Animal Spirits: il concept store è in live blogging

Ninja milanesi, siete già andati a scoprire Animal Spirits? Nato dalla collaborazione tra il collettivo MALI Weil e Centrale Fies, il contemporary concept store aperto dal 6 al 17 Novembre presso a La Triennale di Milano  per la stagione Housemates del CRT è senza dubbio un’esperienza da provare.

Un terreno di caccia dove scoprirsi guerrieri.
Un progetto di contaminazione tra design, cultura, trendhunting, ritualità e arte.
Una collezione di miti, immaginari ed esclusivi prodotti dal sapore rivoluzionario.

Dimenticate quindi store freddi e impersonali, Animal Spirits è una vera e propria esperienza, di cui acquistare uno degli accessori, pezzi unici personalizzabili realizzati con materiali recuperati da vecchi edifici, è solo una parte.

La sfida che si propone è diffondere una linea di prodotti iniziatici, disegnati fondendo elementi primordiali e immaginario pop, capaci di potenziare la spinta individuale all’azione. Una spinta anche politica.

In occasione del finissage dell’apertura milanese sabato 16 novembre, Mali Weil e il multimedia collective Perypezye Urbane propongono il live blogging della speciale serata evento dedicata al mondo Animal Spirits.

La blogger Virginia Fiume offrirà il suo punto di vista, narrando in real time l’immaginario, la mitologia e il brand Animal Spirits.

Il suo racconto crossmediale sarà seguito e supportato da blogger, trendsetter e opinion makers sul web e i social network per diffondere, amplificare e viralizzare l’istintiva spinta ad agire celata in ognuno di noi.

Il live blogging, finora stato associato al giornalismo, ad eventi politici o convegni, diventa così forma artistica, una vera e propria performance nella performance.

Il racconto online, naturalmente, non è a senso unico. I visitatori dello store e coloro che seguono da casa l’evento possono partecipare in real time attraverso l’hashtag #stayanimalspirit.

Internet Explorer diventa protagonista di un anime [VIDEO]

Internet Explorer diventa protagonista di un anime

Virus, troll, spam. Il lato oscuro del web é sempre in agguato, e a volte contrastarlo diventa un lavoro da supereroi. Internet Explorer viene raccontato proprio così nell’ultimo video in stile anime, realizzato da Microsoft Singapore in occasione dell’Anime Festival Asia 2013.

Protagonista è la giovane Inori Aizawa, tradizionale eroina dei manga giapponesi di grande successo, studentessa dalla doppia vita che si trasforma in combattente per sconfiggere il male, rappresentato da malware e virus.

Il video è stato davvero molto apprezzato, raccogliendo più di due milioni di views in una decina di giorni. Complice probabilmente la scelta di utilizzare una forma artistica e narrativa non comune per questa comunicazione, come appunto un anime, e la potenza di un racconto dove si scontrano male e bene.

Anche la scelta di utilizzare una protagonista femminile (alla quale è stata dedicata anche una pagina Facebook) ci è piaciuta molto. Chi tra noi Ninjette da piccola non ha amato almeno un’eroina dei cartoni animati giapponesi, e non ha finto di trasformarsi come faceva Sailor Moon? 😉

Facebook dice addio alla celebre icona col pollice in su

stencil del mi piace di facebook su un muro

Photo: Ksayer1

Se non ve ne siete già accorti, preparatevi a un piccolo ma significativo cambiamento, che riguarda tutte le pagine web che visitate ogni giorno. Avete presente quel piccolo pulsante con il pollice in su, che compariva accanto a ogni articolo? Facebook ha annunciato un redesign del famoso pulsante “mi piace”, che da ben due anni era associato a quel pollice.

Il nuovo pulsante ha le scritte bianche su fondo blu e mostra, al posto della mano, il logo con la “f” di Facebook; e anche il tasto “condividi” subirà lo stesso trattamento. Ecco come si presenta il nuovo set di pulsanti social targati Facebook, dopo l’intervento dei creativi.

Nuovi pulsanti social Facebook

La scomparsa del pollice è in realtà la conseguenza di una scelta basata sul colore. La mano bianca col polsino blu, rendeva obbligatorio l’utilizzo di uno sfondo celeste chiaro che, in siti web particolarmente affollati, non risaltava abbastanza.

Secondo Hugo Van Heuven, il designer che si è occupato del rinnovamento, un pulsante blu sarebbe stato più efficace. Sono state testate altre soluzioni, ad esempio si è provato a sovrapporre un pollice completamente bianco su fondo blu, ma l’effetto non ha soddisfatto Van Heuven: troppo generico, potrebbe essere un pollice qualunque.

Icona col pollice in su di Facebook

E così si è deciso per la sua eliminazione a favore del logo di Facebook, che avrebbe anche il vantaggio di rafforzare l’immagine del brand. Ma è ancora presto per dire addio del tutto al buon vecchio pollice, l’icona continuerà a rappresentare i “mi piace” all’interno del social network.

“Ogni giorno rimpiango di non aver potuto mettere il mio nome su quel pulsante! – scherza Van Heuven – Il mio lavoro è più famoso di molte celebrità. Nessuno ha un’opportunità così. È una cosa che ti rende incredibilmente orgoglioso.”

Che ne pensate? Vi eravate affezionati alla manina col pollice in su? Questo redesign porterà davvero dei benefici al brand?

