Ancora Grillo: `La TV non conta più`

“Da circa due mesi – ha raccontato il comico genovese – ho aperto un mio blog: ogni giorno inserisco una notizia e lascio che tutti la possano commentare. Ora i contatti giornalieri sono arrivati a 50 mila, come un giornale medio. Inoltre in alcuni bar mi è capitato di vedere sui tavolini delle stampate con le mie ultime notizie al posto del solito quotidiano”.

“I nostri politici – ha insistito – continuano invece a credere che sia importante andare da Vespa o a Ballarò, non hanno capito che non conta nulla. Prodi aveva aperto un blog e poi lo ha chiuso spiegando di non avere tempo per leggere tutti i messaggi: ma vi rendete conto!”.

Il ragionamento di Grillo ha preso quindi la piega a lui più congeniale di una requisitoria satirica. Nel mirino soprattutto i grandi manager come l’amministratore delegato di Enel Paolo Scaroni, che parla senza pudore di “carbone pulito”, e il presidente di Telecom Italia Marco Tronchetti Provera, “l’ostacolo che si frappone tra me e la conoscenza”, pretendendo tariffe esose per l’adsl. “Ci raccontano un sacco di frottole – ha detto ancora Grillo – come quella che siamo all’avanguardia nelle connessioni, in realtà Telecom in Francia vende un prodotto migliore a molto meno, ma lì non può fare altrimenti visto che non è in monopolio”.

“A decidere delle nostre vite – ha concluso Grillo – sono personaggi come questi, non i politici, ma loro non se vanno dopo quattro anni, rimangono al loro posto” e malgrado “licenziamenti di massa e debiti da capogiro” continuano ad aumentarsi lo stipendio senza ritegno.

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Una `non-shop` boutique per Peroni a Londra

Una bottiglia di Nastro Azzurro Peroni esposta come un gioiello. Tutti la possono guardare, nessuno la può toccare. Succede a Londra dove l’agenzia pubblicitaria The Bank ha ideato quella che è stata definita la prima London’s First “Non-Shop” Boutique.
Un’idea di comunicazione piuttosto originale, non trovate?

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Joi Ito ci parla del Creative Commons

C’è una terza via tra persecuzioni e pirateria: Joi Ito è venuto in Italia per spiegare la filosofia del «Creative Commons», e cioè come Harvard e Stanford stanno sviluppando il volto umano del copyright.
Secondo il guru giapponese «uno degli effetti più interessanti che si osservano quando delle forze si mobilitano per comprimere le libertà civili è che, altrettanto rapidamente, nascono nuovi movimenti per controbilanciare l’attacco».
Joi Ito, 38 anni, tecnologo, venture capitalist ed instancabile conferenziere giramondo, è stato definito dal World Economic Forum una delle 100 personalità più influenti dello scenario hi-tech globale. Fa parte del board di Creative Commons e, dal 2004, del consiglio di amministrazione dell’Icann.
Creative Commons nasce nel 2001 e conta tra i suoi sostenitori il Center for Public Domain (fondazione creata da Bob Young e Mark Ewing di Red Hat) e soggetti del calibro della William and Flora Hewlett Foundation, forte di 5 miliardi di dollari di patrimonio, creata da uno dei due fondatori di Hp.

Contro le norme restrittive
Creative Commons, presieduta da Lawrence Lessig, nasce in seno alle più prestigiose istituzioni giuridiche statunitensi come il Berkam Center for Internet & Society (facoltà di legge di Harvard) e la Stanford Law School.
La ratio di questo progetto è che la maggior parte degli uomini-chiave della dottrina giuridica americana ritiene che le norme sul diritto d’autore siano ormai divenute troppo restrittive rispetto a quanto è ormai reso possibile dalla distribuzione interattiva.
Le licenze Creative Commons non sono state disegnate per il software (come Gnu) ma per le altre opere dell’ingegno come libri, musica o produzioni video. Lo scopo non è solo quello di incrementare il montante di contenuti liberamente disponibili on-line ma anche quello di renderne più agevole l’accesso e soggetti come Yahoo! stanno già implementando in beta sezioni specializzate per la ricerca di contenuti licenziati sotto Creative Commons.
Le licenze di questo tipo consentono di distribuire le proprie produzioni in una maniera molto più articolata rispetto al classico copyright. Si va dal Founder’s Copyright, dove i diritti rimangono riservati per 14 anni (rinnovabili per altri 14) contro i 70 anni della vigente legislazione sul copyright classico al Music Sharing License dove il copyright rimane di proprietà dell’autore ma viene consentita la distribuzione dell’opera dell’ingegno attraverso i canali del P2p.

