Mobile APPeal: perché Mobile e perché ora! [INFOGRAFICA]

Circa 1,82 miliardi di smartphone entro la fine dell’anno: questa la stima riportata nell’infografica qui sotto realizzata da  New Relic che ha esaminato il ruolo che i device mobile giocano nella nostra vita.

Il 4 aprile si è festeggiato il quarantesimo “compleanno” del cellulare e qualcuno ha fatto i conti; la cifra più impressionante è quella riportata dalle Nazioni Unite: su 7 miliardi di abitanti della terra, 6 miliardi possiedono un telefonino, mentre solo 4,5 miliardi hanno un wc in casa. le cifre dell’infografica che vi resentiamo di seguito non sono comunque meno “insolite” di queste sopra.

Per ogni 300mila bambini nati, Android ad esempio realizza un numero di telefoni pari a 1,3 milioni. E probabilmente mentre un bimbo nasce, il suo papà informa i parenti della lieta notizia con WhatsApp o inganna l’attesa giocando con Ruzzle: proprio i giochi costituiscono il 43 % del tempo speso dalle persone sul cellulare, mentre i social network divorano il 26 % del tempo.

Impossibile resistere alla tentazione di guardare sul cellulare: in media, le persone controllano i loro telefoni 150 volte al giorno, ogni 6,5 minuti:lo fanno per guardare l’ora, le e-mail, il download di un gioco, le foto.

Se a questo aggiungete che ogni smartphone conta circa 41 app, avrete la risposta alla domanda posta dal titolo di questo articolo: ora è il tempo di guardare alla mobile revolution e di scommettere sulle app!

Ma vi avvisiamo che non è un gioco per tutti: basti pensare che circa il 60 per cento delle applicazioni su iTunes non sono mai state scaricate…

Vi lasciamo all’infografica per maggiori dettagli:

Flat design: minimalismo e user experience prima di tutto

In passato non era insolito trovare siti web ricchi di appariscenti illustrazioni e animazioni che cercassero di attirare l’attenzione degli utenti. Successivamente questa tendenza lasciò il campo allo Skeumorfismo, un tipo di design che intendeva riproporre nel mondo digitale alcuni aspetti della vita reale, con texture e ombreggiature realistiche.
Un esempio su tutti: pensate a un’agenda virtuale la cui copertina rimandi alla pelle tartarugata delle tipiche agende professionali.

Adesso tutto ciò sembra cedere il passo al Flat Design, un design per l’appunto piatto il cui approccio minimalista intende incentivare l’usabilità, con un’estetica digitale più semplificata e una tecnica di progettazione utente-centrica.
Gli elementi ornamentali sono visti come un eccesso inutile, aspetti non funzionali che intralciano la user-experience. Al contrario, le immagine iconiche, in quanto universalmente riconoscibili, sono in grado di comunicare un messaggio meglio e più velocemente di un’immagine più dettagliata.

Gli ingredienti principali del Flat Design sono, dunque, facilmente riconoscibili: pulizia, spazi aperti, bordi nitidi, colori brillanti e contrastanti, font senza grazie, testi concisi, link e bottoni facilmente individuabili e illustrazioni bidimensionali.
Windows 8 ne è l’esempio perfetto, privo di sfumature, rilievi o ombre che tentino di simulare le tre dimensioni. Del resto, Microsoft è stato uno dei primi ad applicare questo approccio; per esempio, molti di voi come me in questi giorni avranno visto la propria pagina Hotmail evolversi in Outlook con un’interfaccia chiaramente piatta contenente tutte le caratteristiche sopracitate.

Se da un lato, dunque, il principale fautore del Flat Design è Microsoft, non stupisce che uno degli esponenti di punta del suo diretto opposto, il design skeumorfico, sia Apple. Tuttavia, vi sentireste di dire che un’interfaccia Apple, non essendo progettata in ottica di Flat design, sia meno user-friendly? Infatti, i sostenitori dello skeumorfismo sostengono che il Flat Design possa al contrario emarginare l’utente medio, che possibilmente troverà un’interfaccia ispirata alla realtà più familiare di una più iconografica.

Non siamo dunque in grado di stabilire quale dei due approcci possa essere definito il migliore o addirittura vincente; sarà il tempo a dimostrarcelo e di sicuro saranno gli utenti, inconsapevolmente, a deciderlo.

