Scopri la magia del giusto pricing e vendi i tuoi prodotti e servizi al giusto prezzo

Continuano senza sosta i nostri appuntamenti con i Webinar PRO targati Ninja: tutti gli insight, trucchi, trend, dietro le quinte sui temi caldi del momento, condivisi con voi. L’argomento di questa puntata è dedicato al pricing dei prodotti e servizi, scopriremo che cosa è il pricing, come identificare il giusto pricing per i propri prodotti e servizi, quali le strategie utili per ottimizzare le vendite e come adattare i prezzi secondo periodi promozionali.

A parlarne con noi  Federico Corradini CEO & Chief Semiotician XChannel.

Non perderti i punti salienti dell’intervista:

  • Che cos’è il pricing
  • Strategie per identificare il giusto prezzo
  • Come ottimizzare le vendite
  • Riadattare i prezzi secondo i periodi promozionali

alternative a google analytics

Alternative a Google Analytics per essere GDPR compliant

Durante gli ultimi giorni abbiamo visto il Garante della privacy italiana allinearsi agli analoghi organismi di controllo della privacy europei nei confronti del più famoso ed utilizzato applicativo di analisi dati del mondo, Google Analytics (GA), definito non conforme al GDPR (General Data Protection Regulation).

Cosa viene accusato a GA? Non fornisce quelle garanzie previste dal Regolamento Ue in materia di protezione dei dati perché trasferisce queste informazioni su server che sono localizzati negli Stati Uniti, che è notoriamente un paese privo di un adeguato livello di protezione dei dati degli utenti.

In poche parole, se il nostro sito trasferisce dati a GA, una parte delle informazioni raccolte, quelle più sensibili, dall’ IP del dispositivo, alla lingua utilizzata, alla risoluzione schermo, sistema operativo, data e ora della visita al sito, verranno trasferite su data center residenti negli Stati Uniti e non in Europa come prevede il GDPR.

Perché ne parliamo

Il Garante della privacy, anche sulla base di quanto stabilito nei confronti della società Caffeina Media S.r.l. (90 giorni di tempo per adeguarsi), ha stabilito che non è possibile utilizzare Google Analytics garantendo la conformità prevista dal GDPR.

Quindi è palese che il Garante non interviene nei confronti della società di Mountain View, ma verso i gestori dei siti Web sui quali pende la responsabilità di non affidarsi a strumenti ritenuti non conformi alle normative vigenti.

Dichiara il Garante: “Il sito Web che utilizza il servizio Google Analytics (GA), senza le garanzie previste dal Regolamento UE, viola la normativa sulla protezione dei dati perché trasferisce negli Stati Uniti, Paese privo di un adeguato livello di protezione, i dati degli utenti”,

La risposta di Google a tutto questo trambusto è ben visibile su Analytic con la seguente dicitura: “A partire dal 1° luglio 2023, Universal Analytics non elaborerà più i nuovi dati nelle proprietà standard. Preparati oggi stesso configurando e iniziando a utilizzare una proprietà Google Analytics 4”.

Alternative a Google Analytics

Perché è importante

Date le condizioni fin qui esposte, i gestori dei siti web si trovano a dover affrontare una scelta spinosa, migrare a GA4 con la prospettiva di risolvere in parte il problema, oppure valutare un’alternativa a GA che sia realmente GDPR compliant e trasferisca i dati sensibili all’interno dell’area euro ed evitare in questo modo i provvedimenti che il Garante ha adottato verso Caffeina Media s.r.l., imponendo di adottare le misure adeguate per il trasferimento dei dati entro 90 giorni.

In caso contrario, alla scadenza dei termini non potrà più utilizzare Google Analytics e potrebbe essere applicata una sanzione amministrativa.

Di seguito un elenco delle alternative a Google Analytics:

Alternative a Google Analytics

Detto ciò passiamo a considerare le reali alternative a GA che siano compliant GDPR.

Cosa c’è da sapere: le alternative a Google Analytics

Matomo rappresenta la soluzione privacy-friendly più diffusa e popolare utilizzata su oltre 1 milione di siti Web in oltre 190 paesi .Tra le aziende ed organizzazioni più importanti che lo impiegano possiamo menzionare le Nazioni Unite, la NASA e la Commissione europea.

Matomo è una soluzione open source e gratuita se viene ospitato sui propri server, altrimenti è possibile adottare la soluzione in cloud che parte da €19 per 50.000 hits di traffico mensile.

I dati sono al 100% di proprietà degli utilizzatori e a differenza di GA gli utenti possono utilizzare in sicurezza l’analisi senza preoccuparsi che i dati vengano utilizzati per scopi di marketing.

Matomo è stato realizzato in ottica privacy-safe e questo consente di essere configurato nel rispetto delle principali normative privacy: GDPR, HIPAA, CCPA, LGPD e PECR.

Con Matomo possiamo fare tutto quello che facciamo di solito con GA, tracciare eventi, impostare UTM, Heatmap, funnel e flow tracking, definire cluster di clienti e tanto altro.

Il suo punto di forza sta nell’assistenza per l’utente.

Plausible Analytics rappresenta un’ altra valida alternativa open source a Google Analytics. Allo stesso modo di GA, Plausible traccia le informazioni attraverso uno snippet code da inserire nel proprio sito. Per impostazione predefinita i dati degli utenti sono privati, ma è possibile renderli pubblici attraverso un link che consente a chiunque di visualizzarli.

Come strumento di web analytics di tipo privacy-friendly, Plausible non utilizza cookie, non conserva dati sensibili ed è pienamente conforme al GDPR, CCPA e PECR. In oltre i dati vengono conservati in un data center localizzato in Europa. In una nota a margine, Plausible viene lanciato apertamente su GitHub.

Nonostante tutto è bene far presente che Plausible rispetto a Matomo manca di un supporto per gli utenti, tra l’altro viene sconsigliato per un utilizzo a livello enterprise.

Il modello di pricing utilizzato è quello per pageviews e il taglio minimo è di €9 al mese per un traffico di 10K pageviews.

Fathom Analytics rappresenta una soluzione alternativa a GA, open source e compliant GDPR, CCPA, ePrivacy, PECR.

Fathom aiuta i gestori di siti web a capire il comportamento dei visitatori senza spiarli e per questo motivo viene utilizzato da migliaia di aziende, dalle società di software bootstrapped alle aziende Fortune’s100 come IBM, Intel, Sony, Dell e Uber.

Fathom non utilizza cookies per raccogliere i dati degli utenti, si installa tramite un piccolo snippet che risulta essere molto più leggero di quello di Google e quindi ad impatto zero per quanto riguarda la velocità di caricamento delle pagine web.

Al pari di Google GA, Fathom traccia eventi, e gestisce gli UTM; inoltre può inviare informazioni via email, Telegram e Slack non appena il sito smette di rispondere ed è idoneo per il monitoraggio di soluzioni enterprise.

Anche per Fathom segnaliamo l’assenza di un supporto per gli utenti che non sia il classico forum dove attendere la risposta di un buon samaritano.

Anche per Fathom il modello di pricing utilizzato è quello per pageviews e il taglio minimo è di $14 al mese per un traffico di 100K pageviews per oltre 50 siti gestibili.

Smartlook rispetto alle alternative fino ad ora proposte, Smartlook non è proprio un web analytic quanto uno strumento per l’analisi del user behavior.

Al pari di Matomo, Smartlook può essere utilizzato sia per web che mobile e consente di combinare analisi quantitative e qualitative di vario genere, di registrare il comportamento dei clienti sul sito (alla stregua di Hotjar), di applicare oltre 30 filtri per effettuare segmentazioni molto dettagliate e profonde, di generare heatmap, tracciare eventi, funnel e molto altro creando dashboard customizzate e report inviate via email.

Rispetto GA, Smartlook non mostra alcun dato acquisito dagli utenti, ma solo la loro journey e la curva di apprendimento di questo strumento è abbastanza alta.

Nonostante tutto Smartlook viene utilizzato da importanti brand come Sky, Vogue, Sanofi ed è sia GDPR che PCI DSS compliant. Per una ulteriore tutela dei dati, viene utilizzato un’algoritmo di crittografia a 256 bit, l’AES-256.