Articolare, non abolire
Creative Commons non abolisce il copyright ma introduce un’articolazione più consona alle possibilità tecnologiche esistenti e la febbrile attività di conferenzieri come Joi Ito è tesa a chiarire le valenze industriali e sociali di questo framework evidenziando l’inadeguatezza storica del rigido approccio tenuto sin’ora dalle major. Nelle scorse settimane Joi Ito ha tenuto una serie di conferenze a Roma e Milano.
Nella conferenza di Roma e in maniera ancora più eloquente nell’ambito di una cena informale con alcuni giovani analisti, Joi Ito ha avuto modo di chiarire il proprio punto di vista che è poi quello di uno dei più ascoltati consulenti strategici del momento con un portafoglio di importanti società clienti come per esempio Nokia: «Il P2p farà crollare Hollywood? Beh, non facciamo da tempo neanche più le piramidi ma la civiltà non si è certo fermata per questo»…
Il pensiero di Joi Ito è che non vale la pena di cercare da subito modelli di business per giustificare il P2p e tranquillizzare l’ansia delle major. Basta pensare che killer applications come Hotmail o eBay nacquero senza modelli di business (Pierre Omidyar, fondatore di eBay, era un suo compagno di college) ma «solo per essere utili». Se in seguito divennero grandi business è «perché sulla Rete è facile adattare il business model», sostiene Ito.

Marketing virale
Il guru non nasconde di guardare alla Rete come a un immenso laboratorio sociale dove le innovazioni sembrano susseguirsi senza soluzione di continuità assecondando «un processo bottom-up che potenzia le applicazioni vincenti grazie al passaparola.
La verità è che siamo nel bel mezzo di una lotta tra due visioni del marketing: da una parte c’è il marketing virale, quello della Rete basato su blog, chat line e passaparola, dall’altro c’è quello tradizionale con immensi investimenti pubblicitari che tentano di forzare il mercato verso scelte preconfezionate. Se avremo il coraggio di rinunciare al vecchio marketing avremo più soldi per R&S e ricerche di mercato e saremo in grado di dare meglio e prima quello di cui la gente ha veramente bisogno.

Content divide
Secondo Joi Ito ci stiamo avvicinando pericolosamente a una situazione di content-divide enfatizzata dalla impossibilità di gestire il digital right management del copyright tradizionale che si articola nazione per nazione imprigionando la distribuzione on-line dentro un caleidoscopio di contratti che variano Paese per Paese. «Tutto questo accade mentre il media mix sta diventando sempre più importante, servono standard aperti, cross-media. Del resto non bisogna dimenticare che la generazione Y, quella degli under 30, ritiene che interagire sia un diritto.
I giovani non si scambiano gli Mp3 solo perché sono gratis ma anche per interagire, per essere partecipi di una community.
Le major non vogliono capire ma il dato di fatto è che grazie al P2p ed agli Mp3 la gente ascolta più musica e presto verranno fuori modelli di business anche per il P2p. Aumentano gli atteggiamenti esplorativi e dimuisce il monopolio delle hit intese come frutto di ingenti iniziative promozionali.

Probabilmente non avremo più un altro Michael Jackson ma una miriade di iniziative spesso autoprodotte». Una visione che trova conferma nei rendiconti finanziari di un colosso come Pinnacle che ha recentemente acquisito la tedesca Steimberg, leader nel software di autoproduzione: «Vogliamo rendere democratica la produzione della musica dando strumenti di produzione audio di qualità professionale al maggior numero possibile di utenti della Rete in modo che possano poi accedere a forme innovative di distribuzione come il P2p».
L’incontro con Joi Ito si conclude in tarda serata e prima di congedarci gli domandiamo se negli Usa si avvertano segni di ostilità verso soggetti come Sony che, tutto sommato, oltre a produrre soluzioni software e hardware controllano etichette di primo piano tanto nel cinema quanto nell’industria discografica.
La risposta di Joi Ito è laconica: «L’università di Stanford utilizzava un software di una casa poi acquisita dalla Sony. Appena i vertici dell’università hanno avuto notizia dell’acquisizione si sono ben affrettati a revocare ogni contratto cambiando fornitore».