La casa dei social network: Facebook come un soggiorno

Immaginiamo che i social network che “frequentiamo” abitualmente siano le stanze di una casa. Non vi scandalizzerete troppo quindi, se abbiamo utilizzato il verbo frequentare e non usare, quasi a rafforzare l’idea che i social media non siano più meri mezzi, ma consolidati luoghi di comunicazione.

Ogni stanza diventa un non luogo virtuale all’interno del quale agiscono delle dinamiche sociali differenti a seconda della dimensione spazio-temporale che contraddistingue la comunicazione in ognuna delle stanze.

Facebook, Twitter, Linkedin, Pinterest, Youtube sono i non luoghi digitali che abbiamo deciso di analizzare per comprendere le funzioni e i toni della comunicazione, di cui i brand potrebbero servirsi per meglio interagire coi propri pubblici.

Dai non luoghi urbani ai non luoghi virtuali

Dal punto di vista antropologico, il primo a parlare di non luoghi è stato lo studioso Marc Augé, che nel suo saggio Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità, definisce i “non luoghi” luoghi urbani di passaggio, come ad esempio le stazioni dei treni, i supermercati o i mezzi di trasporto, fino ad arrivare ai campi d’accoglienza per i profughi. In questi spazi si assiste a una codificazione-decodificazione della comunicazione basata sull’omologazione, la spersonalizzazione e l’anonimato dei non luoghi stessi. Per intenderci, tutte le sale d’attese dei treni del mondo dal punto di vista architettonico sono grossomodo uguali e secondo Augé all’interno di questi non luoghi, l’uomo perde la propria identità e si ritrova fondamentalmente solo.

Ora, ai fini della nostra analisi, oltre a prendere in prestito il termine “non luogo” della teoria dell’etnologo francese ci interessa il concetto di surmodernità, che l’autore usa “per indicare l’amplificarsi dei fenomeni peculiari della modernità” che tiene conto dell’ “accelerazione del tempo legato allo sviluppo dell’informazione, della contrazione del tempo dovuta alla crescita dei mezzi di trasporto e di comunicazione e all’individuazione dei destini nell’ambito del consumismo, in cui tutto si consuma: informazioni e immagini comprese”.

A ogni stanza uno stile narrativo

Questo è quello che si applica anche ai social network. Pensiamoci. Prendiamo ad esempio Facebook. Non è forse vero che un aggiornamento di status, proprio perché potenzialmente visibile e condivisibile, aumenta e quindi ne amplifica l’impatto emotivo? E ancora, non è forse vero che è sui social network che si fruisce delle informazioni e delle news in tempo reale, ancor prima che gli stessi organi di stampa provvedano a farlo? Unitamente al concetto di surmodernità, ci accorgiamo che in ognuno dei non luoghi virtuali, in altri termini, in ognuno dei social network che esamineremo, è possibile che si replichino i pattern relazionali tipici dei processi comunicativi delle mura domestiche. Noi abbiamo provato a definire le caratteristiche di ognuna delle stanze.

Facebook: il nostro soggiorno

Dove li facciamo accomodare i nostri amici e conoscenti, se non in soggiorno? E’ li che scambiamo le nostre opinioni, è lì che alimentiamo gossip, è lì che guardiamo un film e lo commentiamo. E’ qui che ascoltiamo musica e ne parliamo. In soggiorno siamo noi stessi, davanti ai nostri amici, anche se a dire il  vero, non possiamo metterci troppo a nudo, perché esiste comunque un minimo di distanza psicologica tra noi e loro. Ci diamo tutti del tu, ci sentiamo a nostro agio, trascorriamo ore e ore e costruiamo storie, lunghe e infinite.

Litighiamo, discutiamo, amoreggiamo. Possiamo dire parolacce? Sì. E’ consentito, anzi, dobbiamo dirle. Il turpiloquio ci rende simpatici, umani, empatici. Possiamo essere fragili. Dobbiamo essere fragili. Perché? Così diventiamo popolari e soprattutto coinvolgenti. E’ proprio qui che creiamo il consenso: in soggiorno.

Che cosa dobbiamo mettere in conto se vogliamo dire la nostra su Facebook? Dobbiamo innanzitutto spogliarci delle formalità. Avete mai fatto caso alla noia di alcune pagine aziendali, in cui le uniche conversazioni si riducono a timidi aggiornamento di status, che non dicono nulla e soprattutto, non muovono nulla? Non basta esserci su Facebook. Se in soggiorno non si ha nulla da dire, che ci si è presentati a fare? Qui si fa casino!

Ricordiamoci quindi che nel nostro soggiorno di casa troviamo una:

  • una dimensione temporale dilatata. Una conversazione può durare giorni
  • una dimensione spaziale estesa. Una conversazione può essere lunghissima
  • una dimensione sociale priva di gerarchia. Siamo tutti amici, anche se non ci conosciamo
  • un tono di voce confidenziale. Ci diamo tutti del tu.
Si conclude qui il primo appuntamento della rubrica, La casa dei social network. Che cosa ci racconterà Francesco Gavatorta la prossima settimana? Lo scopriremo presto 😉

Nelle precedenti puntate:
1) La casa dei social network: spazi autentici o non luoghi digitali?

Quali sono le migliori scuole di business d’Europa?

