Mondadori acquista aNobii e si lancia nel social reading [BREAKING NEWS]

Mondadori ha acquisito aNobii, la piattaforma mondiale di social reading che vanta più di trecentomila utenti in Italia e oltre un milione di iscritti in tutto il mondo. Fondato nel 2006 ad Hong Kong, aNobii è diffuso in quindici lingue e classifica oltre 40 milioni di titoli. Attualmente non sono stati resi noti i costi dell’operazione.

Il Gruppo Mondadori prevede di investire in un nuovo sviluppo della piattaforma sociale che già permette di condividere le librerie, scrivere commenti e recensioni sui titoli letti, e metterà a disposizione degli utenti nuove funzioni, implementando gli standard tecnologici già presenti nel sistema, trasformandola in un ambiente social indirizzata all’ascolto dei lettori, tematica ritenuta fondamentale per la crescita del mercato dei libri digitali e per la costruzione della casa editrice del futuro. È già possibile inoltre seguire aNobii anche su Facebook e Twitter.

Greg Sung, fondatore di aNobii, ha commentato così: «la nostra missione è da sempre quella di dar vita a una comunità dove i lettori di tutto il mondo possano condividere, approfondire e alimentare la loro comune passione per la lettura e i libri. Con questo accordo abbiamo finalmente le risorse per portare avanti questa missione in modo ancora più incisivo».

Un passo in avanti decisivo per il complesso mercato dell’editoria in Italia, che dopo l’ annus horribilis del 2012 ha registrato una ulteriore flessione del 5,4% nel 2013, riportando una lieve crescita esclusivamente nella fruizione degli ebook. Un buon auspicio: il nome di aNobii deriva dalla classificazione scientifica del tarlo della carta, termine indicato nel mondo anglosassone per indicare chi passa molto tempo sui libri.

 

You're on: la campagna Diet Coke che sta scandalizzando l'America. Ed è già parodia

Metti un visual sempliceun copy accattivante, e un doppio senso evidente nell’headline; aggiungi una distribuzione importante negli spazi pubblicitari di New York e San Francisco e fai scoppiare un putiferio mediatico!

Stiamo parlando della controversa campagna di Diet Coke ‘You’re on


Nelle intenzioni di Coca-Cola questa campagna (stampa, outdoor, web) avrebbe dovuto mostrare il prodotto dietetico come sostegno reale nei piccoli e grandi momenti della vita di tutte le persone. I momenti decisivi dove tutti gli occhi sono puntati su di te. Sintetizzato: quei momenti in cui ‘You’re On‘.

Questo concetto è ben espresso nel video sul canale di Diet Coke dove i protagonisti del commercial sono presentati in situazioni difficili, sotto pressione e in momenti in cui devono dare il massimo. A sostenerli una sorsata della famosa soda dietetica. Fra loro anche la cantante Taylor Swift, testimonial di Diet Coke da Gennaio 2014:

 

Nella campagna stampa e outdoor, con l’assenza di immagini a supporto, il messaggio acquista un valore decisamente più ambiguo: “to be on” in inglese infatti può significare, tra le altre cose, “essere sotto l’effetto di”.

Associate ora questa traduzione alla parte più evidente del logo della bibita e avrete la frase: sei sotto l’effetto di cocaina.

Non sappiamo quanta malizia abbiano messo in gioco i creativi dell’agenzia newyorkese Droga5 (un nome un programma) mentre costruivano questa campagna, ma, anche se Coca-Cola smentisce categoricamente l’intenzione di voler far rifermento al mondo delle sostanze illegali, il messaggio è stato decodificato in questo senso dalla maggior parte delle persone, vista  la grande mole di tweet che viene ancora generata sull’argomento:

Not 100% sure I would have chosen “you’re on coke,” as @CocaCola‘s slogan, but hey. What do I know? pic.twitter.com/a6TRMO1FzC

— Andrew Jones (@andrewmjones) 10 Marzo 2014

 

“You’re on,” and logo are positioned, the brand’s new ads seem to refer to drug use—appearing to spell out the phrase “You’re on coke.”…