La politica di pricing prevede un piano free fino a 1.500 sessioni di registrazioni al mese per poi passare al piano “start up” da €31 al mese, “Business” da €93 al mese ed infine “ultimate” da concordare.

Simple Analytics si presenta tra le alternative privacy-first a Google Analytics, per questo motivo la conformità con il GDPR (ma anche al CCPA e PECR) viene indicata come una delle caratteristiche principali della piattaforma.

Si tratta in buona sostanza di uno strumento di data visualization e data analytics che non fa utilizzo di cookies.

Tutti i dati raccolti vengono cifrati in modo che non possano essere letti da terzi estranei, non viene archiviato alcun dato relativo agli utenti che visitano i siti Web, tutti i server sono localizzati in Europa, nello specifico in Olanda e nessuna delle informazioni analizzate viene venduta per finalità di marketing.

Il modello di pricing inizia da €9 al mese con la soluzione “Starter”, poi €49 al mese “Business” e infine “Enterprise” €99 al mese.

Ninja Upshot

Le alternative a Google Analytics sono davvero tante nonostante il mercato sia dominato da Google con una quota dell’80% circa. Il provvedimento adottato dal Garante è di grande rilievo per il mercato italiano dove il tool del gigante tech è probabilmente il più utilizzato in termini di web analytics.

La stretta europea al colosso tecnologico non è, però, destinata a fermarsi.

Sebbene a fine di marzo 2022 l’UE e gli USA abbiano annunciato il raggiungimento di un accordo post Privacy Shield, non esiste ancora una proposta concreta anche perché dati gli elevati standard di protezione dei dati richiesti dell’Unione Europea, non è così scontato che ci sarà mai”, afferma Maciej Zawadziński, CEO di Piwik PRO.

Sappiamo che nel frattempo Google ha annunciato che la versione Universal Analytics (UA) verrà ufficialmente eliminata a partire dal 1° luglio 2023 in favore del suo successore, Google Analytics 4 che comunque presenta ancora problemi in termini di privacy e conformità al GDPR per questo motivo non rappresenta un’alternativa al vecchio GA.

In conclusione, per essere sicuri di seguire le disposizioni del GDPR è fondamentale scegliere un fornitore europeo capace di garantire l’archiviazione dei dati crittografati in data center presenti sul territorio europeo.

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Al Giffoni si parla di mobilità elettrica e sostenibilità con Stellantis

Lasciare alle future generazioni un mondo più pulito  grazie alla strategia di elettrificazione che faciliterà il passaggio progressivo alla mobilità elettrica. Questo il focus sulla sostenibilità della Impact di Stellantis e-Mobility e Ds Automobiles all’interno della rassegna Giffoni Next Generation di Giffoni Innovation Hub.

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Gli speaker di Stellantis, Gabriele Catacchio, Head of Global e-Mobility Communication, e Simona Magnarelli Lifestyle, Digital & Premium Brands Pr Manager Ds Automobiles, hanno coinvolto gli under 30 in un vero e proprio viaggio verso la sostenibilità.

LEGGI ANCHE: Come il Social Commerce guiderà la ripresa dei consumi degli italiani

La strategia per la mobilità elettrica è sensibilizzare i più giovani

La partnership con Stellantis e la sua presenza al Giffoni Film Festival confermano l’interesse e l’impegno dell’ecosistema Giffoni sulle tematiche legate alla transizione ambientale e alla sostenibilità.

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Allo stesso tempo riconoscono all’e-Mobility Business Unit del Gruppo Stellantis il ruolo da protagonista in fatto di elettrificazione e di strategie pensate per dare un forte contributo al raggiungimento della Carbon Neutrality nel 2038. Tutto grazie alla promozione della mobilità elettrica tra i giovani che, durante la Impact, non sono stati semplici auditori, ma coprotagonisti di un dibattito incentrato sulle nuove frontiere di una mobilità più sostenibile.

A chiudere il cerchio è DS Automobiles, nota per la capacità di utilizzare le tecnologie più sofisticate e avere, in soli cinque anni, presentato una gamma interamente elettrificata.

Ancora troppo poche le auto elettriche in Italia

La sfida per l’elettrificazione e la mobilità elettrica è in corso: dal 2019, le vendite globali di auto elettriche sono praticamente raddoppiate di anno in anno. Tutto questo anche grazie alla presenza di eco-incentivi che, ora ripristinati in Italia, porteranno a un ulteriore incremento per il 2022.

Ma non è ancora abbastanza.  Basti pensare che in Italia la percentuale di auto elettriche rispetto al totale delle auto vendute non ha superato il 3,6% nel 2022.

Una sfida da vincere, dunque, il cui risultato finale dipenderà dalla capacità di sensibilizzare le nuove generazioni spingendole a ‘sposare’ per prime la mobilità sostenibile come stile di vita.

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8 esempi di brand che raccontano l’inclusività

Negli ultimi tempi stiamo vivendo grandi cambiamenti sociali che ci stanno accompagnando ad evoluzioni della sensibilità umana, dei punti di vista delle minoranze, dell’importanza del bisogno di inclusività.

Le pubblicità riflettono queste necessità, mostrando come i brand si stiano adeguando al concetto di equità. I valori da comunicare per abbracciare un pubblico eterogeneo sono quelli della normalizzazione delle diversità, in ogni genere. Finalmente vediamo dar voce a quella parte di società resa silente per moltissimi anni.

Oggi si parla di marketing inclusivo come di una strategia per diffondere una nuova cultura e una nuova sensibilizzazione. I brand creano relazioni autentiche con un pubblico che non si accontenta più di accettare passivamente semplici messaggi promozionali. È un pubblico protagonista, attento alle proprie esigenze e che, anche grazie ai social, si proclama sovrano delle proprie scelte di acquisto o del discostamento da un marchio.

L’impegno (o la strategia) dei brand è quello di riflettere nelle proprie pubblicità le preferenze, lo stile di vita, la natura di ogni individuo, in cui inclusività ed equità sono il principale filo narrativo dei valori aziendali. L’accettazione delle diversità, o per meglio dire: la giusta normalizzazione delle diversità avviene soprattutto attraverso le pubblicità.

Victoria’s Secret, normali imperfezioni

Cambio di rotta per il brand, criticato aspramente per la scelta di modelle magrissime. Le donne sono perfette in ogni loro singola imperfezione. “Imperfezione” è da leggere come normale. Per la sua collezione Love Cloud, Victoria’s Secret presenta un nuovo “standard di positività”.

 

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Nel 2019, il brand aveva introdotto nelle sue campagne la prima modella transgender, la brasiliana Valentina Sampaio e Sofia Jirau modella con sindrome di Down

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Gucci e Dove, la rivoluzione dei canoni di bellezza

Il brand già nel 2019 aveva scelto per le sue passerelle Armine Harutyunyan, la modella armena che di certo non rispecchia i canoni classici di bellezza.

Sulla scia della famosissima campagna Dove sulla bellezza autentica e diventata un progetto di autostima vero e proprio, Gucci ha voluto rivoluzionare il concetto di esteticamente bello. La bellezza non è infatti qualcosa di immutabile ma evolve in base alla società.

Niente dovrebbe essere irraggiungibile, nessuno dovrebbe sentirsi escluso o giudicato da dei costrutti. E così Gucci continua le sue campagne con modelle diverse dalle classiche, come la queer Silvia Calderoni e Ellie Goldstein affetta da sindrome di Down. La diversità non deve essere un limite.

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La nuova campagna del brand Dove si intitola #ShowUs e continua ad infondere stima e consapevolezza alle donne e persone non binarie, attraverso storie di persone comuni, proprio come noi. Imperfezioni e difetti possono essere il punto di forza della nostra femminilità ed unirci in un concetto di bellezza meno restrittivo, meno stereotipato, più inclusivo.