 

La scelta di una buona scuola di business è una tappa molto importante per tutti coloro che decidono di intraprendere un eccelso percorso professionale manageriale.

È fondamentale quindi informarsi nella maniera più esaustiva possibile su quali siano le scuole da scegliere e i criteri per poterle riconoscere. Andiamo per questo a vedere le migliori scuole di stampo economico presenti in Europa con un accenno anche a quelle nel mondo.

Premessa: le fonti della classifica

 

Esistono più classifiche dedicate alle migliori scuole di business sia del mondo che d’Europa, ma noi ci rifaremo essenzialmente alle graduatorie pubblicate dal Financial Times; rispettivamente:

1) Il Global MBA Ranking 2013 (dedicato ai Master in Business Administration).

2) L’Executive Education 2013.

Quest’ultima è una classifica molto singolare, in quanto prende in considerazione sia la qualità dei corsi a catalogo, detti “open programs” e sia quelli “su commessa”, cioè progettati dalle scuole per soddisfare le specifiche esigenze formative, richieste ai manager, delle imprese clienti (custom programs).

Queste indagini vengono effettuate e stilate ogni anno tenendo conto di molteplici fattori, quali, in particolare, l’internazionalizzazione della scuola, le connessioni con le aziende e le prospettive che vengono offerte dal mondo lavorativo.

Per verificare la qualità di una buona scuola di business è importante conoscerne le certificazioni attribuite da enti nazionali, europei e internazionali.

Le scuole di business migliori in Europa

 

Ecco una panoramica delle più prestigiose scuole di business presenti in Europa.

Francia: INSEAD, acronimo del francese “Institut Européen d’Administration des affaires”, fondato nel 1957.

È una scuola di direzione aziendale e un istituto di ricerca di carattere internazionale; considerata una delle migliori accademie del mondo, l’INSEAD ha come caratteristica fondamentale l’attenzione alla diversità culturale e alla prospettiva globale dei suoi corsi, non a caso è presente con un Campus anche a Singapore.

Altre ottime scuole francesi sono poi la HEC di Parigi e la EM Lyonn Business School.

In Italia troviamo la milanese SDA Bocconi. Questa prestigiosa scuola di direzione aziendale e cultura manageriale nata nel 1971, è caratterizzata da una forte internazionalizzazione e interconnessione tra ricerca, didattica, collaborazione col mondo delle imprese e delle istituzioni pubbliche.

La mission dell’istituto è la crescita professionale degli individui, l’innovazione dell’impresa e l’evoluzione dei patrimoni di conoscenza.

In Spagna spicca la IE, Instituto de Empresa. Secondo il Financial Times, nel 2012, l’IE è stata considerata la migliore scuola di business in Europa.

Vi sono poi la IESE, scuola di specializzazione in Amministrazione d’Impresa dell’Università di Navarra con sede a Barcellona e a Madrid e la ESADE (Escuela Superior de Administración y Dirección de Empresas). Quest’ultima segue una metodologia didattica applicata, che si basa cioè sullo sviluppo di competenze professionali e di gestione. La scuola ha una sede anche a Buenos Aires.

In Svizzera degno di nota è l’ IMD (International Institute for Management Development), fondato nel 1990 con sede a Losanna; in più vi è anche l’Università San Gallo (1898), specializzata nel campo della gestione aziendale, economia, diritto e affari internazionali.

In Inghilterra troviamo la rinomata London Business School (1964); autorevole scuola universitaria di specializzazione in economia aziendale e finanza, insieme alle università di Oxford, Cambridge e Manchester.

Un’altra scuola di rilievo è l’ESCP Europe, fondata a Parigi nel 1819. Questa è la più antica e più prestigiosa Business School a livello globale, grazie in particolare al suo Master in Management, classificato dal Financial Times come uno dei migliori al mondo.

Composta attualmente da 5 campus in 5 diverse città d’Europa (Parigi, Londra, Berlino, Madrid e Torino), la Grande École ESCP Europe è estremamente selettiva e si prefigge di preparare alle massime funzioni dirigenziali studenti ad alto potenziale, post-graduate ed executive.

Le classifiche

Prendendo in esame le due classifiche ufficiali del Financial Times, il Global MBA Ranking e l’Executive Education degli ultimi anni, possiamo constatare che la maggior parte delle università europee nelle prime classifiche sono inglesi e francesi.

A livello mondiale, invece, il primato va agli USA: la classifica è dominata principalmente dagli istituti statunitensi. Al primo posto c’è l’Harvard Business School, al secondo la Stanford School of Business e al terzo posto si classifica la University of Pennsylvania.

Tra i migliori percorsi d’eccellenza del Belpaese già citati (Bocconi ed ESCP di Torino), troviamo all’interno dell’Executive Education 2013, un’altra grande importante realtà italiana: il Politecnico di Milano, ben piazzato nella classifica dei cosiddetti “corsi su misura”.

Per quanto riguarda le altre università del Vecchio Continente, la London Business School tiene ben stretto (su scala addirittura mondiale), il quarto posto dall’anno scorso e tra gli altri nomi spuntano l’INSEAD francese, la HEC di Parigi, la Iese, l’IE e l’Esade spagnola e l’IMD svizzero.

 

E voi quale Business School scegliereste?