— Cathy Macaione (@Macaione) 10 Marzo 2014

In più ci si mette di mezzo anche una campagna spoof che sta circolando queste ore nel web la quale, rispettando il visual della campagna originale, presenta un testo con temi più spinti e mostra “gli strumenti del mestiere” del cocainomane (sostanza, cannuccia, lametta):

A corredo, un video parodia su Youtube nel canale Druga5 (nome storpiato dell’agenzia Droga5) che imita in tutto e per tutto il commercial della campagna tranne in un particolare: la bibita gasata è sostituita dalla sostanza stupefacente:

 

Molti in rete gridano al #fail altri al #win, ma forse il giudizio spetta ai numeri: secondo l’agenzia di comunicazione Way to Blue, sembra infatti che il numero di persone che intende acquistare Diet Coke sia aumentato notevolmente nei giorni seguenti il lancio della campagna.

E voi cosa ne pensate? Questa campagna porterà al brand più benefici o più criticità?

Il dominio delle donne nei social media [INFOGRAFICA]

social media women

Abbiamo celebrato solo pochi giorni fa la festa della donna e, sempre negli ultimi giorni, l’attualità ci propone temi di rilievo sul ruolo della donna all’interno della politica nazionale.

Nel nostro piccolo vogliamo dare il nostro contributo, riportando i dati di diverse indagini demografiche legate al mondo dei social media (le fonti sono il Pew Research Center e Burst Media) rielaborate in un’interessante infografica da Financeonline.com.

I dati mostrano inequivocabilmente quanto proprio le donne stiano assumendo un ruolo sempre più determinante nell’utilizzo dello strumento social e, in alcuni casi, siano la vera fonte del successo per alcuni di essi.

L’infografica ci mostra anzitutto come le donne utilizzino i social network molto più spesso degli uomini, ma non solo: le donne sono capaci di tratte il meglio di ogni diversa piattaforma e di utilizzarle nei modi più creativi.

Dominano la scena, ad esempio, nell’utilizzo di Pinterest, un social network in rapida espansione e dalle ampie prospettive di sviluppo. Il 33% delle donne connesse accedono regolarmente a Pinterest contro lo scarno 8% maschile. Meno dominante ma significativa anche la maggior presenza su Tumblr (54% contro il 46% maschile).

Risalta poi il dato dell’utilizzo dei social network da mobile: ben il 46% delle donne utilizza lo smartphone per controllare i loro profili social in mobilità contro il 43% maschile. Una maggioranza non schiacciante, ma significativa. Ancor più significativa quella sull’utilizzo dei tablet: 32% femminile contro il 20% maschile.

Considerato che, oggi, il mobile è diventata la fonte di traffico primaria sui social media ci si rende conto di quanto le donne stiano accelerando il passo verso il dominio assoluto della scena.

E’ chiaro che questa padronanza al femminile sui social media non è da considerarsi priva di significato, anzi ci dice soprattutto che il pubblico femminile è molto più attento e sensibile all’interazione con i brand sui social media, e quindi determinante per la buona riuscita di campagne o strategie di “social customer care”.

Inoltre le donne s’informano più rapidamente (e meglio) degli uomini, condividendo notizie di più ampia portata e più rapidamente.

Ecco quindi che questi dati possono farci riflettere sulle scelte e sulle strategie da applicare: il futuro è donna.

donne e social media

Perché dichiarare la propria missione favorisce il successo personale

Dichiarare la propria missione: uno dei segreti per il successo personale

Definire una missione o dichiarazione di intenti è da molti anni ormai una caratteristica delle realtà aziendali: slogan, o periodi più articolati, in cui vengono chiariti i valori dell’azienda, la sua strategia e gli obiettivi che si pone. Ad esempio quella di Walt Disney è “Rendere felici le persone”; quella della Ferrari “Costruire vetture sportive uniche, destinate a rappresentare, in pista come sulle strade, l’automobile italiana d’alta scuola(…)”.

La missione funge soprattutto da guida operativa per i membri di un’organizzazione, e da ispirazione quotidiana su ciò che si vuole raggiungere, e soprattutto come.

Dalle aziende alle persone

Nel 1989 Stephen R. Covey, nel suo “Le 7 regole per avere successo”, ha suggerito anche ai singoli di creare la propria missione, come parte della seconda regola che recitava: “comincia avendo bene in mente la fine”. Venticinque anni dopo, la creazione di una dichiarazione di intenti risulta essere uno strumento molto efficace per chi è alla ricerca del successo personale.