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Credit: Dove.com

Il punto di vista di Adidas: da Impossible a I’m Possible

Nella sua ultima campagna (che si è aggiudicata anche un Gran Prix ai Cannes Lions 2022) Adidas punta sull’equità di genere e invita le donne ad esprimere la libertà di sentirsi a proprio agio nello sport. Sfidando i limiti culturali imposti da specifiche società, il brand sprona a sconfiggere il disagio di mostrare il proprio corpo.

Non solo attraverso la presentazione di una linea di costumi pensati nel rispetto di religioni più costrittive, ma raccontando le forme di Jessamyn Stanley, la normalità della modella Ellie Goldstein , la libertà della pallavolista trans Tifanny Abreu o della runner Fatima Ibrahimi.

 

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Storie inclusive e “Possibili” di ogni atleta, contro ogni stereotipo, contro ogni limite, contro ogni etichetta di diversità. Niente è impossibile, perché “Io sono possibile”.

LEGGI ANCHE: Giornata Internazionale della Donna 2022: le campagne contro pregiudizi e stereotipi

Calvin Klein inclusività o mossa azzardata?

“Possiamo riprodurci biologicamente o dal cuore… stiamo bene se amiamo e siamo amati”. Così il brand di moda infuoca i social con la sua campagna dedicata alla festa della mamma, in cui mostra la coppia trans Roberto Bete e Erika Fernandes.

Libertà di identità e di scelte: Roberto è in dolce attesa e mostra il suo pancione insieme alle cicatrici sul petto, testimoni del passaggio di genere. Tutto sommato, l’equilibrio biologico non sembra alterato e Calvin Klein ci mostra una nuova forma di famiglia che asseconda le evoluzioni sociali superando i pregiudizi sessuali.

La campagna ha spaccato nettamente il pubblico che da una parte ha aumentato il consenso verso il brand e dall’altra ha manifestato indignazione e promesse di boicottaggio.

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Credits: profilo Instagram CalvinKlein

Le parole non bastano: le azioni inclusive di P&G

Ormai siamo abituati: P&G non ne sbaglia mai una. Le sue campagne sono vincenti, sanno toccare il cuore e arrivano dritte allo scopo.

Questa volta il brand si schiera a favore delle minoranza etniche, esortandoci ad ampliare i nostri punti di vista, andando oltre la superficialità, cambiando le percezioni sociali e gli stereotipi culturali presentati dai diversi media.

In collaborazione con Uninterrupted – brand di abbigliamento per atleti – P&G ha dato vita al progetto Widen The Screen una piattaforma che raccoglie contenuti ed esperienze di creator multiculturali, in particolare della categoria Black sottorappresentata (e spesso mal rappresentata) nel settore cinematografico.

C’è un trucco per tutti

Anche il mondo del makeup è molto attento alle diversità. Molti sono i brand che hanno comunicato la propria svolta verso l’inclusività: da NYX a Fenty a Morphe a Dragun Beauty.

In particolare quest’ultimo brand fondato dalla trans Nikita Dragun, attivista della comunità LGBTQ+ è dedicato ad ogni genere e tipo di pelle, con ingredienti selezionati nel rispetto anche delle diverse scelte ideologiche: dai cosmetici certificati vegani a quelli halal (acconsentiti secondo la legge islamica), certificati.

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credit: profilo Instagram Dragun Beauty

La prima pubblicità inclusiva della storia? Hilltop di Coca-Cola

Le pubblicità riflettono ciò che succede nella società: cambiamenti sociali, evoluzioni tecnologiche, battaglie culturali. Eppure, la “rivoluzione inclusiva” la stiamo vivendo in questi ultimi anni, non avremmo mai immaginato di trovarne delle tracce negli anni ’70.

Ma Coca-Cola ci stupisce ancora una volta. Hilltop è uno spot monumentale, intriso di moltissimi elementi riconducibili ad altrettanti avvenimenti culturali dell’epoca (come la guerra in Vietnam, le rivoluzioni studentesche, il movimento femminista) e messaggi individuali.

Ed in questo caso, la bevanda è quell’elemento che unisce un gruppo di persone eterogeneo, composto da diverse culture. Coca-Cola si rivolge a tutti allo stesso modo, sensibilizza sui problemi del mondo e della società, incoraggia ad un cambiamento positivo intriso di benevolenza.

Più inclusività di così!

Ora, ciò che è lecito chiederci è: i valori che i brand a volte ostentano nelle loro campagne, sono realmente frutto di un’evoluzione e accettazione dei cambiamenti culturali o assecondano strategicamente un punto di vista politicamente corretto per percepire più consensi ed aumentare le vendite? Magari poco importa, ciò che davvero conta è che la società agisca positivamente per combattere le discriminazioni, in nome di una vita equa per tutti.

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ANA - influencer marketing Measurement Guidelines - copertina

Linee guida per una corretta misurazione dell’influencer marketing organico

Queste linee guida sono state create dall’Influencer Marketing Advisory Board dell’ANA in collaborazione con le principali agenzie e le maggiori piattaforme di social media.

Mentre le metriche standardizzate di misurazione degli influencer a pagamento sono disponibili per gli inserzionisti da quasi un decennio, l’influencer marketing organico non ha beneficiato di una standardizzazione simile.

La mancanza di coerenza e trasparenza ha limitato la misurazione del valore dell’influencer marketing organico per i marketer e la sua crescita. Nel 2020, l’Influencer Marketing Advisory Board dell’ANA è stato costituito per affrontare questa sfida e altre questioni relative all’influencer marketing in tutto il settore.

LEGGI ANCHE: Customer engagement: i 4 trend del 2022

Con le seguenti linee guida raccomandate per la misurazione dell’influencer marketing organico, il Comitato intende portare chiarezza e coerenza all’influencer marketing organico a livello di campagna.

ANA - influencer marketing Measurement Guidelines

Un mercato da 25 miliardi

Secondo Statista, l’influencer marketing è un settore globale da 13,8 miliardi di dollari, con una crescita prevista fino a 25 miliardi di dollari entro il 2025. Tuttavia, nonostante la sua diffusione e la sua crescente importanza, in particolare per raggiungere i consumatori più giovani, la misurazione dell’influencer marketing ha rappresentato un ostacolo significativo per gli inserzionisti.

Nel dicembre 2020, l’ANA ha condotto un sondaggio tra i soci sull’influencer marketing. In risposta alla domanda “Quali sono le principali sfide che incontrate con l’influencer marketing?“, la risposta numero uno dei marketer (79% degli intervistati) è stata la misurazione. Le ragioni principali di questa risposta sono due:

  • Mancanza di standardizzazione delle misurazioni tra le piattaforme

Tra le otto piattaforme più utilizzate per l’influencer marketing (Facebook, Instagram, LinkedIn, Pinterest, Snapchat, TikTok, Twitter e YouTube), ognuna definisce in modo diverso ciò che costituisce un engagement.

Ad esempio, una piattaforma considera un coinvolgimento la riproduzione automatica di un video nel feed, mentre un’altra conta solo le azioni come i like, i commenti o le condivisioni.

Allo stesso modo, ogni piattaforma calcola il tasso di coinvolgimento in modo diverso e ha un calcolo diverso per quanto riguarda la visualizzazione di un video. Una visualizzazione di un video potrebbe essere conteggiata “non appena il video viene riprodotto” o “dopo 30 secondi di riproduzione continua”.

Per l’influencer marketing organico (non retribuito), non esiste un luogo centrale in cui i marketer possano trovare, accedere e fare riferimento a queste significative differenze di misurazione.

  • Mancanza di coerenza nella misurazione delle campagne da parte delle agenzie

Tra le agenzie che eseguono campagne di influencer marketing, le metriche utilizzate per la rendicontazione ai brand non sono definite e calcolate in modo coerente.

Le agenzie spesso utilizzano algoritmi di misurazione proprietari, il che rende difficile per i brand sapere come si comportano le diverse campagne condotte da agenzie diverse rispetto alle altre. Inoltre, l’uso di algoritmi proprietari rispetto a metriche di misurazione coerenti nasconde quali agenzie stiano realmente realizzando le campagne più performanti.