 

Immagini riprese da Thinkstockphotos e commons.wikimedia.org

5 aspetti fondamentali per il mobile marketing del 2014

Lo smartphone sta diventando sempre più il principale punto di collegamento tra consumatori e brand. Per questo le aziende non devono dimenticarsi di includere nelle loro strategie di marketing il mondo mobile.

Vediamo quali sono i cinque aspetti fondamentali per sfruttare i dispositivi mobile in una strategia di marketing: per funzionare al meglio, questi 5 punti devono essere coordinati in una strategia integrata in cui un punto non può fare a meno degli altri in un’ottica che guarda già alle tendenze della comunicazione e della tecnologia per il 2014.

1. Avere una mobile app

Chiaramente il primo passo da fare è quello di avere una brand app per mobile. L’applicazione dovrebbe combinare il branding aziendale con le funzionalità native del dispositivo, in modo da rendere l’applicazione sufficientemente convincente per garantirne il suo uso regolare una volta scaricata.

A volte un ottimo sito mobile può non essere sufficiente per il vostro mobile marketing, in quanto deve essere il cliente a doversi ricordare di visitare il sito. Un’app mobile può invece costruire giorno dopo giorno il rapporto con il cliente.

 

2. Sconti personalizzati

Tutti i clienti amano le offerte, soprattutto se sono personalizzate. Una delle caratteristiche più importanti di una strategia di mobile marketing è la capacità di segmentare il proprio target per offrire loro l’offerta più adatta, rigorosamente tramite mobile. Questo perché il telefono diventerà il nostro coupon da presentare direttamente in negozio per ottenere lo sconto.

 

3. Notifiche per gli eventi

Gli eventi rappresentano un pilastro fondamentale per molte aziende. Inaugurazioni, riaperture, dimostrazioni di prodotti fino ai compleanni. Lo smartphone diventa quindi il sostituto del classico cartellone pubblicitario e non solo:  pensate a quelle app che dopo aver inviato una notifica su un evento, permettono all’utente anche di confermare la propria presenza, generando persino un promemoria su calendario. Aggiornare i consumer è fondamentale per fidelizzarli.

4. Fidelizzare

Avere un programma di fidelizzazione dei clienti diventa fondamentale per costruire una solida base di consumatori abituali. Visto che la maggior parte delle persone passa l’intera giornata con il telefono in tasca, quest’ultimo diventa il miglior mezzo per realizzare un’ottimo programma di fidelizzazione.

Quante volte è capitato di dimenticare la famosa “carta fedeltà“? E quante volte siete riusciti a farvi fare lo sconto ugualmente? Scommetto molto poche. Ecco che il nostro smartphone diventa il miglior mezzo per fidelizzare il vostro cliente, trasformandosi in una fidelity card!

 

5. Informazioni sul consumatore

Uno degli scopi principali del marketing è quello di attrarre nuovi clienti per un business. Ma come facciamo ad intercettarle nuovi possibili consumatori? Dobbiamo conoscere molto bene quelli che già abbiamo, e quale modo migliore se non quello di sfruttare un dispositivo personale!

Quante informazioni si possono ricavare se si sanno sfruttare le potenzialità di una piattaforma mobile; conoscere i nostri clienti significa sapere come pianificare i prossimi investimenti promozionali, saper scegliere i canali adatti e fidelizzare i clienti abituali.

Il mobile è parte integrante della vostra strategia aziendale o avete ancora qualche dubbio? Chiaritevi le idee con il Master Online in Digital Strategy & Social Media Communication di Ninja Academy 😉

Twitter introduce la Custom Timeline

Twitter introduce le timeline personalizzate: lo annuncia il team di sviluppo dal blog ufficiale con un cinguettio più lungo del solito:

 “Introduciamo le custom timeline per darvi più controllo su come i Tweet sono organizzati e distribuiti sulla piattaforma Twitter.

Le timeline personalizzate sono un nuovo tipo di linea temporale – quella che si crea. E’ scegliere il nome, è scegliere i tweet che si desidera aggiungervi sia in maniera manuale che automatica utilizzando le API. Ciò significa che quando la conversazione intorno ad un evento decolla su Twitter, si ha la possibilità di creare una timeline che faccia emergere i tweet più rilevanti.

Ogni timeline è pubblica e ha una sua pagina su twitter.com rendendo facile la condivisione in modo tale che anche gli altri possano seguire in tempo reale mentre vengono aggiunti altri tweet. Inoltre, poiché le timeline personalizzate sono una parte del nostro Website Toolkit è possibile incorporare la timeline sul vostro sito.”

Da oggi, quindi su Twitter sarà possibile personalizzare una timeline per mettere insieme Tweet su un argomento specifico, per seguire un evento in tempo reale o per raccogliere a posteriori le opinioni degli utenti, monitorare determinate parole-chiave o per tenere sotto controllo una situazione online.

Inoltre, è possibile rendere disponibile anche agli altri la timeline condividendola con altri utenti e incorporarlo nel proprio blog o website. Per averne un esempio basta dare un’occhiata ad un paio di quelle già realizzate, come quelle di Carson Daly per il programma televisivo The Voice o la timeline di Twitter Music dedicata alle superstar della musica.

Come creare una timeline personalizzata? Semplice, basta utilizzare TwitterDeck!

In pochi giorni tutti gli utenti potranno implementare le loro timeline personalizzate.