Samsung Smart Tv porta tutto il cinema nei suoi spot [VIDEO]

Colori brillanti, audio perfetto, angolo visivo elevato. Sono molte le caratteristiche di cui potrebbe parlare lo spot dell’ultimo televisore arrivato sul mercato. Oppure, dato che le informazioni ormai siamo abituati a cercarcela sul web, un buon video promozionale ci può intrattenere e coinvolgere. È proprio quello che cerca di fare Samsung nei suoi spot più recenti, in particolare il suo ultimo “King of TV City“.

Ambientazioni, musica (composta da John Murphy, uno dei compositori più famosi e quotati di Hollywood) ed effetti sonori da blockbuster catturano immediatamente la nostra attenzione, coinvolgendoci in un’esperienza ambiziosa per gli standard dei video che siamo abituati a condividere online. Il protagonista si trova in uno scenario urbano da film postapocalittico, dove in pochi minuti si trova faccia a faccia con una mandria, un mostro alla Godzilla, un Ufo. E non capiamo bene perchè, vediamo solo che con semplici movimenti delle mani il ragazzo interagisce a suo piacimento con l’ambiente.

Solo quando egli pronuncia “Pause” e la scena cambia, uscendo dal tv e slittando nel salotto del protagonista, riusciamo a contestualizzare e capire dove ci troviamo.

Se è vero che il settore tecnologico è uno di quelli in cui la user experience ricopre un peso più rilevante di altri fattori, Samsung sembra aver compreso che ciò vale non solo per il prodotto, ma per la sua stessa comunicazione.

Ecco una seconda versione del concept della campagna per Smart Tv, dal titolo “Charge”. Entrambi gli spot sono stati ideati dall’agenzia Chi&Partners.

Credits:

CD: Jonathan Burley
AD: Alexei Berwitz
CW
: Rob Webster
Agency Producer: Alex Nicholson
Prod. Co.: Stink
Director: Adam Berg
EP: Blake Powell
DOP: Mattias Montero
DOP: Benoit Debie
VFX: MPC
VFx Producer: Chris Allen
VFX Supervisor: Franck Lambertz
Grade: Mark Gethin
Audio Post: Jungle Studios
Editor: Paul Hardcastle

The First Honest Cable Company [VIDEO]

I consumatori di tutto il mondo amano Internet, il luogo dove possono esprimere opinioni e rencensire i prodotti che hanno acquistato, o denunciare qualche problematica. I brand si sono di conseguenza adattati ad una politica di trasparenza che li ha resi più vicini agli users. Tutto ciò viene stracciato in questo video parodia di Extremely Decent Film, “The First Honest Cable Company“.

Nel filmato un sedicente portavoce di un fantomatico network di tv via cavo svela senza troppi giri di parole i meccanismi oscuri del marketing delle corporation: oligopolio, servizi scadenti e sovravalutati, assistenza al consumatore pari a zero.

Il riassunto del concept del video? “Noi non crediamo nella soddisfazione del clinete. Crediamo nei soldi. Piscine di soldi.”

La Cedrata Tassoni sbarca negli Stati Uniti [INTERVISTA]

“Quante cose al mondo puoi fare…”

Con l’espressione di sopra inizia l’ormai leggendario jingle dello spot della Cedrata Tassoni che ogni estate entra nelle case degli italiani da oltre 30 anni. Prendiamo questa fortunata frase e giriamola metaforicamente alla stessa azienda di Salò, la quale ha deciso di fare il grande salto. Sbarcare nel mercato americano dei soft drink con il suo cavallo di battaglia, per mordicchiare una piccolissima fetta di una torta succulenta. É risaputo che gli USA stanno alle bevande analcoliche così come l’Italia sta alla pasta. Insomma, per l’impresa fondata nel lontano 1793 questa è una sorta di prova del nove.

Chiaramente l’obiettivo non è quello di andare a competere con colossi come Coca-Cola o Pepsi, ma con più prodotti che si spartiscono oltre il 70% del mercato. La missione che sembra presentarsi risulta affascinante ed ambiziosa, seppur ostica. Lo storico marchio, che fu venduto nel 1884 dal marchese Tassoni alla famiglia Amadei, è ormai un “brandotto” in Italia. Quando la gente entra solitamente in un bar non chiede di bere una cedrata, bensì una Tassoni.

“…costruire, inventare…”

La situazione è ovviamente diversa negli USA, dove brand e prodotto sono totalmente sconosciuti. Nessuna brand awareness e tantomeno brand image. Per cui, la costruzione di una dignitosa brand equity in quel mercato deve partire dalle fondamenta. L’azienda dovrà gestire nel migliore dei modi tutte le leve del marketing a propria disposizione, per accaparrarsi una piccolissima quota di un mercato ormai arrivato alla saturazione.