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Come creare delle metriche condivise per il monitoraggio dell’influencer marketing organico

Per creare queste linee guida per la misurazione dell’influencer marketing organico, l’Influencer Marketing Advisory Board dell’ANA ha collaborato a stretto contatto con le principali agenzie e le maggiori piattaforme di social media.

In primo luogo, il Comitato ha incontrato circa 25 agenzie che eseguono campagne di influencer marketing per conoscere le definizioni delle metriche e i KPI che utilizzano per gli obiettivi di awareness, engagement e conversione.

Il Comitato ha poi sintetizzato tutte le risposte per creare definizioni di metriche standardizzate raccomandate per l’influencer marketing organico autenticato.

Il Comitato ha inoltre tenuto incontri individuali con ciascuna delle principali piattaforme utilizzate per l’influencer marketing (Facebook, Instagram, LinkedIn, Pinterest, Snapchat, TikTok, Twitter e YouTube), per capire come definiscono l’engagement, calcolano il tasso di engagement e calcolano le visualizzazioni dei video per i posizionamenti organici degli influencer.

Queste linee guida sono il risultato delle ricerche condotte dal Board e delle ampie conversazioni con i partner delle agenzie e delle piattaforme. Esse riflettono lo stato attuale della misurazione degli influencer organici e sono state concepite per favorire una maggiore coerenza nella misurazione e nel reporting a livello di settore.

Le linee guida continueranno a essere riviste e aggiornate per riflettere i cambiamenti del settore, i suggerimenti dei marketer dopo la loro implementazione e una maggiore trasparenza delle piattaforme e accesso ai dati in futuro.

Come utilizzare le linee guida per la misurazione dell’influencer marketing organico

  • Come punto di partenza per comprendere le differenze tra le piattaforme social nelle definizioni di misurazione e nei calcoli per i posizionamenti organici degli influencer.
  • Comunicando ai punti di contatto della vostra piattaforma le definizioni e i calcoli delle linee guida ed esprimere la necessità di una maggiore trasparenza dei dati, soprattutto per quanto riguarda l’esposizione organica.
  • Condividendo le linee guida con i vostri team di marketing interni. Considerate di includere non solo i leader che eseguono le campagne di influencer, ma anche i team di comunicazione e PR, dati e analisi, social e digital, media e content marketing.
  • Condividendo le linee guida con le agenzie partner e allineatevi sull’uso delle definizioni e dei calcoli delle linee guida per la misurazione e il reporting delle campagne organiche.

Metriche consigliate per l’influencer marketing organico a livello di campagna

Metriche di Awareness

Obiettivo della campagna: Generare visibilità e riconoscibilità del marchio, prodotto, servizio o messaggio da parte dei consumatori.

  • Reach Complessiva: la somma degli utenti unici esposti per post sulla piattaforma in cui è stata attivata la campagna.

Note: La misurazione della portata totale nell’influencer marketing differisce dai media tradizionali in quanto non tiene conto della duplicazione dell’audience/raggiunta tra i post o le piattaforme. Se la portata unica non è disponibile, utilizzare la metrica più vicina alla portata – ad es. ad esempio, le visualizzazioni uniche di un video nel caso di un video.

Esempio: L’influencer A ha un post con cinque milioni di visualizzazioni uniche su Instagram e due milioni di visualizzazioni uniche su YouTube. L’influencer B ha due post su Instagram con due milioni di visualizzazioni uniche ciascuno. La portata unica totale è di 11 milioni.

  • Costo per reach: il costo del programma di influencer diviso per il numero totale di contatti unici.

Esempio: Il costo è di 500.000 dollari. La portata è di 10 milioni. Il costo per reach è di 0,05 dollari.

  • Visualizzazioni video totali: la somma delle visualizzazioni per post sulla piattaforma in cui è stata attivata la campagna.

Le visualizzazioni differiscono dalla portata totale in quanto possono esserci più visualizzazioni per utente. Se le visualizzazioni video sono applicabili, ogni piattaforma definisce e calcola le visualizzazioni video in modo diverso.

Esempio: La visualizzazione di un video su TikTok viene conteggiata dopo l’inizio della riproduzione del video. I replay non sono non sono inclusi nel conteggio.

  • Impression totali: la somma delle impression per post sulla piattaforma in cui è stata attivata la campagna (non è necessario che si tratti di utenti unici).

Note: Le impressioni differiscono dalla portata totale in quanto possono esserci più impression per utente. La somma non tiene conto della duplicazione di pubblico/impressioni all’interno delle piattaforme.

Esempio: L’influencer A ha due post con un milione di impressioni totali (non duplicate) su Instagram. L’influencer B ha quattro post su TikTok con un milione di visualizzazioni video totali ciascuno. Le impressioni totali sono sei milioni.

Metriche di Engagement

Obiettivo della campagna: Fare in modo che il consumatore interagisca direttamente con il messaggio del brand attraverso diverse azioni (comunemente click, mi piace, commenti e condivisioni) come mezzo per indicare l’interesse o l’affinità con il marchio.

  • Costo per engagement (comunemente abbreviato in “CPE”): il costo del programma di influencer diviso per il numero totale di ingaggi.

Note: Se la portata è organica, anche i costi utilizzati per calcolare il CPE devono riflettere solo l’organico e quindi escludere l’amplificazione dei media a pagamento.

Esempio: Il costo è di 10.000 dollari. Gli engagement sono 5.000. Il costo per coinvolgimento è di 2 dollari.

  • Sentiment della campagna: la metodologia varia a seconda dell’inserzionista e dell’agenzia, ma dovrebbe riflettere una valutazione quantitativa del sentiment sui post della campagna attraverso le piattaforme e gli influencer utilizzati.

Note: È assolutamente importante includere una misurazione del sentiment nell’analisi della campagna. Altrimenti, un post o una campagna potrebbero essere considerati “di successo” grazie al forte coinvolgimento, ma l’elevato coinvolgimento potrebbe derivare da reazioni negative.

  • Engagement Rate (comunemente abbreviato in “ER”): le definizioni di quali azioni sui social media costituiscono un coinvolgimento e il calcolo del tasso di coinvolgimento variano notevolmente a seconda della piattaforma.

Per una ripartizione delle definizioni e dei calcoli forniti da ciascuna piattaforma e come raccomandato dall’Influencer Marketing Advisory Board dell’ANA in seguito agli incontri con le principali piattaforme, si rimanda alla griglia sottostante:

misurare influencer marketing - griglia engagement rate 01

misurare influencer marketing - griglia engagement rate

Metriche di conversione

Obiettivo della campagna: far sì che il pubblico compia l’azione desiderata verso un obiettivo predeterminato obiettivo, acquisto o transazione. I KPI dipenderanno fortemente dai dati a disposizione dell’inserzionista.

  • Traffico totale generato: la somma dei visitatori di un sito web generati dalla campagna di influencer.

Note: il dato potrebbe includere, ma non limitarsi a, misurazioni basate sui clic dei link, link affiliati e UTM (Urchin Tracking Module, utilizzato per tracciare il traffico per l’attribuzione).

Questa metrica dovrebbe includere solo il traffico direttamente attribuibile all’attività dell’influencer e potrebbe non essere applicabile o misurabile per tutti gli inserzionisti.

  • Conversioni totali: la somma delle azioni compiute dai consumatori a seguito della campagna.

Note: La definizione di conversione varia a seconda della campagna e dell’inserzionista. Può includere riscatto di codici coupon, clic su link di affiliazione, passaggi di consegne, aggiunte a carrelli, iscrizioni e download di app.

Ogni azione che può essere considerata una conversione deve essere essere calcolata per la valutazione e l’analisi della campagna.

  • Costo per conversione: il costo del programma di influencer diviso per le conversioni totali.

Note: Se le conversioni sono generate organicamente, i costi utilizzati per calcolare il costo per conversione devono riflettere solo l’organico ed escludere qualsiasi amplificazione dei media a pagamento.

Esempio: Il costo è di 500.000 dollari. Le conversioni totali sono 10 milioni. Il costo per conversione è di 0,05 dollari.

  • Vendite totali generate: la somma delle vendite generate che possono essere attribuite direttamente alla campagna influencer.