Sarà utile la nuova feauture di Twitter, voi cosa ne dite? Fatecelo sapere nei commenti! 🙂

 

È già Natale su YouTube, e i brand cercano l'emozione [VIDEO]

È già Natale su YouTube, e i brand cercano l'emozione [VIDEO]

Ci aveva già abituato la televisione a questa tradizione: passato Ognissanti (o Halloween, come preferite!), uno spot su tre pubblicizzava panettoni, pandori, cioccolatini, giocattoli. Oggi, i brand non aspettano altro che i primi giorni di Novembre per pubblicare online il loro “Christmas advert”, e fanno un po’ a gara a chi crea il più bello, ricco, brillante, emozionante video promozionale di Natale.

Sono già diversi, dunque, i video a tema che circolano su YouTube. Dall’ormai attesissimo spot di John Lewis a Cadbury, che invece si è cimentato nell’impresa per la prima volta online, la lista è già piuttosto popolata.

Oggi vi proponiamo sette video, di sette differenti aziende. Tra questi possiamo rintracciare alcune similarità, o al contrario elementi assolutamente originali, situazioni un po’ scontate o ribaltamenti interessanti.

Prima di iniziare la breve carrellata, e decidere qual è il nostro spot preferito (per ora) per questo Natale in arrivo, fermiamoci solo qualche attimo e pensiamo a cosa ci aspettiamo da un video natalizio. Opulenza? Felicità? Sorrisi? Tantissimi colori?

Penso saremo tutti più o meno d’accordo nel dire che la chiave narrativa più forte per la comunicazione di questo periodo sia quella che si rifà ai concetti di magia e ai suoi subordinati. Perché a Natale siamo tutti più buoni, perché è quel periodo dell’anno in cui le famiglie si riuniscono, in cui siamo più altruisti.

Funziona in particolar modo quella comunicazione che risponde al nostro bisogno innato di magia, di emozione. Ancor più efficace, è la comunicazione che riesce a fare tutto questo, stupendoci, scegliendo magari un tono ironico, originale.

Vediamo adesso i video.

John Lewis – The Bear and The Hare

Dopo il successo degli spot passati (quello del 2011 sulle note degli Smiths e “The Journey” del 2012) John Lewis ha creato un altro video altamente coinvolgente.

Animali, atmosfera fiabesca, una storia di amicizia e un brano molto polare in sottofondo. Il copy si sviluppa attorna all’idea del regalo perfetto, quello che ci impegniamo tanto a trovare per il nostro amico più caro, e solo il fatto di raccontarlo tramite un dolce orso e una tenera lepre rende lo spot emozionante.

Il prodotto diventa, proprio come lo spot stesso, un oggetto che mette in comunicazione le persone.

Marks & Spencer

La brand equity di Marks & Spencer non può che richiedere uno spot dove lusso e sfarzo ricoprono un ruolo principale. E così è, in questa rivisitazione di Alice nel Paese delle Meraviglie/Cappuccetto Rosso/Narnia/Il Mago di OZ, che vede come protagonisti Rosie Huntington-Whiteley, David Gandy e Helena Bonham Carter.

Come nello spot precedente, torna il tema della fiaba (qui ce ne sono addirittura quattro, giusto per non esagerare). Lo scintillio c’è, la headline dello spot non a caso è “Believe in Magic & Sparkle“. Tutto consonante col brand, senza dubbio. Viene voglia di condividerlo? Così così.

Cadbury – Unwrap Joy

Lo spot per i primi secondi ci disorienta: atmosfera cupa, case completamente avvolte nella carta, sottofondo un po’ angoscinate. Ma subito arriva la svolta, quando un bambino apre la finestra della sua cameretta e inizia così a scartare casa sua, metaforicamente il suo regalo poiché contenitore di gioia, amore. L’intero quartiere si trasforma in una grande famiglia che scarta insieme i regali, fino ad arrivare all’albero, ovviamente pieno di cioccolata Cadbury.

Il concept utilizza momenti topici della narrazione del Natale, come il momento del risveglio e l’apertura dei regali, ma li riposiziona. È uno spot originale? Sì. Ci diverte, ci mette di buon umore come farebbe un morso di cioccolata? Sì.

Boots

Anche il video di Boots contiene una svolta narrativa come quello di Cadbury. Protagonista è un ragazzo che nei primi secondi esce di casa in fretta, rispondendo un po’ in malo modo al padre che gli domanda dove stia andando. Ci mettiamo poco però a capire che il giovane, vestito di rosso, è un piccolo Babbo Natale che sta lasciando dei doni alle persone speciali della sua vita, per ringraziarle e renderle felici.

L’insight è molto simile a quello di John Lewis, con il quale ha in comune anche l’utilizzo di una canzone molto conosciuta per dare ulteriore enfasi alla narrazione. Non ci sono boschi incantati, solo rapporti umani raccontati nel momento del dono, fatto da un soggetto (giovane adolescente) che raramente viene rappresentato in queste vesti. Ci piace, e fa sentire speciali anche noi spettatori.

Lego – Let’s Built

Di questo video ci ha già parlato la nostra Manuela Ferrara aka Makan-hueka, nel suo post “Christmas is coming e Lego punta sul rapporto padre-figlio“.

Punto forte di questo video è l’idea di famiglia, raccontata però secondo il punto di vista di un bimbo che costruisce tante cose (fatte di Lego, ovviamente) assieme al papà, mentre costruiscono assieme il loro rapporto.

