta come una svolta radicale nel mondo dell’estetica.

Sotto la direzione di Liz Muller oltre 35 artisti e artigiani hanno equipaggiato lo spazio sotterraneo con stravaganti tocchi di design e materiali locali sostenibili: piastrelle di Delft, pareti rivestite con tubi di biciclette, stampi per biscotti di pan di zenzero in legno e tela di sacco di caffè, e graffiti che evidenziano i più importanti commercianti olandesi di caffè del 17° secolo, in un’ottica di glocalizzazione e di forte legame con il territorio.

L’intero negozio è stato progettato per rispettare l’architettura della banca storica, ma anche per trattare il caffè in modo teatrale. É il primo Store al mondo che può vantare la nomea di ‘laboratorio’. Un grande negozio ispirato alla cultura contemporanea olandese e alla sua tradizione di caffè. La Banca è stata creata appositamente per spingere Starbucks oltre il limite in termini di innovazione e sperimentazione.

Funzionerà come centro di sperimentazione per innovativi metodi di erogazione del caffè e offrirà riserve di caffè più unici che rari, introvabili in qualsiasi altro luogo del continente. Il tutto condito da croissant freschi al mattino e biscotti freschi nel pomeriggio, con tanto di tweet che ne annuncerà l’orario preciso di uscita dal forno!

Starbucks La Banca non si sente come un caffè americano in Europa, ma come un caffè olandese perfettamente integrato.

Codemotion 2012: il programma tecnico è online!

Codemotion 2012: il programma tecnico è online!

Amici ninja, vi ricordate dell’evento gratuito aperto a tutti i linguaggi e tecnologie? Il Codemotion 2012 sta per arrivare, più ricco che mai!

Codemotion 2012: il programma tecnico è online!

Due giorni pieni zeppi di appuntamenti, due giorni che solo i veri amanti del codice possono affrontare. Una maratona di interventi tecnici, laboratori, incontri sull’innovazione e hackathon: ecco cosa riserba il programma del Codemotion 2012 per i suoi affezionati partecipanti.

Negli oltre 80 talk presenti nel programma del Codemotion, verranno trattate le nuove tecnologie che impatteranno sulla nostra vita, come la NFC (Near Field Communication) e nuovi approcci per gestire le informazioni, come i GraphDB. A fianco ad argomenti da sempre presenti, come lo sviluppo software e i linguaggi di programmazione, si parlerà anche di Gamification, Arduino, GitHub, Netografia e Open Data.

Codemotion 2012: il programma tecnico è online!

L’affascinante tematica del Gaming avrà dedicata un’intera parallela. I talk tecnici sono stati selezionati con una C4P aperta a tutti e il programma organizzato con l’aiuto delle oltre 20 community che sostengono il Codemotion.

L’innovazione sarà una colonna portante del Codemotion 2012 con l’iniziativa Start up in Action, con la quale 20 Startup seguiranno un percorso di miglioramento sui propri pitch e potranno incontrare sviluppatori e co-founder.

Per i partecipanti che vorranno sperimentare le tecnologie saranno organizzati due laboratori a tema mobile che approfondiranno SmarTv , HTML 5 e Javascript. E’ in fase di definizione anche un laboratorio che vedrà protagonisti i bambini. Per i più e creativi verrà organizzato un Hackathon orientato all’interazione tra mobile e realtà.

Riassumendo:

– più di 80 talk tecnici

– un hackathon in notturna

– 2 lab mobile

– 1 lab per i bambini

– 1 concorso per startup

Il Codemotion si terrà a Roma il 23 e 24 marzo 2012. E ricordatevi il Curriculum Vitae!! 🙂

Scarica il programma [PDF]

La cosa più sorprendente dell’Universo [VIRAL VIDEO]

Qual è il fatto più sorprendente che può condividere con noi circa l’Universo? È la domanda posta a Neil DeGrasse Tyson, astrofisico e divulgatore scientifico statunitense, in un’intervista per il Time Magazine. La sua risposta è tutta in questo bellissimo, emozionante video.

“To Build a Home” della Cinematic Orchestra accompagna lo scorrere di immagini straordinarie, montate ad opera da Max Schlickenmeyer, videographer freelance, regalandoci uno spettacolo finale da brivido.

“Non solo gli alberi, le montagne, gli oceani. Il fatto ancora più sorprendente è come abbia avuto origine tutto questo, dal più debole fotone di luce alla più grande galassia. E la cosa ancora più sorprendente è che l’Universo stesso non può essere ancora compreso del tutto”.
Attualmente Neil De Grasse Tyson dirige l’Hayden Planetarium del Rode Center for Earth and Space di New York. L’Universo ha ancora bisogno di lui!

Crociere Royal Caribbean, parte la nuova campagna global

Molti credevano che dopo la tragedia della Costa Concordia la pianificazione dei competitors diretti si sarebbe fermata. A due mesi dall’accaduto, MSC Crociere è già in tv riproponendo la sua campagna “Dettagli” (Euro RSCG, 2010) e da domenica 11 Marzo è in onda la nuova campagna tv di Royal Caribbean.

Realizzata dall’agenzia McCann Erickson, la campagna ha come focus centrale il mare. I clienti vengono interrotti nella loro routine quotidiana (lavoro, scuola, traffico) da una telefonata attraverso una conchiglia: è il mare che parla. Le reazioni sono diverse: c’è chi sorride, chi sembra divertito e chi assolutamente deciso a partire.

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La campagna, oltre al film istituzionale, prevede altri tre spot (sempre di 30 sec) riferiti a cluster specifici: “Premiumness“, “Famiglie a bordo!” e “Avventura” in linea con l’ampia e differenziata offerta di Royal.

Tu che mare sei?

Si punta quindi all’aspetto emozionale di una crociera, il bisogno di vivere il mare in maniera totale (come risulta dai focus group e da ricerche quantitative effettuate dalla compagnia). Obiettivo della campagna pubblicitaria, che sarà declinata anche all’estero e sul web, incrementare ulteriormente la quota di mercato italiana già cresciuta dal 3,5% al 7% nel 2011 (dove Costa Crociere ed MSC detengono circa il 90%).

Un investimento in comunicazione addirittura triplicato quest’anno che dimostra quanto la Royal Caribbean sia decisa a conquistare nuovi clienti italiani e quanto sia fiduciosa di superare questa fase di stallo del mercato “post Concordia”. Non ci resta che vedere cosa accadrà nei prossimi mesi.

Intanto è stata anche lanciata la nuova Facebook Timeline dell’azienda a questo link.

CREDITS:

Agenzia: McCann Erickson
Executive Creative Director: Alex Brunori
Creative Director: Gaetano Del Pizzo
Copywriter: Francesco Lamberti
Art Director: Paolo Raffaello Rubino, Julia Finocchi
Casa di produzione: The Family
Regista: Marco De Aguilar