Dove ci sta portando l’enfasi sui diritti d’autore
Lawrence Lessig insegna alla Stanford Law School ed è il fondatore dello Stanford Center for Internet and Society. Guida il progetto Creative Commons. È autore di Code: and other laws of cyberspace e The future of ideas (non ancora tradotti in italiano).
In compenso è tradotto, e fresco di stampa, Cultura libera che esce per i tipi di Apogeo; 256 pagine, 15 euro.
Alla ricerca di una terza via tra chi vuole proteggere tutto, difendendo interessi acquisiti, e chi vorrebbe tutto “libero”, Lessig ha una posizione articolata e profonda, in equilibrio fra anarchia e controllo: difende l’idea di un creative commons, uno spazio pubblico di libertà, ed è a favore di licenze limitate, in cui non «tutti», ma solo «alcuni diritti» sono riservati.
Per combattere l’estensione illimitata dei diritti di proprietà, che porterebbe a una sciagurata «feudalizzazione» della cultura.

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Primo esperimento italiano di BooktrailerADV!

Dopo le prime sperimentazioni in America e Gran Bretagna, arriva anche in Italia il booktrailer, un originale e innovativo strumento di promozione editoriale in Rete.

Cos’è un booktrailer? Si tratta di un breve video multimediale costruito sul modello dei trailer cinematografici, il cui scopo è di evocare attraverso immagini, musica e parole i temi e le atmosfere di un romanzo, accendendo l’interesse dello spettatore e lasciandogli la curiosità di saperne di più.

Suggestivo e accattivante come un film o un videoclip, dotato della stessa forza e immediatezza comunicativa, un booktrailer è in grado di descrivere in pochi secondi i contenuti di un libro più efficacemente di mille parole.

Marsilio Editori, la prima casa editrice italiana a credere con convinzione in questo nuovo veicolo di diffusione e comunicazione online, ha commissionato al giovane team Bonsaininja (partner del network di videoartisti www.creativants.com ) un booktrailer per il romanzo noir Baciami, Giuda dell’americano Will Christopher Baer, in uscita ad aprile nella collana Black.

Il risultato è un prodotto all’avanguardia, tra i più avanzati nel suo genere a livello internazionale, un video di grande fascino e impatto che, con uno stile visivo a metà strada tra Seven e Fight Club, cattura alla perfezione l’essenza del romanzo di Baer.la schermata del sito Baciamigiuda

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Con Ikea metti a posto il dildo

Ah questo è bellissimo! Io l’ho visto qualche tempo fa alla notte dei leoni, o dei pubblivori. E’ uno spot Ikea avantissimo. Quasi imbarazzante, ma ci fa capire come sia differente il contesto culturale e l’apertura mentale di alcuni paesi europei. Uno spot che punta sull’ironia ma che mette bene in evidenza il benefit dei prodotti ikea pubblicizzati, sempre con uno stile che fa di Ikea un punto di riferimento anche in termini di attualità culturale. Purtroppo in Italia non lo vedremo mai, soprattutto ora con la nuova rotta neocon del Vaticano. Gustatevelo e fateci sapere che ne pensate…

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FOCUS – Il futuro di agenzie e centri media

Leggi l’articolo di Maurizio Goetz

Agenzie di pubblicità in cerca di un nuovo ruolo

Risale all’ inizio degli anni 80 la decisione da parte dei principali gruppi pubblicitari, con WPP in prima linea, di separare il “lavoro creativo” delle agenzie da quello più “scientifico” della pianificazione media, dando luogo a due entità separate, l’agenzia pubblicitaria ed il centro media, in grado di collaborare secondo principi di efficienza e di specializzazione delle competenze. La proliferazione dei veicoli pubblicitari ha in seguito reso ancora più strategica la funzione dei centri media. Le tecniche di pianificazione degli investimenti pubblicitari hanno raggiunto ultimamente un elevato livello di sofisticazione. Alcuni centri media capitanati da Carat negli Stati Uniti hanno intuito sin dall’inizio le potenzialità del below the line e di internet, quando il mondo dell’advertising tradizionale ancora non era interessato ai new media, poiché non si era ancora sviluppata una massa critica e quindi un loro possibile utilizzo come strumenti di marketing.