La primissima mossa della ultracentenaria società è stata quella di puntare su un adeguamento ad hoc del packaging. La semplice bottiglietta di vetro trasmette l’essenza retrò della marca. Il colore giallo brillante vuole collegarsi al sunshine. Viene associato alla gioia e all’energia.

La denominazione “Cedrata”, che non compare sulle confezioni italiane, tenta di mettere in risalto il Country of Origin. Così come il “Das Auto” di Volkswagen o il logo giallo e blu di Ikea, Tassoni ci tiene a far sapere da dove viene, associandosi a tutto ciò che il brand Italia può offrire all’estero. La storicità dell’azienda viene esaltata con un bollo rotondo di nuova progettazione, in cui viene riportato l’anno di fondazione. At last but not least, sul retro del cluster è visibile la storia del prodotto, associata a un’immagine d’epoca del Lago di Garda.

“…ma trova un minuto per me!”

Le domande senza una risposta erano diventate veramente troppe. Ed un minuto per noi l’hanno trovato davvero, con estrema gentilezza. Nonostante i numerosi impegni legati al lancio americano, l’amministratore delegato di Cedral Tassoni Angelo Bettinzoli ha deciso di dedicarci un po’ del suo prezioso tempo. Siamo contenti di averlo potuto intervistare e fare insieme a lui il punto della situazione.

Nel 2009 la vostra azienda si era trovata ad un bivio. Vendere il brand o reinvestire, continuando in piena indipendenza. Ha scelto la seconda strada e sembra che i risultati la stiano premiando. Com’è nata l’idea di strizzare l’occhio al mercato USA? Una necessità imposta dai limitati margini di sviluppo dei mercati attuali o una sfida per un futuro da “big”?

Da un lato è innegabile che il mercato italiano sia saturo e i consumi degli ultimi anni siano stati eccessivi. Fortunatamente la nostra azienda, tramite le politiche commerciali adottate e la richiesta del pagamento anticipato, ha sempre venduto meno di quanto il mercato richiedesse. Restiamo pertanto fiduciosi che si aprano nuove possibilità ed opportunità, a noi la capacità di coglierle.
La scelta di affrontare il mercato estero muove invece dalla volontà di confrontarci con una sfida che riteniamo appassionante, proponendo un prodotto che fa della tradizione, italianità ed unicità i suoi principali valori. Nasciamo come spezieria, divenuta nel 1793 farmacia e poi azienda alimentare. Oggi come allora scorziamo gli agrumi per produrre i nostri aromi. Siamo orgogliosi di proporci all’estero per ciò che siamo, augurandoci di riuscire a posizionarci come è avvenuto in Italia.

Siamo convinti di avere i requisiti per creare un forte appeal sui consumatori stranieri appassionati di made in Italy” queste le sue parole in una precedente intervista. Qual è la mental map che il brand Tassoni vuole costruire per il consumatore a stelle e strisce?

Quella che Tassoni desidera raccontare è una storia italiana, la storia di un’azienda con la passione per il buono e per la qualità, che da sempre pone la massima attenzione nella scelta e nella lavorazione degli ingredienti, nel rapporto con i propri fan, storici e ancora da conoscere. Da qui nasce la personalità di un prodotto unico e prezioso, che allo stesso tempo parla di sé in modo familiare e quotidiano. Cedrata Tassoni parla delle proprie radici, ma non rimane ferma nel tempo.

Il consumo del vostro prodotto è legato al “ricordo”. E sembra proprio che il vostro intramontabile spot televisivo rinnovi tale sentimento ogni estate. Oltre alla riuscita modifica del packaging, ci può descrivere il ventaglio di operazioni che avete programmato per sfondare nel competitivissimo mercato statunitense?

Siamo sbarcati negli States ufficialmente a marzo, con la partecipazione alla fiera “New England Food Show 2013“, tenuta a Boston. Cedrata Tassoni è attualmente in distribuzione in Massachusetts e nello stato di New York. In particolare è  disponibile da Eataly a Manhattan, una vetrina d’eccellenza. Nei prossimi mesi, saremo distribuiti anche in altri stati, a partire dalla Florida. In pieno stile Tassoni non desideriamo “sfondare”, ma fare conoscere poco a poco il nostro prodotto e la sua anima, conquistando il cuore di chi si affezionerà alla nostra soda. Ci piace incontrare le persone, raccontare non solo nostra storia, ma soprattutto quelle altrui, parlare di sogni e aiutare a realizzarli: questa è la mappa che seguiamo in tutte le iniziative a cui partecipiamo, e che continueremo a seguire anche nelle nuove avventure che intraprenderemo all’estero.

Avete pensato anche a forme di co-branding?