Si tratta un po’ di viversi come un brand a livello personale, e creare una missione aiuta a rimanere focalizzati sui nostri obiettivi e sulle nostre capacità e specialità

Come definire la propria missione


Ognuno di noi infatti ha dei “poteri speciali”, delle caratteristiche particolari che ci portano a fare qualcosa meglio degli altri. Per creare una missione personale infatti è importante da un lato sapersi guardare dentro e chiedersi “cosa mi piace fare?”, “quali sono i miei valori?”, “cosa mi rende speciale?”.

Da un altro lato invece può aiutare chiedere a chi ci sta intorno, perché spesso tendiamo a considerare le nostre particolarità come normali, e abbiamo bisogno di un parere esterno per prenderne consapevolezza.

Una volta che abbiamo raccolto tutte queste risposte possiamo seguire uno schema per creare la nostra dichiarazione di intenti, così come suggerito da William Arruda (nel suo Ditch. Dare. Do!):

il valore che vogliamo creare + per chi lo vogliamo creare + il risultato che ci si prefigge di raggiungere

Per esempio: “Usare la mia passione e la mia competenza nelle tecnologie per ispirare i ricercatori nel trovare nuove cure per le malattie rare”.

1. Oprah Winfrey, fondatrice dell’Oprah Winfrey Network

Essere un’insegnante. Ed essere conosciuta per la mia capacità di ispirare i miei allievi ad essere di più di quello che loro pensano di poter essere

In un numero di O magazine, Oprah ha dichiarato di aver sentito una voce dentro di sé una volta da ragazzina, mentre guardava sua nonna fare le faccende di casa. Questa voce diceva che nella sua vita avrebbe fatto di più che stendere il bucato su un filo. Alla fine capì che avrebbe voluto insegnare, ma mai avrebbe immaginato che l’avrebbe fatto in TV.

2. Sir Richard Branson, fondatore del Virgin Group

Divertirmi nel viaggio della vita e imparare dai miei sbagli

A tal riguardo ha dichiarato: “Bisogna sapere essere un buon leader e cercare sempre di tirar fuori il meglio dalle persone. È molto semplice: basta ascoltarle, dar loro fiducia, credere in loro, rispettarle e fargli spiccare il volo!”

3. Denise Morrison, CEO della Campell soup Company

Essere un leader al servizio degli altri, vivere una vita equilibrata e applicare i principi etici per fare davvero la differenza

La CEO ha poi dichiarato che la sua missione personale è stata importante per lei, perché per guidare gli altri bisogna avere una forte consapevolezza di sé stessi e dei propri obiettivi.

Effetti positivi

Questa semplice pratica può avere degli effetti molto importanti sul nostro percorso di crescita personale: è una guida nella strada verso il successo, che ci permette di focalizzarci e di sapere anche dire di no a ciò che alla luce della nostra dichiarazione rappresenta una distrazione dal nostro obiettivo.

È importante però ricordare che man mano che cresciamo e acquisiamo nuove abilità e competenze, va modificata anche la nostra missione. Altrimenti c’è il rischio che non sia più rilevante ed efficace.

Un altro buon consiglio è quello di condividere con gli altri la nostra dichiarazione una volta che siamo riusciti a metterla per iscritto: chi ci sta vicino ci aiuterà a tornare sulla strada giusta quando si accorgerà che staremo facendo qualcosa di controproducente.

Per ispirarvi un po’, ecco degli esempi di persone di successo che hanno definito la propria missione e l’hanno condivisa con il mondo intero.

One second a day, la versione shock di Save The Children [VIDEO]

“One second a day”, la versione shock di Save The Children [VIDEO]

Tutti percepiamo come più reali e probabili quelle situazioni che, tra le altre, sono a noi più vicine. Abbiamo più timore di un terremoto se viviamo in una zona sismica, ad esempio. Della guerra, però, noi occidentali più difficilmente abbiamo una tangibile paura, perché da decenni non la viviamo in prima persona, come sono invece costretti a fare i cittadini siriani, e come ci ricorda l’ultimo video di Save The Children UK che ricalca il format dell’amato filone “One Second a Day“.