In un intervista raccolta da Joe Cappo, opinionista della rivista Advertising Age, David Verklin, CEO di Carat North America dimostra di avere le idee chiare sul futuro dell’advertising e su quello delle agenzie. Questo è il suo pensiero: “solitamente un agenzia di pubblicità sviluppa una strategia creativa per poi assegnare al proprio “media department” il compito di pianificare i mezzi più idonei per quella campagna. Oggi invece sempre più spesso la strategia media arriva per prima e ha il compito di identificare il mercato; solo successivamente, l’agenzia sviluppa una strategia creativa specifica per i singoli segmenti del mercato.

Nel suo libro intitolato “the future of advertising”, Joe Cappo riporta un’emblematica dichiarazione di Steven J. Hayer, (allora presidente e CEO di Coca Cola Ventures ed attualmente presidente e COO di Coca Cola) che risale alla metà del 2002 circa il futuro delle agenzie di pubblicità e relativamente al loro ruolo nella costruzione di valore per le strategie dei loro clienti. “Ai tempi di David Ogilvy e prima di allora, le agenzie di pubblicità erano il partner di maggior valore che un CEO potesse avere. Le agenzie hanno dato via, negli ultimi trent’anni gran parte del business a società di consulenza. Il grosso problema è che le agenzie hanno definito in modo troppo “circoscritto” il loro ruolo sul mercato, posizionandosi come agenzie pubblicitarie più che agenzie di marketing e concentrandosi troppo sul lato creativo invece di focalizzarsi nell’aiutare i brand a costruire una posizione forte all’interno di una categoria. Le agenzie hanno bisogno di un vocabolario comune che armonizzi le differenti discipline e ciò non è ancora stato fatto. Noi (clienti delle agenzie ndt) vogliamo che le persone in un’agenzia comprendano i nostri obiettivi di brand e siano i nostri partner strategici, poi abbiamo bisogno che loro siano in grado di costruire piani all’interno di una piattaforma media integrata. In una certa misura ciò comincia con una migliore comprensione del piano media che lega i consumatori ai touch point più di quanto lo faccia l’idea creativa.”

Hayer ha una percezione molto precisa delle tendenze in atto nel mondo dell’advertising essendosi occupato di comunicazione, prima come presidente di Young & Rubicam, operando poi all’interno di Turner Broadcasting System e avendo quindi “osservato” successivamente il mondo dell’advertising anche dal punto di vista del cliente.

Il 2005 sarà l’anno di svolta per le strategie di comunicazione?

Nel corso della conferenza annuale The Future of Media organizzata dalla rivista Media Magazine, che ha avuto luogo a New York alla fine di settembre 2004, sono state delineate le future tendenze della pubblicità a partire dal 2005. Si prevede che già dai prossimi anni, assisteremo a grossi cambiamenti nel consumo dei media da parte dei diversi pubblici. La progressiva penetrazione del broadband e della televisione digitale, avranno un impatto sui modelli pubblicitari, che si trasformeranno da interstiziali a collaborativi e contestuali rispetto ai contenuti in modo da valorizzare e non interrompere l’esperienza di fruizione.

Ci stiamo avvicinando ad una realtà in cui sempre di più gli utenti sceglieranno i propri palinsesti e le modalità in cui essere esposti ai messaggi pubblicitari. In tale processo di cambiamento, concetti come reach e frequency e GRP potrebbero perdere di significato. Le agenzie di “Madison Avenue” sollecitate dai loro clienti sono quindi alla ricerca di nuove modalità di pianificazione, basate sulla definizione dei migliori “punti di contatto” per coinvolgere il consumatore, nel luogo e nel momento, in cui è potenzialmente più ricettivo ad un messaggio pubblicitario. Evidentemente questo richiederà grande flessibilità ed un nuovo approccio alla comunicazione.