Può includere le riscossioni dei codici coupon, le vendite effettuate tramite un link di affiliazione e la quantità di acquisti effettuati in-app utilizzando strumenti di acquisto.

Note: Questa metrica dovrebbe includere solo le vendite direttamente attribuibili all’attività organica degli influencer e potrebbe non essere applicabile/misurabile per tutti gli inserzionisti.

  • Ritorno sull’investimento (ROI): il costo del programma di influencer diviso per le vendite totali generate.

Note: Se le vendite sono generate organicamente, i costi utilizzati per calcolare il ROI devono riflettere solo le vendite organiche ed escludere l’amplificazione dei media a pagamento.

Il brand activism al capolinea: nel futuro più dialogo e meno polarizzazione

Qualcosa sta cambiando nel grande racconto dei media mainstream occidentali, un cambiamento di cui dovranno tenere conto i grandi e piccoli brand impegnati nell’attivismo di marca.

Negli ultimi anni, nel mondo dell’impegno sociale, è sempre più frequente vedere aziende che si fanno portatrici di valori, anche molto divisivi, spesso privilegiando l’idea di perdere clienti piuttosto che inaugurare un approccio più dialogante.

Questa strategia è figlia di una società polarizzata in cui si sono venute a creare delle vere e proprie “echo chamber”, all’interno delle quali il dialogo è possibile solo verso il gruppo di riferimento ma è inibito verso l’esterno.

Il brand purpose, che in molti marchi riprende di volta in volta le tendenze sociali più in voga, ha esasperato questa polarizzazione, contribuendo – di fatto – al degrado del discorso pubblico e delle interazioni in rete.

Cosa intendiamo quando parliamo di polarizzazione? Si tratta di quella tendenza a comunicare i temi in agenda, aggregare persone (online e offline) e produrre contenuti dedicati alla fruizione di un target molto profilato, il quale, a sua volta, è spesso impermeabile a messaggi provenienti da fonti alternative.

I social media, ça va sans dire, hanno estremizzato questo fenomeno, contribuendo così ad una vera e propria “tribalizzazione” della società: i brand che vorrebbero unire in nome di presunti valori universalmente condivisi, finiscono per dividere ancora di più la società in “tribù” che tra loro alzano un muro di incomunicabilità.

I “valori universali e condivisi” sempre più spesso sembrano condivisi soltanto dal CEO del brand o dal proprio reparto marketing il cui target di clienti/consumatori sembra sempre più aspirazionale e sempre meno uno specchio nella società.

I cittadini (clienti e consumatori) seguiranno a loro volta nelle idee chi ha più seguito: influencer, star, attivisti della cosiddetta “politica Netflix”, diventano tutti portavoce di un pensiero presente nell’opinione pubblica e rilanciato dai brand.

Si tratta dell’”Effetto San Matteo”, dal Vangelo di Matteo («Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha»): nella scienza delle reti è la tendenza a connettersi con le persone che, a loro volta, hanno reti più ampie.

Su internet (e spesso anche nella vita) siamo attratti da chi ha già molte connection. Chi ha molto seguito è probabile che abbia anche molto “potere” divulgativo, da qui al tentativo di imporre la propria personale (e parziale) visione su ogni tema in agenda, il passo è breve.

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La polarizzazione del discorso pubblico

Le reti polarizzate rappresentano una nuova comfort zone: aiutati dagli algoritmi dei social media, che ci mostrano principalmente quello che è in linea con i nostri interessi, siamo sempre più abituati a osservare la nostra parte di mondo ignorando tutto il resto.

Prendendo in prestito il titolo del libro di Guia Soncini, viviamo nell'”era della suscettibilità”, dove tutto sembra offenderci e turbarci. Questa iper-sensibilità si sviluppa e arriva alle estreme conseguenze proprio in virtù della polarizzazione delle reti: se si abbandona il confronto e ci si avvale solo di contenuti in linea con la nostra visione delle cose, la repentina comparsa di una voce contraria non potrà che provocarci sentimenti di irritazione e rabbia.

Nelle reti polarizzare le intersezioni tra bolle sono sempre più rare e lo è altrettanto il dialogo e la condivisione tra chi la pensa – legittimamente – in maniera differente.

L’output di un algoritmo che ambisce a diventare il framing con cui ciascuno di noi guarda la realtà, non può che avere l’ambizione di indicarci il bene e il male, il giusto e lo sbagliato, la verità e il fake in una sorta di operazione manichea dove non sono ammesse sfumature.

La semplicità di questo pensiero trova una sponda decisiva nella narrativa dominante in Occidente: le cause sociali sostenute dalla politica, dalla parte di opinione pubblica più “rumorosa” e dai brand spesso forniscono rassicuranti conferme a chi vive nelle echo chambers più convenzionali e dominanti.

Perché il brand activism esacerba il dibattito

Nell’esperienza quotidiana di ciascuno di noi, quando non condividiamo l’idea di un’altra persona con cui ci troviamo a parlare a cena, di solito, proviamo a trovare dei punti d’incontro, prima, ad esempio, di dover venire alle mani.

Imparare la flessibilità, calarci nel pensiero altrui, aprirci ad altre idee: esercizi utili e necessari non solo per ogni professionista della comunicazione ma anche per chiunque ambisca a tessere reti sociali di un qualche successo. Edward de Bono, lo studioso ideatore del concetto di “pensiero laterale” mostrava, attraverso la celebre teoria dei sei cappelli, come “indossando” un cappello di colore diverso ci si calasse in un pensiero diverso, quasi come novelli attori del metodo Stanislavskij.

Molti degli attuali brand sembrano aver perduto l’empatia a vantaggio di una sola e monocolore uniforme (cappello). Una strategia commerciale piuttosto discutibile.

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brand activism
Illustrazione di Silvia Camerani, graphic designer @ Venice Bay – Communication and Web Studio

La fiducia nei governi e nei media è al minimo storico

Perché l’attivismo di marca è un tema così importante? Secondo l’indagine Gallup/Knight Foundation negli USA solo il 27% degli americani si fida complessivamente delle news che vengono fornite loro dai media mainstream nazionali. Va meglio per la stampa locale. Tra i repubblicani (che ad oggi rappresentano circa un elettore su due) la fiducia è quasi azzerata (5%).
Contro la “disinformazione” il 27 aprile del 2022 il Governo USA dà il via al “Disinformation Governance Board”. L’iniziativa avrà vita breve: la costruzione del dicastero viene fermata dopo la tempesta di polemiche suscitata da quello che è stato definito il “Ministero della Verità” di orwelliana memoria.

Il trend italiano non è diverso: nel 2022 la fiducia nell’informazione è al minimo storico del 35%. In un contesto dove l’autorevolezza dei media sembra insomma essere al minimo storico.

I consumatori sembrano confidare più nei brand rispetto che nei governi nazionali, nei media o nelle istituzioni religiose.

 

brand activism

brand activism

Il ritorno della concretezza

La guerra in Ucraina, gli anni di pandemia, la crisi energetica, il rincaro delle materie prime e l’inflazione hanno rappresentato e rappresentano dei veri e propri terremoti nelle società occidentali e non solo. Questo brusco risveglio impone di concentrare nuovamente l’attenzione su temi concreti.

La issue dell’economia negli USA è tornata prepotentemente al primo posto, il 70% degli americani considera l’inflazione il problema più importante da affrontare al momento.

Abbiamo raggiunto Emiliano Romano, presidente di Lexis Ricerche, uno dei principali istituti di ricerca italiani, che conferma la tendenza in atto: «Le aziende riducono il loro attivismo selezionando e perseguendo solo le strategie che sanno sostenere e che sono coerenti con la propria vision, tenendo a mente che prima di fare la differenza in campo sociale, ambientale o etico devono fare la differenza per il cliente, generando soddisfazione e loyalty. Il consumatore vuole anche un vantaggio, un benefit personale che in qualche modo ‘premi’ la sua adesione a una mission. Abbiamo svolto recentemente diverse indagini a tema sostenibilità e notato che senza un tornaconto personale l’attenzione all’ambiente non è un tema così appealing come si potrebbe immaginare. Faccio un esempio: le confezioni sostenibili sono certamente apprezzate a livello teorico, ma non si è disposti a rinunciare alla funzionalità e all’estetica del pacchetto! È un compromesso a cui non si vuole scendere».