Negli ultimi anni abbiamo visto tanti video di questo genere in rete: “1 Second Everyday” e “A second a Day from Birth” sono i due più famosi tra tanti, video coinvolgenti girati con handycam e smartphone, con primi piani e soggettive, che raccontano attimo dopo attimo due storie in cui la maggior parte di chi li guarda può riconoscersi.

Ora il format, famoso per l’empatia generata nel pubblico, viene preso in prestito da Save The Children per puntare i riflettori sulla condizione dei bambini siriani. Immaginare che un evento tragico possa accadere dietro casa nostra ci fa cambiare decisamente prospettiva nel modo in cui lo affrontiamo. Ecco perché l’organizzazione sceglie di mostrarci un anno di vita di una bimba inglese che dalla felicità della sua infanzia passa al lutto e al dolore di una vita sotto attacco.

“One second a day”, la versione shock di Save The Children [VIDEO]

“One second a day”, la versione shock di Save The Children [VIDEO]

“One second a day”, la versione shock di Save The Children [VIDEO]

“One second a day”, la versione shock di Save The Children [VIDEO]

“One second a day”, la versione shock di Save The Children [VIDEO]

Il messaggio è simile a quello passato dall’ad stunt di SOS Children’s Villages Norway di cui vi abbiamo parlato qualche giorno fa: solo perché non succede qui non significa che sia meno vero, o che tu non debba fare nulla.

I messaggi più efficaci sono spesso quelli che introducono nella storia raccontata un elemento fortemente distonico rispetto a contesti, modelli narrativi, percorsi di senso comune. In una parola, rispetto a ciò che riteniamo verosimile. Questo video centra egregiamente l’obiettivo di unire due mondi lontani e catturare l’attenzione dello spettatore per indurlo ad una concreta azione di supporto o, come in questo caso, riaccendere i riflettori di opinione pubblica e organi politici su un conflitto che dura ormai da tre anni.

Siete d’accordo con noi?

Italia Caput Mundi: lo storytelling sulle scarpe italiane [PARTE 2]

“Noi italiani abbiamo fatto le scarpe al mondo intero” esordisce dicendo la prima puntata dello storytelling Italia Caput Mundi. Parte con uno speciale dedicato alle scarpe questo racconto sul pensiero laterale che ha dato vita al made in Italy: originali e innovativi, ecco come i nostri prodotti rendono l’Italia “caput mundi” nell’export internazionale.

Lo storytelling che vi abbiamo proposto conta sei video creativi che raccontano anche alcune eccellenze che non sapevamo fino ad oggi fossero tali: oggetti come i rubinetti, gli occhiali o le piastrelle si aggiungono alla lista dei prodotti più rinomati al mondo che parlano d’Italia, esattamente come la pasta o, in questo caso, le scarpe.

Ma perché le scarpe italiane hanno il primato di prodotto internazionalmente eccellente?

Basta dare uno sguardo a qualche numero: secondo l’indice Fortis-Corradini, su una casistica totale di 5.517 prodotti in cui è diviso il commercio internazionale, le calzature made in Italy si posizionano al quinto posto, con un valore export pari a 2.160,2 milioni di dollari.

Grazie alla ricerca condotta da Italia Caput Mundi, scopriamo che il 10% della produzione made in Italy è fatta di “confezionamento di articoli di abbigliamento e in pelle” entro cui rientrano le scarpe, e che le relative imprese di Lombardia, Veneto e Marche si classificano ai primi posti proprio in termini di produzione.
Anche la categoria “fabbricazione di articoli in pelle e simili” riguarda la produzione di scarpe e fa registrare un bell’8,4% di produzione complessiva targata made in Italy, entro cui troviamo oltre alle regioni leader, anche Toscana, Emilia Romagna e Campania.
Ciò significa che quasi il 20% del made in Italy è dedicato alla produzione di prodotti leader come le calzature: non è quindi un caso che i nostri artigiani e i nostri designer di calzature siano considerati i migliori sul piano internazionale e che sappiano esprimere un tale livello di raffinatezza nella produzione di scarpe, facendo del marchio made in Italy una garanzia nel commercio, la stesse che il resto del mondo ama da decenni e sceglie di comprare.