Agenzie creative e centri media di nuovo insieme?

In seguito all’intenso processo di concentrazione che ha rafforzato i “quattro colossi” internazionali della pubblicità, sono stati avviati all’interno di questi grandi gruppi, forti programmi di integrazione, ma secondo Brian Williams presidente e CEO di Element 79 un’agenzia statunitense del gruppo Omnicom, il processo ha avuto luogo solo a metà e più da un punto di vista esecutivo che strategico. Il concetto di integrazione è corretto, aggiunge Williams “ma non è sufficiente per come viene fatto oggi. Secondo Keith Reinhard di DDB se il processo non si è ancora completato non è solo responsabilità delle agenzie ma la causa sarebbe imputabile a tre ragioni: 1) una scarsa domanda per l’integrazione fra i diversi servizi di comunicazione e di marketing nella misura in cui gli stessi clienti lavorano per comparti stagni, come le agenzie, attraverso funzioni aziendali che spesso non collaborano 2) la mancanza di competenze generaliste e cross funzionali 3) una remunerazione del lavoro delle agenzie per il lavoro di coordinamento ed integrazione indipendentemente dall’esecuzione.
Il primo passo per l’integrazione è la creazione di gruppi di lavoro o strutture snelle di coordinamento tra diverse società o diversi dipartimenti di un agenzia come testimonia Lori H. Schwartz, director of emerging media di Universal Mc Cann Interactive/Zentropy Partners. Molte agenzie di pubblicità possono vantare grandi talenti nelle singole aree della comunicazione e del marketing ma ancora non sono riuscite ad integrare le diverse competenze per offrire ai propri clienti servizi all’altezza delle mutate aspettative.

Non è possibile dire se il processo di concentrazione in corso nel settore delle agenzie di pubblicità abbia raggiunto il suo termine, certo è che il comparto assisterà ad un ulteriore processo di razionalizzazione e sono in molti a chiedersi se sia ancora utile la separazione dei ruoli tra agenzie di pubblicità e centri media nell’era della transizione al digitale

(di Maurizio Goetz m.goetz@vsm.it).

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Effetto Farfalla per una Birra!

Avete mai sentito parlare del “butterfly effect”? Sapete che il battito delle ali di una farfalla in Giappone potrebbe essere la causa di un maremoto in India?
Oppure che prendendo una birra dal frigo potreste scatenare una serie di reazioni a catena che…

Lo spot virale della birra Eichhof è una versione semplificata e divertente del pluripremiato Honda Cog realizzato dall’agenzia Wieden & Kennedy di Londra!

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Beppe Grillo ancora RE delle Comunicazioni Virali

Malgrado le censure di stato e quelle di alcuni giornali, ancora una volta Beppe Grillo riesce a far circolare in maniera virale la sua LETTERA A CHI HA UN DIESEL! Pubblicata sull’Espresso ha subito fatto il giro di blog, newsletter, forum, chat. Il perchè è palese: per forme e contenuti la lettera del comico (?!) Genovese risponde a pieno a tutti i valori richiesti dall’internauto postmoderno.
Leggiamola integralmente:

ARTICOLO DI BEPPE GRILLO SULL’ ESPRESSO
A CHI HA UN DIESEL…

Prima di fare questo discorso occorre una piccola premessa.

Quanto sto per dire danneggia gravemente il ministero delle finanze,
inoltre è considerato “truffa” dallo stato. Se deciderete di mettere in
atto quanto NON vi consiglio affatto di fare, quindi, sarete perseguibili e
io ovviamente NON vi consiglio di farlo. VI spiego semplicemente e nel
dettaglio cosa NON fare.

La premessa criminosa e’ la seguente: quando i motori diesel vennero
ideati, non esisteva ancora il carburante che oggi noi definiamo “diesel”.
Non esisteva perchè non esistendo i motori diesel, nessuno(escluso il buon
Diesel) si era mai chiesto con cosa farli camminare.