Un rapporto umano e archetipico, quello tra padre e figlio, che non può che emozionarci.

Morrisons – Go On…it’s Christmas!

Se pensiamo al Natale, pensiamo alla cena della vigilia. Morrisons, catena di supermercati inglese, non può che parlare di questo, e nel farlo ci catapulta in un universo un pò Disneyano, dove un pupazzetto di marzapane (l’omino biscottino, insomma) canta e balla al centro di una tavola imbandita come facevano gli eroi dei film di animazione. Con tanto di animaletti che fanno da coro e balletto.

Bando alla scontatezza però: alla fine i due commensali (perché sono solo due?), ovvero il duo comico inglese Ant & Dec, se lo vogliono mangiare, l’omino biscottino. In effetti, lo spot fa venire molta fame!

Tesco

Rimaniamo nel settore alimentare con Tesco, il quale però non sceglie di parlare di cibo. Il video è girato come fossero registrazioni originali di una famiglia, il racconto audiovisivo dei tanti Natali passati assieme e documentati tramite la videocamera di papà. Però l’effetto artificiale rimane un po’ troppo evidente (tutti molto disinvolti davanti alla telecamera, in questa famiglia :-)).

Ma la colonna sonora e la sceneggiatura riescono comunque a creare un effetto nostalgico efficace, in cui la narrazione di marca si inserisce con disinvoltura.

Allora, quale video preferite? Quale vi emoziona di più, o ritenete più efficace? Ne avete visti altri in rete?

Commenti su Youtube? Adesso c’è Google+

Immagine tratta da jvlimited.com.hk

Inte(g+)razioni e critiche

Come annunciato in settembre, Google ha di recente rinnovato la sezione dei commenti di YouTube con un sistema richiedente un account Google+ o un canale YouTube.

Nel sito di diffusione video più grande al mondo, la qualità dei commenti è sempre stata notoriamente bassa; sarà forse agganciandolo a un separato social network che ne miglioreremo l’esperienza d’uso, o ciò non farà altro che accrescere semplicemente la frustrazione degli utenti?

Significative a tal proposito due risposte date dal web. La prima proviene nientemeno che da un commento sul canale di uno dei co-fondatori di YouTubeJawed Karim: tuttavia non si sa se sia vero o di un hacker, in quanto Karim non postava un commento da otto anni.

youtubeLa seconda è invece un video che riassume lo scontento regnante tra gli YouTubers, quivi rappresentati dalla musicista Emma Blackery, la quale ha pensato bene di cantare senza peli sulla lingua quanto pensa della nuova integrazione.

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=LTq8TrA3hb4&feature=youtu.be’]

Conversazioni e Moderazioni

Il motivo tuttavia di questa manovra è lampante: accrescere l’attenzione sui messaggi scritti dalle persone che conosciamo, incanalando sempre più il portale di video sharing in versione 2.0. Ecco quanto dichiarato pochi giorni fa sul blog italiano ufficiale di YouTube:

I commenti più importanti per te compaiono in cima: i commenti che compariranno per primi all’inizio della lista dei commenti saranno quelli dei creatori del video, di personaggi popolari, conversazioni già avviate a proposito del video e commenti dei tuoi contatti nelle cerchie di Google+. Potrai comunque continuare a visualizzare i commenti ordinati in ordine cronologico cambiando il modo di visualizzazione dei commenti da “Commenti più popolari” a “Dal più recente”.

Unisciti alle conversazioni in maniera pubblica o privata: puoi decidere se vuoi iniziare una conversazione che sia vista da tutti su YouTube, solo dalle tue cerchie su Google+ o da alcuni amici in particolare. Come per Gmail, le risposte si uniscono in un’unica conversazione che puoi seguire facilmente.

Più facile moderare i commenti: se carichi video nel tuo canale, con il nuovo sistema di commenti puoi controllare i commenti prima che vengano pubblicati, bloccare alcune parole in particolare o risparmiare tempo approvando in automatico i commenti di alcuni fan.

Tutti i dettagli sono comunque pubblicati nella Guida di YouTube, che ha anche postato il seguente video:

[yframe url=’http://www.youtube.com/watch?v=bVGp8Z8Yb28#t=0′]

In altre parole, d’ora in poi le conversazioni di G+ saranno integrate nelle discussioni relative ai canali ed ai filmati. Eccone un esempio:
youtube

Gestione account Google e Youtube

D’ora in poi, se si vorrà commentare su YouTube si dovrà utilizzare necessariamente il proprio account Google (che avremo probabilmente collegato a YouTube di recente) o creare un canale su YouTube ex-novo con un nuovo nome.

Tale scelta può confondere assai: le nostre possibilità si restringono dunque ad utilizzare un account con un nome reale, oppure aprire un canale da zero? Che cosa succede se si vuole soltanto lasciare un commento o votare un video come “ladiesman217”? Forse potrebbe essere d’aiuto il pensare al “canale” come ad un altro nome per un particolare account YouTube. Dopo tutto, il proprio vecchio account YouTube (prima di Google+) ha agito anche come un canale, solo che non è sempre stato chiamato così.

youtube

Non è molto intuitivo, ma creando un canale e commentando con questo si poteva effettivamente mantenere un certo grado di anonimato quando si commentava su YouTube. Adesso però basta fare clic sulla casella per commentare e subito ci viene chiesto di utilizzare il nostro account Google o di generare un canale, che a sua volta implicherà la creazione un nuovo account Google, legato in tutto e per tutto ai sistemi di Google.