Forse non tutti sanno che…

Non solo scarpe, però. Come accennato in precedenza, forse non tutti sanno che su queste migliaia di prodotti commerciali mondiali, sono circa 250 i prodotti che provengono dall’Italia e che detengono la prima posizione nell’export mondiale, con oltre 4.500 aziende italiane che li producono protagoniste di questo primato.
Come se ciò non bastasse, dobbiamo sapere che sono 347 i prodotti italiani che detengono la seconda posizione nell’export mondiale, e che sono 387 quelli che detengono invece la terza posizione.

Considerando complessivamente il numero di primi, secondi e terzi posti nell’export mondiale detenuti da ciascun Paese del G20, l’Italia figura quarta assoluta dopo Germania, Cina e Stati Uniti.
Inoltre l’Italia è seconda al mondo soltanto alla Germania per numero di posizioni di eccellenza nell’export in rapporto alla sua popolazione.

Le aziende coinvolte in questo processo di produzione sono per lo più piccole e medie imprese, che producono tra i 5 e i 50 milioni di euro l’anno di fatturato e hanno un numero di dipendenti compreso tra i 10 e i 250 addetti.
Con Italia Caput Mundi è stato possibile mappare queste imprese e dare dei nomi agli imprenditori che vi lavorano e danno vita, ogni giorno, a nuove idee per la soluzione dei problemi dell’economia del Paese e provano a immettere sul mercato ancora prodotti di eccellenza, non rinunciando quindi ai migliori insegnamenti provenienti dalla tradizione pur facendo innovazione.

Con la prossima puntata scopriremo qual è il prodotto che detiene la prima posizione e vi racconterò altri aneddoti del Made in Italy che purtroppo tendono a restare sconosciuti e fare del marchio un grande concetto di fascinazione, ma anche un grande insieme di non-definizioni.
In anteprima posso dirvi che scoprirlo sarà per voi una vera sorpresa, in perfetto stile “pensiero laterale”. Alla prossima settimana, quindi.

Evernote lancia la sua app ufficiale per Pebble

Credits by @pebble @evernote

Nella cornice del South by Southwest Festival di Austin, Evernote ha annunciato il lancio della sua app dedicata per Pebble, lo smartwatch che sta raggiungendo interessanti vette di popolarità. Forte infatti di un prezzo al pubblico aggressivo (150$ sullo store ufficiale nella versione in policarbonato, e 250$ nella versione in acciaio inossidabile), Pebble offre infinite possibilità di personalizzazione, un design minimalista e un peso complessivo pari a 38g.

Inoltre, a partire dalla creazione dell’app store per iOS e per Android, Pebble garantisce un interessante sviluppo applicativo. Considerando infatti Evernote come la app che, per vocazione, ha fatto del “multipiattaforma” la sua principale caratteristica, non stupisce come sia stata una delle prime ad essere lanciata ufficialmente. Tramite Evernote per Pebble, si può utilizzare lo smartwatch come un’estensione del proprio smartphone per consultare le proprie note ma non solo.

Credits by blog.evernote.com

Le note, i tags, le check list, i promemoria e molto altro sono sempre accessibili e a portata di polso!

Si possono ricercare le note anche basandosi sulla geolocalizzazione, per trovare rapidamente appunti utili riguardanti la zona circostante (utile per identificare rapidamente un cliente prima di meeting lavorativi), oppure avere sempre a portata di mano la lista degli oggetti da acquistare durante la spesa (c’è la possibilità di “segnare” gli oggetti già acquistati direttamente dall’orologio, senza dovere utilizzare lo smartphone). Le notifiche e la “To Do List” sono sempre disponibili, rendendo il Pebble una vera e propria agenda a portata di polso.

E voi che cosa ne pensate? Ritenete utili gli smartwatch, oppure pensate che ancora ci sia molto da lavorare in questo settore? Scrivetelo nei nostri commenti!

[Link per il download da iTunes]

Aperte le iscrizioni al Corso Intensivo in Non-Conventional & Viral Marketing

Negli ultimi anni la società dei consumi è cambiata profondamente. Complici da una parte l’assuefazione alle classiche campagne pubblicitarie basate su modelli di ripetizione sterili ed ossessivi, dall’altra l’ascesa inarrestabile delle reti digitali sociali come media di relazione e condivisione, oggi viviamo immersi in quella che può essere definita una Network Society.