«Quindi, come visto in altri settori si conferma l’interesse per i temi concreti, basti pensare ad esempio che la prima motivazione per essere attenti al food waste è la possibilità di risparmiare, e quasi il 40% dei consumatori sarebbe incentivato a riciclare di più se ricevesse dei soldi. Risparmio ed economia personale sono tornate on top, poi certo ci sono anche tutte le motivazioni sociali e ambientali, ma il principio fine a se stesso è sempre più per una nicchia».

Come esistono nicchie di persone disposte a comprare per ideologia, esistono altrettante nicchie di persone che le medesime ideologie non le condividono. Ha fatto recentemente notizia la dichiarazione di Horacio Pagani, fondatore e proprietario della celebre Pagani Automobili, che ha confessato particolare scetticismo sul ban della vendita di auto a motore endotermico in Europa dal 2035.

Nonostante gli sforzi dell’azienda di creare un team di ricerca per lo sviluppo di supercar elettriche, nessun cliente si sarebbe mostrato interessato al prodotto. «Non credo che una Pagani elettrica possa dare un contributo al pianeta. Voi pensate che una ventina di navi cargo inquinano come 50 milioni di vetture…».

nave container

Brand Activism: il dialogo e il confronto può tornare di moda

Elon Musk, nel mese del “pride” 2022 ha pubblicato su Twitter una vignetta in cui prende si prende gioco di quei brand che, per 30 giorni, mostrano di essere inclusivi e vicini al mondo LGBT colorando di arcobaleno i propri loghi.

L’uomo più ricco del mondo che vuole portare l’umanità su Marte, sembra rigettare la narrazione dominante del politicamente corretto smascherando, di tweet in tweet, ipocrisie di brand, media e istituzioni. Vicino alla maggioranza degli americani che, come abbiamo visto, non si fida dei media, Mr Tesla mostra in un meme come la tribalizzazione del discorso pubblico abbia portato a sua volta ad una polarizzazione acerbata delle posizioni.

Chi, come lui, si definiva liberal moderato adesso si ritrova nel campo dei conservatori. Brand, media, politici, star e attivisti hanno talmente estremizzato il dibattito, da far risultare “di destra” anche un moderato di sinistra.

Paul Graham, rispondendo a Musk, mostra un grafico in cui questa polarizzazione “agli estremi” risulta particolarmente evidente.

Musk riesce a rendere “cool” ogni tema che tocca, mostrando come certa narrativa attuale sia già vecchia. L’annuncio del calo degli abbonati di Netflix, seguito dal tonfo in borsa, sembra non premiare le scelte della società di puntare su contenuti che non sarebbero in grado di accontentare i gusti di un’audience più ampia e meno stereotipata.

Cosa succede nel frattempo nella Silicon Valley?

L’ottimo Alessandro Tapparini analizza QUI il calo demografico che sta interessando l’alta California e il trasferimento di molte imprese in cerca di una nuova casa in altri Stati. «In America si usa dire che quando in un posto le cose non funzionano, la gente “vota con i piedi”: è andandosene che i residenti pronunciano la loro condanna da giuria popolare. Nel 2021 la Silicon Valley ha perso ben 40.000 residenti. In termini assoluti la sua popolazione complessiva è diminuita anziché aumentare, ed è la prima volta che accade da 12 anni a questa parte».

La lista di migrazioni è lunga: da HPE (HP) a Tesla, da Intel a AirBnB per non parlare di Palantir, Oracle, Dropbox e molte altre che stanno annunciando traslochi.

Rendere “cool” la libertà di opinione

L’idea di cosa è “cool” e cosa non lo è non riguarda solo il settore della moda ma ogni campo dell’opinione pubblica. Cosa è di moda pensare e cosa non lo è? È possibile fare “tornare di tendenza” un sano confronto tra opinioni che non sia acerbato dalle logiche della polarizzazione?

Musk potrebbe rappresentare il cavallo di troia per inaugurare una nuova stagione di free speech nella società, a partire dai social fino ai media mainstream. Una maggiore libertà di opinione e un crescente confronto potrebbe tradursi in maggior fiducia delle persone nel mondo dell’informazione e, in ultima analisi, anche nelle istituzioni.

Chi saranno i primi a intercettare questa tendenza? Con una certa ragionevolezza possiamo prevedere chi saranno gli ultimi: i brand multinazionali.

I grandi player del mercato seguiranno le tendenze sociali come hanno sempre fatto nel corso della storia, rilanciando, di volta in volta, i temi più funzionali al proprio target (più auspicato che reale). L’abbandono progressivo di certe posizione estremiste, che chiudono la porta in faccia a moltissimi persone, sarà il primo segnale di questa inversione di tendenza.

Un maggiore dialogo con i cittadini/consumatori che tenga conto e rispetti la diversità e la complessità delle opinioni sarà il nuovo punto d’arrivo a cui le marche dovranno tendere per essere accettate, e per avere successo, in una società occidentale sempre più frammentata e complessa.

ecommerce

10 Tendenze eCommerce da seguire nel 2022

Quello dell’eCommerce, soprattutto in seguito alla pandemia da Covid-19, è un settore sempre più competitivo che vede consumatori via via più esigenti e tecnologie sempre più avanzate.

Tendenze eCommerce 2022

PayPlug ha fatto il punto sulle dieci tendenze eCommerce che gli eMerchant dovrebbero seguire nel 2022.

#1 Da TikTok a Instagram, i nuovi marketplace

Sempre più lontane dalla pura funzionalità di interazione e discussione, tra lo shop Instagram, il marketplace Facebook e l’hashtag #TikTokMadeMeBuyIt, le piattaforme social si stanno trasformando gradualmente in veri e propri marketplace, tanto che il 53% dei 16-24enni  utilizza proprio i social media per trovare un brand.

#2 Vendite in aumento con il Livestream Shopping

Il Livestream Shopping, ovvero la vendita online tramite video in diretta social, si è rivelata un’ottima leva di conversione rispetto ai canali tradizionali dell’eCommerce.

tendenze ecommerce livestream shopping

Nata all’inizio della crisi sanitaria, questa strategia non è solamente una prerogativa dei giganti dell’eCommerce: anche le PMI  la stanno sfruttando sempre di più per connettersi con la propria community e aumentare le vendite, non solo sui social network, ma anche su marketplace ed eCommerce, grazie a piattaforme come Marlene, già utilizzata da noti brand come Upim, Dmail e Kasanova.

#3 Cookieless, il ruolo dei first party data

A causa del rafforzamento delle norme relative alla protezione dei dati personali, i browser web stanno gradualmente disattivando i cookie di terze parti.

tendenze ecommerce first party data

Per continuare a offrire servizi personalizzati online nel rispetto della privacy, gli eMerchant possono contare sui first party data, o dati proprietari, raccolti cioè in modo diretto dal proprio pubblico: una strategia potenzialmente molto efficace in termini di produttività – considerando che fidelizzare i propri clienti è meno costoso e più redditizio che trovarne di nuovi – e già adottata dal 61% delle aziende.

Si tratta, in particolare, di dati affidabili, quasi sempre gratuiti e facili da raccogliere,  per esempio attraverso le interazioni degli utenti sul sito web, le mail e gli sms o i CRM dei punti vendita, che aiutano l’azienda nella personalizzazione dei prodotti e servizi offerti basandosi sulla cronologia degli acquisti e il comportamento dei clienti.

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#4 L’IA al servizio della conversazione

Il commercio conversazionale, ovvero l’atto di vendere prodotti e servizi intrattenendo una conversazione personalizzata con i propri clienti tramite SMS, email, applicazioni di messaggistica e chatbot, sta assumendo un ruolo fondamentale all’interno di una customer journey di successo, tanto che la crescita annuale prevista per il mercato globale dell’assistenza virtuale entro il 2028 è pari al +28%.