Dopo averlo fatto, assicuriamoci però di andare alla pagina delle impostazioni e di disattivare le impostazioni come gli annunci e le newsletter, che altrimenti ci arriverebbero automaticamente. Poi visitiamo la nuova pagina di Google+ (ci dovrebbe essere un link nella barra in alto a destra) e facciamo la stessa cosa. Si noti che, stranamente, se ci si disconnette da questo nuovo canale ci disconnetteremo anche da Gmail e da Google Drive.

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Vecchi e nuovi commenti

Vi sentite confusi? L’annuncio video del cambiamento di sistema non è di grande aiuto, tuttavia il nuovo sistema di commenti è in vigore, e si può controllare in qualsiasi video di YouTube. I vecchi commenti sono ancora visibili, ma sono “intrappolati”: non è possibile rispondervi o votarli. Un rappresentante di YouTube ha scritto ad NBC News via email che il team sta “studiando” su come aggiungere risposte o voti ai vecchi commenti, ma non c’è ancora alcuna novità.

Comunque sia, adesso le risposte sono suddivise in discussioni, si può rimuovere o segnalare qualche commento per spam ed usare uno speciale set di strumenti per la moderazione, inclusa la possibilità di bloccare l’accesso di un canale ad altro un utente:  speriamo insomma che ne valga la pena e che la qualità dei commenti di YouTube subisca davvero un balzo in avanti.

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SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

L’ultima novità tecnologica che tenta prepotentemente di entrare nel linguaggio comune riguarda sicuramente gli SmartWatch, oggetti dal design non sempre riuscito e dall’utilità ai più sconosciuta.

Gli SmartWatch (mi piace scriverlo con la S e la W maiuscole al contrario di altri) sono ormai sul mercato da mesi, se non da un paio di anni (nel caso di Sony) e sembrerebbero ormai pronti a sostituire i nostri “vecchi” Swatch, nonostante le vendite dell’ultimo periodo siano molto deludenti (soprattutto nel caso del Samsung Galaxy Gear). Abbiamo stilato una lista di quelli che, a nostro avviso, sono i 5 migliori in circolazione uscendo dal mucchio grazie a funzionalità, design (a volte) e prezzo.

I 5 SmartWatch di cui parleremo sono: Pebble, i’m Watch (l’unico italiano), Samsung Galaxy Gear, Sony SmartWatch 2 (il primo ormai è nel dimenticatoio) e Cookoo. Scopriamoli insieme!!!

Pebble

Pebble è forse lo SmartWatch più conosciuto in assoluto al Mondo, sarà per la sua forma vagamente retrò (la cassa ricorda la tipica forma tonneau dei classici orologi) oppure per la grafica semplice ed immediata, ma rimane comunque uno dei migliori SmartWatch in circolazione, soprattutto dopo l’aggiornamento per la compatibilità con iOS7.
SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

Pebble è compatibile anche con Android e si interfaccia ai device mobili con la tecnologia Bluetooth 4.0 per circa 5-7 giorni grazie ad una buona batteria ai polimeri di Litio (la ricarica può essere eseguita con un connettore USB magnetico, Apple Style). Lo SmartWatch include anche un accelerometro 3D, e-compass e sensore di luminosità ambientale ed è dotato di un display e-paper da 144×168 pixel (1,26 pollici).

Oltre a tutto quello che può fare (notifiche, orario, data e tantissime funzioni) il Pebble è anche resistente all’acqua sino a 5 ATM. Pebble è disponibile in 5 differenti colori: orange, cherry red, jet black, arctic white e grey; lo trovate a circa 150 Dollari sul sito ufficiale oppure sullo store italiano di Amazon ad un prezzo di circa 285 Euro (!!!!).

i’m Watch

i’m Watch è l’unico SmartWatch Made in Italy (e già per questo ci piace molto) molto completo e dotato del sistema operativo i’m Droid 2 avente un’ottima interfaccia grafica, smart tethering, shake to hang up (per rifiutare una chiamata basterà scuotere il polso), proximity alert e sleep mode.
SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

Il device si connette ai propri smartphone Android 4.0+, iOS 4.0+Blackberry 10+ (senza la visualizzazione SMS) grazie ad una connettività Bluetooth. I’m Watch ha una memoria flash integrata da 4 GB oltre ad una memoria RAM di 128 MB ed un display LCD TFT da 1,54 pollici. La batteria risulta molto meno performante rispetto a quella di Pebble “a causa” del display touch che gli permette una autonomia in Standby senza connessione Bluetooth di 48 ore mentre con connessione Bluetooth attiva di sole 24 ore.

A livello sensori non è messo benissimo dato che è dotato solo di magnetometro ed accelerometro, ma per quanto ci riguarda sono più che sufficienti. Esteticamente lo SmartWatch è bello e realizzato con materiali di buona qualità che cambiano a seconda delle collezioni: i’m Watch Color Collection, i’m Watch Tech Collection ed i’m Watch Jewel Collection. La cassa, a seconda della “collezione” è in alluminio, titanio, argento ed oro così come c’è una buona scelta di colori per quanto riguarda il cinturino.