Di conseguenza, l’approccio di aziende ed agenzie alla definizione di un piano di marketing e comunicazione, deve mutare. Le strategie di Marketing Non-Convenzionale, le azioni di Guerrilla e le campagne basate su un approccio virale non possono più rimanere delegate quali azioni di tattica sporadica: hanno la responsabilità di riprogettare l’intero dna di brand, prodotti e servizi, facendosi strategia nel medio-lungo termine.

Corso Intensivo in Non-Conventional & Viral Marketing

DESTINATARI: Il Corso intensivo in “Non-Conventional & Viral Marketing” è progettato per aziende, agenzie e startup che devono attivare strategie di marketing, branding e comunicazione. Il percorso didattico è stato progettato espressamente per professionisti alla ricerca di stimoli innovativi e soluzioni concrete utili a posizionarsi o riposizionarsi sul proprio mercato di riferimento.

QUANDO: 09 e 10 maggio 2014.
DOVE: Blend Tower @ Milano – Piazza IV Novembre, 7

Programma

DAY ONE: NON-CONVENTIONAL & GUERRILLA MARKETING

  • Da consumatori di prodotti a creatori e diffusori di contenuti
  • I principi fondamentali del marketing non-convenzionale
  • Il passaparola e la curva di diffusione delle idee
  • Il vantaggio di un approccio non-convenzionale
  • Progettare una campagna Unconventional (strumenti, ruoli e step progettuali)
  • L’approccio guerrilla e l’integrazione con l’ecosistema digitale
  • Guerrilla In Action: sfide, problematiche ed execution
  • Brief @ Work: esercitazione di gruppo e presentazione di idee
  • Costo contatto Vs leverage di notiziabilità

DAY TWO: VIRAL MARKETING & VIRAL DNA

  • Cos’è il Marketing Virale?
  • Gli step di progettazione di una campagna virale
  • Dal brand-dna al Viral-dna®
  • Definire la strategia di una campagna virale
  • Le dinamiche del contagio e la progettazione strategico-creativa: il modello Create!*
  • Produzione e post produzione di una campagna virale
  • Tecniche, strategie e strumenti di seeding
  • Tracking (software e sistemi): analizzare il ritorno sugli investimenti
  • Viral-DNA: brief model e project work
  • Brief @ Work: esercitazione di gruppo e presentazione di idee
  • Le nuove frontiere dell’unconventional e l’evoluzione delle idee virali

Ninja Master | Mirko Pallera

Strategic-creative director e co-fondatore di Ninja Marketing, è considerato una delle menti più fervide e rivoluzionarie del marketing contemporaneo. Imprenditore, sociologo e digital strategist per grandi brand fra cui Barilla, Telecom e Unilever, si definisce un “innovatore sociale” con la missione di migliorare il mondo grazie alla comunicazione delle aziende.

È autore di due marketing best seller: “Marketing Non-Convenzionale: viral, guerrilla, tribal e i 10 principi del marketing postmoderno” e “Create! Come progettare un’idea contagiosa (e rendere il mondo migliore)” e membro dello IADAS di New York (International Academy of Digital Arts & Sciences) e ambasciatore italiano dei Webby Awards.

Ninja Master | Valerio Franco

Partner e Brand Strategy Director di Enfants Terribles, una delle più importanti agenzie pubblicitarie indipendenti d’Italia. Fondatore e Viral Strategist di Ebolaindustries, la prima agenzia 100% non convenzionale in Italia, che ha recentemente lanciato “Ebolaind”, l’applicazione mobile che racchiude il meglio della creatività globale e i progetti di comunicazione più innovativi.

Docente di Marketing Non Convenzionale e Virale all’Accademia di Comunicazione di Milano e in alcune Università italiane. Brand Lover, tech-geek, blogger (quando blogging era “cool”), oggi in fase sperimentale e di ricerca della sua prossima social residency. Fondamentalmente curioso e onnivoro, sa farsi incuriosire dalla scoperta della Generation Like come dal gelato degli astronauti.