Per gli eMerchant, dunque, sarà sempre più importante fare uso di agenti conversazionali dotati di intelligenza artificiale per comunicare in tempo reale e potenziare le relazioni con i propri clienti, garantendo consigli personalizzati in base alle risposte dell’utente.

#5 L’ascesa della Voice Search

In Italia, il 37% degli utenti utilizza attualmente la ricerca o i comandi vocali almeno una volta al mese, contro il 30% nel 2019.

Per soddisfare questa tendenza crescente, acquisire nuovi clienti e convertire in maniera efficace sul web, gli eMerchant possono contare sul VEO (Voice Engine Optimization), una variante della SEO che consiste nell’utilizzare parole chiave a coda lunga che corrispondano ai modelli di linguaggio naturale degli utenti.

tendenze eCommerce 2022 - voice search

#6  I nuovi metodi di pagamento, dagli mPOS al Buy Now Pay Later

Il pagamento non è più un semplice mezzo per incassare denaro, ma contribuisce a tutti gli effetti a migliorare l’esperienza cliente sia in negozio, grazie agli mPOS che riducono la coda in cassa e facilitano il rispetto delle norme sanitarie vigenti, sia online, con la funzionalità Buy Now Pay Later, che consente agli esercenti di adeguarsi alle richieste del mercato emergenti e proporre ai clienti di pagare in più rate, aumentando il potere di acquisto di questi ultimi.

#7 Metodi di autenticazione più fluidi e sicuri

Il 63% degli italiani ha manifestato la necessità di sistemi di sicurezza più efficaci per quanto concerne i pagamenti online: sarà quindi necessario per gli eMerchant proporre metodi di pagamento sicuri ma allo stesso veloci e fluidi, ottimizzando la gestione delle carte e diminuendo il tasso di transizioni rifiutate, migliorando così l’esperienza del cliente e aumentando la redditività.

#8  Inclusive web design

Rendere un sito web accessibile al maggior numero di persone possibile dovrebbe essere una priorità per gli eMerchant, visto che il 5% della popolazione italiana è diversamente abile e il 51% degli over 65 usa Internet.

tendenze eCommerce inclusive web design

In questo contesto, una nuova sfida per gli eCommerce sarà proprio quella di realizzare UX sempre più lineari, intuitive e accessibili: un’interfaccia semplice, colori contrastanti, caratteri sufficientemente grandi e testo alternativo per ogni immagine sono tutti elementi che contribuiscono a realizzare un’esperienza utente fruibile ai più.

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#9  La sfida della sostenibilità nell’eCommerce

La crisi sanitaria ha aumentato notevolmente l’attenzione degli italiani nei confronti della sostenibilità. Il 43% di essi, in particolare, teme che l’aumento delle vendite online rappresenti una minaccia per l’ambiente, soprattutto relativamente agli imballaggi non riciclabili e alle emissioni dovute al trasporto.

Fornire una scelta più ampia di prodotti e imballaggi sostenibili e creare una supply chain sostenibile saranno indiscussi punti di forza per gli eMerchant, tanto che la  crescita prevista per l’uso di imballaggi ecosostenibili nell’eCommerce entro il 2022 è pari al 50%.

#10 Omnicanalità, dalle parole ai fatti

L’83% delle aziende italiane considera l’omnicanalità una priorità, ma meno del 10% l’ha pienamente integrata nella propria strategia.

Dopo aver capito l’importanza della presenza su più canali, gli esercenti devono riadattare la loro organizzazione interna e integrare gli strumenti adeguati a stabilizzare questo modello, per garantire agli utenti una customer experience più fluida e completa.

 

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Canva Champion: come usare il tool più odiato dagli snob della grafica

Continuano senza sosta i nostri appuntamenti con i Webinar PRO targati Ninja: tutti gli insight, trucchi, trend, dietro le quinte sui temi caldi del momento, condivisi con voi. L’argomento di questa puntata è dedicato al tool per la content creation Canva, vedremo perché utilizzarlo per la creazione di contenuti, come creare contenuti in linea con lo stile del proprio brand e realizzare grafiche per post, stories e caroselli.

A parlarne con noi  Roberto Iadanza Brand & Graphic Designer.

Non perderti i punti salienti dell’intervista:

  • Perché scegliere Canva
  • Creare contenuti in linea con lo stile del proprio brand
  • Come realizzare grafiche per post, stories e caroselli

campagna dole

Dole lancia una campagna per riscattare la mela proibita con un appello al Papa

Dole Sunshine Company e il “sacro” frutto della mela, in questi giorni sono al centro di una campagna insolita.

La multinazionale statunitense con sede a Westlake Village, in California, attualmente è il più grande produttore di frutta e verdura al mondo: con un giro di affari ampliato ad una compagnia di navigazione, Dole Ocean Cargo Express. Si è rivolta direttamente al Vaticano, per una campagna PR decisamente “stravagante”.

Il presidente di Dole David H. Murdock, che ha creato il Dole Nutrition Institute, Fondazione per la ricerca e l’educazione nutrizionale, ha infatti autorizzato una lettera aperta al Papa, Jorge Mario Bergoglio, per riclassificare il frutto “proibito” restituendo valore alla mela che da sempre rappresenta l’asse primario della nutrizione, collegata però al peccato originale.

Dole e la frutta del peccato

Le mele contese – Fonte The Drum

L’appello invita il Papa a invertire il “più grande disastro di pubbliche relazioni che il frutto abbia mai affrontato” modificando la Bibbia per sostituire la parola “frutto” con più palesi e peccaminose tentazioni quali tabacco o alcol.

Dole Sunshine Company sta implorando perdono dall’alto per tutti coloro che volontariamente “infrangono il volere di Dio gustando il “frutto proibito”, cercando di scagionare Adamo 4 mila anni dopo essere stato brutalmente diffamato per aver morso una mela (presumibilmente), la campagna cerca di fare della disobbedienza una virtù trasmutando il peccato originale nello spuntino originale, amato da tutte le generazioni.

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Una campagna per promuovere una dieta più sana

Dole ha osservato che le diete povere uccidono più persone a livello globale rispetto al tabacco e all’ipertensione e la malnutrizione è la più grande sfida sociale del mondo secondo il Global Nutrition Report.

Lettera aperta di Dole Sunshine

Lanciata in occasione della Giornata internazionale della frutta sul quotidiano La Repubblica, la lettera cerca di ripristinare il buon nome del “Frutto proibito” dopo migliaia di anni di colpe, apportando un piccolo ritocco alla Bibbia, sostituendo la parola frutto con qualsiasi altro spuntino malsano.

La lettera – un appello umoristico e senza precedenti al Pontefice – intende avviare un dialogo globale sull’importanza della frutta per una dieta nutriente e concentrarsi sui benefici della vitamina C e sull’accessibilità globale.

Comprendiamo che richiedere questo cambiamento è una richiesta audace e provocatoria, e ovviamente non intendiamo mancare di rispetto a Sua Santità o alla Chiesa”, ha affermato Pier Luigi Sigismondi, Presidente del Dole Packaged Foods & Beverages Group.

“Crediamo che se riusciamo a risolvere questa falsa rappresentazione della frutta, possiamo avviare una nuova narrativa che si concentri sui suoi benefici e crei nuove abitudini alimentari più sane che siano coerenti con il nostro scopo di portare una buona alimentazione a tutti”.

La lettera aperta sottolinea rispettosamente che, anche se la mela non è mai stata menzionata per nome nella Bibbia, questo frutto in particolare è stato oggetto di calunnia poiché erroneamente associato al peccato originale. 

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In un mondo in cui ci sono chiaramente più cibi peccaminosi e decadenti da raggiungere, la mela non dovrebbe più essere considerata proibita. 

Piuttosto, Dole Sunshine Company sostiene che la frutta stessa può essere l’eroe e lo slancio per un cambiamento nella conversazione su un’alimentazione nutriente e un motore per una consapevolezza maggiore rispetto a ciò che gira sulle nostre tavole.

PR dagli Inferi: Dole desidera che la frutta venga assolta dal peccato originale. Fonte: Mediashotz.