Quindi, i primi motori diesel furono concepiti avendo come combustibile
degli oli vegetali, come l’olio di semi, l’olio di soia, l’olio di
girasole, l’olio di semi vari, e così via. Sì, proprio così, quelli che
usate in casa per friggere.

La domanda e’: e i motori di oggi? La risposta e’ : idem. La stragrande
maggioranza dei motori diesel (credo potreste avere dei problemi con quelli
turbo compressi) e’ capace di bruciare uno qualsiasi degli oli che si usano
in cucina, con l’eccezione dell’olio di oliva (dovreste prima
surriscaldarlo, aspettare che decanti il residuo, e poi ossidare alcune
sostanze facendoci gorgogliare dell’aria mentre bolle. Far passare
dell’ossigeno dentro un combustibile liquido che bolle non e’ mai saggio,
quindi non lo fate se non vi chiamate Enichem di cognome. Per di più il
numero di esano e’ alto, quindi il botto lo sentirebbero molto lontano).

Comunque, la notizia che il Resto del Carlino dava oggi e’ la seguente. La
gente, a quanto sembra , sta iniziando a scoprire l’olio di colza. L’olio
di colza e’ un oliaccio di merda che le industrie usano per friggere su
larga scala, e ha due vantaggi: il primo e’ che rovina il fegato molto
lentamente, il secondo e’ che costa poco.

Costa poco nel senso che all’ingrosso e nei discount il suo prezzo oscilla
tra il 0.45 e i 0.65 euri/litro.

E quindi il Carlino dice che molta gente, “complice il tam tam su internet”
inizia a prendere d’assalto i discount per comprare questo olio. Dopo di
che lo si ficca nel motore.

Problemi tecnici? L’unico problema tecnico e’ che l’olio vegetale è
leggermente più denso degli altri, e quindi potrebbe dare dei problemi
all’accensione. L’ideale sarebbe partire con il diesel petrolifero, e poi
iniziare con l’olio di semi vari, o l’olio di colza. Questo significa che
la cosa migliore da fare e’ testare sul vostro motore quale sia la
percentuale massima di olio vegetale che potrete usare. Prima ne aggiungete
il 10% e vedete come va, poi il 20% e vedete come va, poi il 40% e vedete
come va, eccetera.

La cosa che dovrete verificare e’ come si comporta in accensione. I vecchi
motori diesel, quelli non common rail, quelli con le candelette di
preriscaldamento per intenderci, NON hanno alcun problema e ci potrete
cacciare dentro quanto olio vegetale volete.

Quelli common rail invece vanno verificati come dicevo prima, aggiungendo
lentamente percentuali sempre più alte di olio vegetale.

Non sarebbe stranissimo se riusciste anche voi, come la maggior parte, ad
aggirarvi sul 75% – 80%. L’olio di semi, l’olio di colza, possono costare
anche 0.45-0.50 al litro. Il diesel…

Tutto qui, direte voi? No, non e’ tutto qui. Perchè lo stato considera
questa cosa una truffa, cioè un reato. Se voi, cioè, comprate
legalissimamente un litro di olio di colza e anziché friggerci i calamari
lo infilate nel serbatoio del vostro diesel per lo stato state compiendo un
reato che e’ truffa, perchè state evadendo la tassa che c’e’ sui
carburanti.

Non importa il fatto che l’automobile sia VOSTRA e anche l’ olio sia VOSTRO
e quindi ci fate quel che volete. Lo stato dice che nel momento in cui
diventa carburante , qualsiasi cosa debba pagare delle accise. Quindi nel
momento in cui io sbatto, che so, il resto del carlino nella stufa, sto
compiendo una truffa perchè il resto del carlino NON paga l’accise sui
carburanti ad uso domestico.

Allora, qual e’ il problema? Il problema e’ che il carlino vorrebbe dare la
notizia, come la voglio dare io, mentre lo stato (che teme che la gente
sappia come truffarlo) non vorrebbe. E così, i giornalisti sono minacciati
di denuncia, per istigazione a delinquere, qualora dicessero che tale
operazione sia possibile, e che tale operazione sia vantaggiosa.

Quindi, mi adeguo.

Allora, con questa operazione il diesel lo pagate dai 0.45 ai 0.65 euri al
litro. Siccome il diesel petrolifero , come e’ noto, costa MENO di così,
allora l’operazione e’ svantaggiosa.