Perché no? Sarebbe un esperimento interessante: è importante però saper individuare il giusto momento e il giusto partner, che condivida i nostri stessi valori.

Quale ritiene possa essere il brand element con il quale Tassoni può fare la differenza all’estero?

La bottiglietta – dal colore inconfondibile – rimane un’icona fortissima e per lo sbarco negli Stati Uniti è stato rinnovata: abbiamo inserito l’etichetta per seguire alcune regole internazionali e, in omaggio alle origini del prodotto, ricompare la scritta in rilievo: Cedrata Tassoni Soda.
Il pubblico statunitense è sempre molto attento a tutto ciò che racconta tradizione e radici, e Cedrata Tassoni ha tutte le carte in regola per conquistare questa nuova audience.

Il canale di distribuzione del vostro prodotto in Italia avviene maggiormente tramite l’Ho.Re.Ca. Quale sarà, invece, quello utilizzato negli USA?

Anche negli USA inizialmente utilizzeremo il canale Ho.Re.Ca., coinvolgendo il distributore nella scelta di posizionamento del prodotto.

Quanta importanza riservate al Web 2.0 e quanto pensate di sfruttarlo per creare engagement tra i consumatori sui mercati attuali e futuri?

Da tempo, attraverso la nostra pagina Facebook – oltre a raccontare la storia del prodotto, le iniziative a cui prendiamo parte e le nuove avventure intraprese – ascoltiamo i fan, rispondendo e prendendo nota di tutte le loro opinioni, dai complimenti alle critiche (molto rare, fortunatamente), alle richieste di informazioni. Facebook per Cedrata Tassoni è una finestra di dialogo importantissima, che teniamo a gestire con trasparenza e con rispetto di quella che è la personalità del prodotto: una dimensione originale, intima, mai invasiva e strillata. Ciò a cui teniamo è un dialogo mai unilaterale, ma – appunto – social. E proprio sulla pagina, da quando l’avventura statunitense è cominciata, siamo stati contattati da persone di tutto il mondo interessate a Cedrata Tassoni.

Inoltre, abbiamo appena rinnovato il nostro sito Internet e presto sarà online sempre su Facebook il Museo Tassoni, che racconterà la Cedrata, dalla nascita della Farmacia Tassoni, alla storia della pubblicità, che dagli inizi del Novecento è stata fondamentale per la comunicazione e la promozione del prodotto e della sua anima.

 

A questo punto, aspettando il Museo Tassoni ed altre interessanti news, non possiamo che esprimere all’amministratore delegato Angelo Bettinzoli e a tutta l’azienda Cedral Tassoni il nostro “Good Luck! ” con rigoroso accento americano.

Jusp: Principia Sgr e Vertis Sgr entrano nell’azionariato [BREAKING NEWS]

Ieri Jusp s.p.a ha chiuso un round d’investimento pari a 6 milioni di dollari facendo entrare nel suo azionariato i Fondi Principia II e Vertis Venture.

L’investimento dei due operatori di Venture Capital si tradurrà in un aumento di capitale che permetterà il lancio prima in Italia e poi nel resto d’Europa dell’omonimo prodotto JUSP -abbreviazione di just pay– ed entro pochi mesi in altri paesi europei attraverso accordi di distribuzione con banche e operatori finanziari che hanno già avviato negoziazioni.

Protagonisti del nuovo consiglio di amministrazione sono i sue fondatori di Jusp, Jacopo Vanetti e Giuseppe Nicola Saponaro, Paolo Guida e Stefano Calderano, guidato dal presidente Roberto Mazzei, mentre tra gli altri investitori ci sono Bruno Spadoni (ex DG Setefi), Giulio Valiante (Saldi Privati, Jobrapido) e Simone Ranucci Brandimarte (Glamoo).

Ma che cos’è Jusp?

JUSP si dichiara come il più piccolo e il più conveniente POS mobile esistente al mondo, perché permette di accettare pagamenti in mobilità senza costi fissi di gestione. Tra l’altro è l’unico che sia capace di collegarsi a qualsiasi telefono o tablet iOS e Android perché utilizza semplicemente la presa audio.

I costi? 39 euro + IVA, con una commissione del 2,7%.

Si tratta di un

progetto tutto italiano in grado di competere sul mercato globale dei pagamenti in mobilità, un posizionamento confermato anche dalla stessa EPCA (European Payment Consulting Association) la quale, assieme a Thepaypers.com ha assegnato lo scorso 22 marzo a JUSP il Florin Award per essere la soluzione più innovativa nel campo dei pagamenti in mobilità (in giuria rappresentanti di EPCA, Consult Hyperion, ING, Tieto e Santander).