Vantaggi del Corso in Aula

✔ Didattica Full Immersive: un modello di apprendimento altamente intensivo
✔ Massima Interattività: confronto costante, brainstorming con i docenti e feedback diretti in aula
✔ Live Networking: sviluppo mirato della tua rete professionale, sia con i docenti Ninja che con altri professionisti e appassionati di marketing e comunicazione digitale
✔ Learning by Doing: casi pratici e workshop
✔ Lavoro in team: svolto con gli altri partecipanti in tempo reale
✔ Attestato di partecipazione: rilasciato direttamente dai responsabili Ninja Academy

Prezzo, early booking e sconti speciali

Early Booking fino al 28 aprile 2014
1 giornata: 449 euro + iva (anzichè 499 euro + iva)
2 giornate: 749 euro + iva (anzichè 799 euro + iva)

Non dimenticate gli sconti di gruppo: vige la regola “più siete, meno spendete”. E se avete partecipato ad altri corsi Ninja Academy, verificate direttamente nella vostra area utente gli sconti e bonus guerrieri che avete accumulato!

Il team Ninja Academy resta a vostra disposizione per qualsiasi dubbio o chiarimento. Potete scrivere a info[@]ninjacademy.it o telefonare allo 02 40042554 o al 346 4278490.

Knowledge for change.
BE NINJA! 😉

SMS: i messaggi sono in via di estinzione?

SMS: i messaggi sono in via di estinzione?

SMS: i messaggi sono in via di estinzione?

Per la prima volta nella storia della telefonia mobile, l’utilizzo degli sms è drasticamente crollato nel Regno Unito. Questo è quanto riporta il report annuale sulle previsioni tecnologiche della Deloitte che ritiene che il numero di messaggi di testo scambiati dagli Inglesi sia diminuito di oltre 7 miliardi nello scorso anno.

L’azienda prevede che nel 2014 le persone in Inghilterra invieranno circa 300 miliardi di messaggi istantanei (per intenderci, quel tipo di messaggi che richiede una specifica app e una connessione dati) a fronte di soli 140 miliardi di cari vecchi SMS inviati.

La maggior parte delle persone sta sempre più spostando le comunicazioni dal tradizionale sistema di messaggistica testuale a quella istantanea. Il professor David Gerzof Richard – media e marketing Professor presso l’Emerson College – prova ad addurre almeno quattro motivazioni:

  1. Gli SMS si pagano: l’operatore telefonico applica una tariffa per l’invio del singolo SMS. Con i servizi di messaggistica istantanea – inclusi Facebook e WhatsApp – l’invio del messaggio è incluso nel traffico dati della connessione Internet in abbonamento.
  2. Gli SMS contengono solo testo: con la messaggistica istantanea invece è possibile inviare link, clip audio o video e non esiste un limite ai caratteri da inviare.
  3. Gli SMS dipendono dalla rubrica: per inviare un messaggio di testo bisogna accedere all’elenco e trovare il numero di telefono del destinatario. I nuovi servizi online invece consentono di comunicare con i contatti a prescindere dal loro numero. Le giovani generazioni si stanno muovendo nella direzione per cui non si pensa più ai contatti in termini di “numeri di telefono”, bensì in termini di “username”.
  4. Gli adolescenti apriranno la strada ai più grandi: il report della Deloitte prevede anche che nel 2014 gli over 55 tenderanno a comprare smartphone e tablet al ritmo più veloce mai registrato prima e questo porterà ancora più utenti a utilizzare i sistemi di messaggistica istantanea.

Forse è presto per predire la scomparsa degli SMS, ma la minaccia di una loro imminente estinzione è un segno dei tempi che cambiano.

Per il download del Report completo, potete cliccare su questo link.

Body art surreali ed iperrealisti by Chooo-san

Uomini che rivelano il proprio scheletro e donne che appaiono senza testa. Graphic art dai toni cupi, bizzarri, capaci di sfociare a volte nel raccapricciante. Ecco gli ingredienti con cui Chooo-san – diciannovenne artista giapponese che ha perfezionato il suo lavoro sul corpo umano creando alcuni incredibili artwork dove disegni iperrealisti emergono direttamente da corpi umani – ama stupire.

Ecco una selezione dei suoi body art surreali ed iperrealisti.