Allo stesso modo, bruciare olio di colza inquina zero. Inquina zero perchè
siccome il bilancio chimico di una pianta e’ nullo, il CO2 che buttate
nell’atmosfera e’ lo stesso che la pianta ha assorbito per crescere, e il
bilancio per il pianeta e’ nullo. Le misurazioni poi mostrano come il tasso
di zolfo sia pressoché nullo, e le polveri sottili siano la metà del diesel
petrolifero. Siccome inquinare e’ BELLO, allora ovviamente (in ottemperanza
alle leggi vigenti) devo dirvi che usare l’olio di colza e’ SBAGLIATO
perchè rispetta l’ambiente, cosa che , come sappiamo tutti, non e’ giusto
fare.

Come se non bastasse, l’olio di colza ha un numero di esano leggermente (il
3%) migliore rispetto al diesel petrolifero, ovvero il vostro motore non
solo durerà di più, ma avrà una resa migliore e brucerà meno combustibile.

E questo, come ci insegnano le vigenti leggi, e’ MALE, perchè dire il
contrario sarebbe istigare alla truffa.

La stessa cosa vale per l’olio di canapa, che e’ ancora migliore rispetto
ai precedenti due. Errata corrige: trattandosi di truffa contro lo stato, è
ancora PEGGIORE. Sporca di meno, mentre noi tutti sappiamo che inquinare è
BELLO, rende di più, e non c’è bisogno che vi elenchi le insidie del
risparmio (pratica immonda e scellerata) e, come se non bastasse, è una
sonora mazzata nei coglioni a Siniscalco, la persona in Italia le cui
gonadi stanno più a cuore a tutti noi. Guardatelo: i suoi occhioni
profondi, quello sguardo languido e sensuale, l’espressione viva e
intelligente: come pensate di dare un dispiacere ad un “piezz’e’core” del
genere?

Quindi, vi esorto a NON piegarvi a queste diaboliche pratiche consistenti
nel risparmiare (vade retro, satana!) soldi mettendo (coprite gli occhi
alle vostre figlie) olio di colza nel serbatoio della vostra automobile
diesel (che Siniscalco mi perdoni, l’ho detto!), risparmiando per di più di
inquinare il pianeta (che come sappiamo invece necessita di dosi crescenti
di inquinamento.

La colza danneggia gravemente Siniscalco.

Aut. Min. conc. Fate finta che ci sia anche un bel rettangolo color nero
“annuncio funerario” attorno, come nelle sigarette.

Come mai dico questo? Dico questo non perchè sia una novità, ma perchè e’
una di quelle notizie che non si dovrebbero far circolare, e che sui
giornali non trovano spazio. Motivo evidente: contate il numero di
pubblicità di aziende che fanno carburanti, e il numero di pubblicità di
aziende che fanno olio vegetale, e scoprirete il perchè.

Siccome in USA c’e’ un dibattito sul potere dei blog, mi piacerebbe fare un
test: vedere quanto si diffonde una notizia (sebbene già nota a molti) in
barba alla censura industriale che vige sui giornali, e che usa il ricatto
“non faccio più pubblicità sul tuo giornale se non dici cosa voglio io”.

Quindi, se vi va, e avete un blog, replicate o linkate questo articolo, o
dite le stesse cose con parole vostre. Non so perchè, ma a me Siniscalco
non fa tanto sesso.

In generale, comunque, oltre all’olio di colza e a quello di canapa che
sono gli ideali, vanno bene anche l’olio di semi di girasole, quello di
semi vari, quello di mais. L’unica discriminante e’ il costo al litro, il
che esclude l’olio di oliva, oltre ai problemi legati alla densità.

Beppe GrilloBeppe Grillocarburante postmoderno

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CARISSIMA TV addio

Meno male che ogni tanto appaiono le gemelle Lecciso, meno male che le Lecciso permettono ogni tanto di ragionare sulla tv.

La reazione più immediata e perbenista alle loro esibizioni è: mio dio, com’ è ridotta male l’ Italia, possibile che ci siano così tanti imbecilli che apprezzano questi spettacoli? Poniamoci allora un’ altra domanda, più decisiva: esiste una differenza fra Italia reale e Italia catodica?