Dole Sunshine Company conclude la lettera con una umile richiesta a Papa Francesco: “Chiediamo umilmente l’assoluzione della mela che solo tu può dare“.

Salesforce report - customer engagement

Customer engagement: i 4 trend del 2022

La relazione dei consumatori con i brand oggi è cambiata, così come le aspettative che le aziende si trovano a soddisfare. In questo nuovo contesto fiducia, interazione, fedeltà del marchio e personalizzazione, secondo i dati raccolti da Saleforce, rappresentano le chiavi per migliorare il customer engagement.

Per essere aggiornati sulle tendenze relative ai consumatori ed in qualche modo legate alle aziende, per gli amministratori così come per chi si occupa di marketing, è fondamentale oggi più che mai poter avere una panoramica su dati e statistiche di valore in grado di mostrare la situazione generale in Italia rispetto alle preferenze dei consumatori. Questi dati di valore rappresentano infatti un valido supporto per chi è nella posizione di dover intraprendere delle scelte strategiche all’interno di un’impresa.

Poter fare scelte strategiche sempre più consapevoli rappresenta un grande vantaggio competitivo, oggi più che mai, in un momento storico dove i consumatori sono sempre più esigenti. Per questo motivo i dati stanno acquisendo sempre più importanza strategica perché attraverso queste risorse è possibile ottenere le informazioni per ottimizzare ogni strategia aziendale in atto.

L’acquisizione di informazioni può spesso passare dagli stessi dati interni alle aziende, che oggi con l’ausilio delle nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale possono essere sempre più sfruttati per essere trasformati in informazioni di valore. In altri casi però, i dati a supporto delle aziende non derivano dai dati legati alle stesse, ma dai dati dei consumatori che in generale sono in grado di mostrare tendenze e preferenze per il mercato B2B e B2C.

In entrambi i casi infatti, conoscere l’andamento del mercato inerente alle tendenze dei consumatori è un fattore essenziale da includere nella propria strategia di business.

In questi casi ci sono diverse fonti autorevoli da cui estrarre i dati più utili al caso specifico. Realtà come Salesforce sono un esempio di come poter acquisire facilmente tutte le informazioni aggiornate che possono essere di maggiore interesse rispetto alle tendenze del customer engagement. Salesforce infatti, permette di acquisire informazioni relative alle nuove tendenze del customer engagement B2B e B2C attraverso la quinta edizione dello State of the Connected Customer, dove mostra informazioni molto utili per colmare il gap fra le aspettative dei consumatori e le proposte dei brand, attraverso interviste fatte a oltre 13.000 consumatori e 4.000 buyer B2B.

Tra le informazioni evidenziate da Salesforce relative alle nuove tendenze del customer engagement B2B e B2C possiamo vedere come:

  • L’88% dei consumatori si aspetta che ogni azienda comunichi chiaramente i valori secondo cui opera, solo uno su due ritiene che ciò accada;
  • L’83% dei consumatori si aspetta un’interazione immediata quando contatta un’azienda;
  • Il 53% denuncia interazioni ancora estremamente frammentate.

customer engagement

Le 4 tendenze 2022 del customer engagement

Le tendenze principali evidenziate da Saleforce possono essere racchiuse in quattro elementi principali:

  • La fiducia
  • Le interazioni
  • La fedeltà del marchio
  • La personalizzazione

La fiducia: la chiave per conquistare il cuore dei consumatori

A incidere sempre di più nelle  relazioni tra consumatori e aziende troviamo la fiducia che i consumatori devono necessariamente avere nei confronti del brand.  Nello State of the Connected Customer vediamo come l’87% degli intervistati in Italia sostiene infatti  che il valore della fiducia abbia acquisito ancora maggiore importanza rispetto al passato, specialmente in tempi di cambiamento, come quelli che stiamo vivendo in questo momento.

Ma come fanno i consumatori a valutare la fiducia nei confronti del brand?

salesforce report trust - customer engagement

Metro per valutare la fiducia dei consumatori nei confronti del brand può essere la qualità delle loro interazioni con l’azienda. L’esperienza è in questo caso un fattore molto importante che i consumatori valutano per decidere il grado di fiducia che possono avere nei confronti di un’azienda. Una buona esperienza aumenterà il grado di fiducia che l’azienda può ottenere dai consumatori. Per capire quanto l’esperienza offerta ai clienti sia un elemento decisamente  importante basta fare riferimento ai dati, secondo cui in Italia l’89% dei consumatori afferma che l’esperienza fornita da un’azienda è importante tanto quanto i suoi prodotti o servizi (il dato global si attesta all’86%), una percentuale che arriva addirittura al 92% per la fascia generazionale dei Millennial.

Interazioni tra brand e consumatori: più importanti e più varie rispetto al passato

Il coinvolgimento dei clienti oggi è decisamente digital-first, poiché il mondo digitale è parte integrante del mondo reale e nessuna azienda può pensare di poter essere competitiva sul mercato senza sposare questa dimensione e quindi assumere una strategia di pensiero digital-first. Per questo motivo, i brand sono continuamente sotto pressione per riuscire nell’obiettivo di creare un’integrazione tra i dati delle interazioni online e quelle delle interazioni  offline in un’unica esperienza personalizzata.

salesforce interaction witch customer report

L’esigenza di raggiungere questo obiettivo è diventata ancora più pressante oggi rispetto al periodo pre-covid ed importante stando ai dati dello State of the Connected Customer: il 59% degli italiani ha dichiarato che a partire dal 2020 ha fatto acquisti in modi nuovi (rispetto al 68% dei consumatori a livello globale).

Molti comportamenti inizialmente adottati come soluzioni rapide alle restrizioni imposte dalla quarantena sono infatti ora abitudini destinate a durare, con cui le aziende devono fare i conti. Nel dettaglio, nei prossimi tre anni:

  • Il 59% degli italiani si aspetta di aumentare il ricorso ai metodi di pagamento contactless;
  • Il 52% degli italiani si aspetta di incrementare gli acquisti tramite social media, una percentuale ancora maggiore per Millennial (56%) e GenZ (61%).

La fedeltà del marchio

Con il passare del tempo il cambiamento dei comportamenti dei consumatori così come i loro desideri e le loro priorità è diventato sempre più evidente e quella fedeltà già conquistata dai brand non è più da percepire come stabile nel tempo ma può sempre modificarsi con il variare delle condizioni generali.

Riguardo alla fedeltà del marchio i dati infatti parlano chiaro e mostrano come:

  • L’83% dei consumatori italiani ha cambiato brand per i propri acquisti almeno una volta nell’ultimo anno (71% a livello global;
  • Solo il 43% dei consumatori italiani dichiara di fidarsi delle aziende da cui acquista.

Questi dati mostrano bene come la fedeltà del marchio possa sempre vacillare, se non coltivata in maniera corretta e costante nel tempo intraprendendo azioni mirate allo scopo di mantenere fiducia e fidelizzazione nei consumatori.

La domanda di personalizzazione: un trend in continua crescita

La personalizzazione rappresenta una tendenza in continua crescita negli ultimi anni tra i consumatori e i  nuovi punti di contatto digitali rappresentano nuove opportunità per le aziende per creare esperienze personalizzate. Stando ai dati possiamo vedere come la gran parte dei consumatori (il 73%) presume che le aziende comprendano le loro esigenze individuali, soprattutto data la grande mole di informazioni personalizzate raccolte dalle interazioni avute.

L’intelligenza artificiale in questo caso rappresenta uno strumento funzionale allo scopo di non deludere le aspettative dei consumatori. Affinché questo strumento sia sfruttabile però, i dati sono fondamentali perché solo sfruttandoli è possibile usare le soluzioni AI come mezzo per raggiungere gli obiettivi aziendali. L’acquisizione dei dati necessari per andare incontro alla domanda crescente di personalizzazione dei servizi da parte dei consumatori inoltre, non trova limitazioni neanche tra gli stessi consumatori, che stando ai dati raccolti per l’84% (dei consumatori italiani) dichiara di trovarsi a proprio agio con le aziende che utilizzano le informazioni personali rilevanti in modo trasparente e vantaggioso.