Samsung Galaxy Gear

Samsung Galaxy Gear è in ordine di tempo l’ultimo SmartWatch uscito sul mercato ed è sicuramente quello che ha avuto una campagna di Marketing maggiormente invasiva e capillare.

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

Attualmente lo SmartWatch Samsung è compatibile solo con il Samsung Galaxy Note 3 ed il Samsung Galaxy S4 attraverso l’applicazione “Gear Manager“. Lo SmartWatch si collega agli smartphone supportati attraverso la connettività Bluetooth 4.0 Low Energy che ne consente una autonomia in standby di 150 ore ed un utilizzo tipico di sole 25 ore.

Il Galaxy Gear è sicuramente lo SmartWatch con un design più accattivante e tecnologicamente superiore (almeno a prima vista), probabilmente anche grazie al display SuperAMOLED da 1,63 pollici ed una risoluzione di 320×320 pixel. Rispetto agli altri SmartWatch il Galaxy Gear ha anche un fotocamera da 1,9 Mpx con sensore BSI ed autofocus integrata nel cinturino, degna dei migliori film di James Bond.

Tra le varie feautures troveremo il trasferimento intelligente, l’S Voice, promemoria vocali, blocco automatico, trova dispositivo personale, gestione multimediale, cronometro, conto alla rovescia e comunicazioni di emergenza. Il Galaxy Gear è in vendita a circa 269,28 Euro su Amazon ed è disponibile nei colori jet black (Pebble docet), Rose Gold, Wild Orange, Mocha Grey, Dabmeal Beige e Lime Green.

Ma se proprio volete questo SmartWatch vi consiglio di aspettare, i prezzi scenderanno drasticamente. Oppure prendetelo in abbinamento al Samsung Galaxy Note 3 con Tre e lo avrete ad un prezzo di 3 Euro aggiuntivi per 30 mesi e quindi, paradossalmente, paghereste lo SmartWatch solo 90 Euro…

Sony SmartWatch 2

Sony SmartWatch 2 (SW2 per gli amici) è l’erede del medesimo nella versione 1, notevolmente migliorato e con un design decisamente più elegante nonostante sia impermeabile e classificato come IP57.

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

A mio avviso una delle più grosse pecche di questo SmartWatch è la sola compatibilità con Android 4.0 (o successive) e non con iOS; per connettere il dispositivo al proprio device Android si dovrà utilizzare l’ormai “vecchio” Bluetooth 3.0 che garantisce comunque una buona durata della batteria (7 giorni con un utilizzo basso e 3-4 giorni con un utilizzo normale, in entrambi i casi l’orologio sarà sempre attivo).

Lo SmartWatch consente la gestione delle chiamate notificando anche quelle perse, SMS/MMS, e-mail, varie App (Facebook e Twitter) e, tra le altre cose, è dotato di tecnologia NFC one-touch. La cassa dell’SW2 è disponibile in un unico stile e colore ma è possibile personalizzarlo cambiando il cinturino che è disponibile in vari colori: giallo, rosa, viola, turchese, nero in gomma, marrone chiaro e nero in pelle (questi ultimi decisamente più eleganti e di maggior pregio).

Sullo store ufficiale Sony si trova a 189 euro.

Cookoo Watch

L’ultimo SmartWatch di cui parleremo è il Cookoo Watch, a mio avviso il modello più interessante a livello estetico in quanto richiama in tutto e per tutto gli orologi classici ed è disponibile con cassa e cinturini di vari colori.

SmartWatch: i 5 modelli preferiti dalla sezione Digital!

L’aspetto davvero interessante di questo modello, oltre alle classiche funzioni Smart, è il doppio display analogico-digitale: in pratica il Cookoo è dotato di un display analogico per l’ora e di uno digitale (integrato perfettamente al di sotto di quello analogico) per tutto ciò che riguarda l’interfacciamento con i device mobili. Lo SmartWatch è dotato di movimento analogico Giapponese (sicuramente al Quarzo anche se non è specificato) e di connettività Bluetooth 4.0 Low Energy che gli consente di interfacciarsi a tutti i device dotati di iOS ed Android 4.2.2 o simili.

Sul sito ufficiale del produttore inoltre viene specificata la compatibilità con iPhone 5S e 5C e, per la precisione, con tutti i dispositivi Bluetooth SmartReady. Grazie alla Cookoo App è possibile ricevere notifiche in merito alle chiamate in entrata/perse, notifiche Facebook (compreso un one-button Facebook Check-in), Twitter, calendario, SMS/Google Voice SMS, notifiche e-mail, sveglia e indicazione batteria bassa per iPhone ed iPad. I colori disponibili sono: blue, pink, silver, black and White ed, in edizione limitata, Green. Il prezzo sullo store ufficiale parte da circa 130 euro.

Questi sono alcuni degli SmartWatch di ultima generazione che si possono trovare in commercio, ma il quesito principale rimane il perché non vendano quanto si aspettavano le rispettive case produttrici. Per caso il mercato è saturo di gadget? Il periodo è prematuro? Oppure inizieranno a vendere quando Apple presenterà (se mai lo farà) il proprio SmartWatch? Nell’ultimo caso pensiamo al mercato Tablet ed a cosa ha (ri)lanciato l’iPad, un settore praticamente morto… 😉