Per molti anni il reale e il catodico hanno coinciso e quindi sono comprensibili certe reazioni preoccupate. Se a questo si aggiunge che nelle ultime stagioni il consumo medio giornaliero di tv è cresciuto, varcando la fatidica soglia delle quattro ore a testa, il biasimo è quasi scontato. Ma, a differenza di quanto comunemente si crede, il pubblico della tv non rappresenta affatto l’ intera popolazione.

Certo, la tv è ancora il mezzo di comunicazione più potente e pervasivo, ma non è più al centro del Paese: la sovrapposizione fra telespettatori e cittadini non funziona. C’ è chi la tv la guarda molto, chi l’ attraversa per brevi istanti, e persino chi la ignora. Fatto sta che il «pubblico della tv», un’ entità magmatica in continua trasformazione, i cui gusti e le cui abitudini variano di continuo, ha una sua specifica fisionomia.

La popolazione italiana è costituita da circa 58 milioni di persone, con una leggera prevalenza delle donne (51,5%) sugli uomini (48,5%). Nel 1990 c’ era equilibrio fra giovani (che guardano poco la tv) e anziani (che guardano molto la tv); oggi il rapporto è cambiato a favore degli anziani.

Il pubblico medio dell’ intero giorno tv (24 ore di emissione) è stato, nell’ ultima stagione, di 10.146.538 spettatori. Naturalmente, come tutti sanno, la tv vive e si organizza in fasce orarie: durante il mattino e il pomeriggio il bacino d’ utenza degli spettatori è più limitato; nella prima serata è massimo. Nel prime time gli spettatori medi complessivi sono stati 27.607.047; ancora superiore è il numero dei contatti, cioè delle persone che hanno guardato la tv per almeno un minuto: sono 37.334.366. Come si vede, però, anche considerando i contatti, nel momento di maggior affluenza di pubblico, l’ audience rappresenta soltanto il 50% (ascolto medio) della popolazione (si sale al 70% solo se si considerano i contatti).

Numeri rilevanti, che però ci invitano a domandarci: chi guarda la tv? La tv raggiunge una platea potenziale che copre l’ intera popolazione, perché, molto banalmente, c’ è almeno un televisore (e spesso più d’ uno) per ogni famiglia. Il vero problema è che solo una parte – una minoranza, e non certo la maggioranza né tanto meno la totalità – della popolazione vive la tv come unica interfaccia col vasto mondo. Si tratta, in sostanza, di spicchi della popolazione doppiamente svantaggiati: per livelli d’ istruzione (medio-bassi) e fasce d’ età (avanzate, le più consistenti in Europa); ma soprattutto per il tenore dei consumi culturali, che non vanno al di là della tv generalista.

Sono persone che non leggono abitualmente quotidiani o riviste, che non comprano libri, che non ascoltano la radio, che non si permettono la pay-tv. Per descrivere questo fenomeno di marginalizzazione, Carlo Freccero ha usato una felice espressione: «La tv è la colonna sonora della periferia». La tv delle origini aveva per insegnanti intellettuali e professionisti, e si rivolgeva a una borghesia desiderosa di imparare e di emanciparsi. Ora le cose sono cambiate. La tv attuale è più pedagogizzante di quella delle origini ma non lo dà a vedere perché si vergogna di operare solo nella periferia, con maestri di periferia. Aldo Grasso (dal “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2004)

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Salvatore Zedda, l’operaio sardo virale

Salvatore Zedda, fino a qualche giorno fa era un anonimo operaio di Oristano, oggi invece è il nuovo protagonista di Internet.
Gli è bastato telefonare al call center di Tiscali per richiedere la “passauord” nel suo simpatico dialetto sardo e quella telefonata ha già fatto il giro della rete diventando una hit nelle discoteche della Sardegna.

Si trattava solo di un reclamo per non essere riuscito ad usare la “SUPERMAIL” ma gli “ingenui” impiegati che hanno scaricato la telefonata, non hanno resistito alla tentazione e l’hanno fatta circolare. Pare che per questa bravata siano stati licenziati…

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