JUSP propone agli esercenti un device compatto, provvisto di display e tastiera numerica, dal peso di 130 grammi che, inserito nella presa audio dello smartphone, permette di avere a disposizione un vero e proprio POS, offrendo la possibilità di accettare carte di credito e bancomat in mobilità e in totale sicurezza.

E allora aspettiamo di assistere al lancio di Jusp e constatarne l’evoluzione che ci ha promesso.

La tastiera che non c’è: Fujitsu e il prototipo invisibile

La tastiera che non c’è: Fujitsu e il prototipo invisibile

Se Jerry Lewis avesse saputo che la sua macchina da scrivere sarebbe diventata realtà, non ci avrebbe di certo creduto. Sono stati i ricercatori della Fujitsu a realizzare la Tastiera Virtuale pensata per la scrittura su dispositivi mobili.

La tastiera che non c’è: Fujitsu e il prototipo invisibile

Durante il Mobile World Congress, che si è tenuto a Barcellona tra il 25 e il 28 febbraio, l’azienda giapponese ha strabiliato i visitatori con un prototipo destinato (forse) a rivoluzionare il modo in cui noi – esseri digitali – scriviamo su questi dispositivi.

La tastiera virtuale consente all’utente di digitare su qualsiasi superficie, grazie ad un sistema di tracking dei movimenti delle mani. In sostanza: le tue dita pressano tasti invisibili, una telecamera incorporata nel tablet le riprende e infine il software mostra il testo sullo schermo.

Con la virtual keyboard di Fujitsu, il tablet non è invaso dall’interfaccia grafica della tastiera e il typing diventa più comodo e veloce.

La virtual keyboard in azione

Perché tutto il sistema funzioni, il software richiede di allineare le mani in posizione di scrittura, proprio come faresti su una tastiera tradizionale: poi basta mimare i movimenti di scrittura, ad esempio sulla scrivania di fronte al dispositivo, per immettere il testo sul tuo tablet. Significa che non dovrai più digitare con la punta dei pollici o con l’indice, con il rischio di pigiare tasti indesiderati; potrai invece scrivere molto più velocemente e godere del tuo schermo finalmente libero dalle intrusioni del tastierino digitale.

La tastiera virtuale è ancora soltanto un prototipo ma secondo TechCrunch, Fujitsu sta considerando di metterla in produzione, come periferica per alcuni modelli di smartphone e tablet prodotti dall’azienda.

Bollenti Spiriti, giovani idee che accendono il futuro

Anche quest’anno 173 progetti di giovani talenti pugliesi sono stati “premiati” grazie al bando “Principi Attivi” di Bollenti Spiriti, il programma della Regione Puglia per le Politiche Giovanili.
Il bando, alla sua terza edizione, rientra nell’insieme di interventi e di azioni mirate alla partecipazione giovanile a tutti gli aspetti della vita della comunità.

L’idea di partenza è quella di considerare (per una volta!) i giovani come risorse e non come problemi, investendo piccoli ma significativi fondi pubblici sul talento e sulle idee per la creazione e lo sviluppo di startup.
L’aspetto davvero innovativo è la volontà di non lasciare isolati i numerosi progetti finanziati, ma di creare una rete organica, funzionale allo scambio delle idee ed alla collaborazione delle nuove realtà microimprenditoriali.

Come rinasce un territorio

Bollenti Spiriti, infatti, permette ai giovani non di “sistemarsi” ma di contribuire alla rinascita sociale, economica e culturale del proprio territorio, attraverso tre azioni principali:
(A) laboratori urbani, per trasformare edifici abbandonati in spazi di aggregazione
(B) principi attivi, appunto, per finanziare le idee dei giovani pugliesi
(C) cantieri della legalità, per diffondere la cultura della legalità e della lotta attiva alle mafie.

Tutte le attività sono coordinate direttamente dal basso, attraverso la comunità di Bollenti Spiriti 2.0, una vera e propria community online, che permette il dialogo con la pubblica amministrazione e con gli altri partecipanti ai progetti.

Al bando, per la prima volta accessibile esclusivamente in via telematica, hanno partecipato oltre 2300 progetti, evidenziando non solo la problematica occupazionale, ma anche una forte volontà partecipativa e la convinzione diffusa di poter impiegare il proprio talento e le proprie idee per creare “lavoro nuovo”. Ogni passo, dalla presentazione delle candidature alla valutazione dei progetti, è monitorabile attraverso un forum dedicato, per garantire la massima trasparenza e permettere il dialogo fra i soggetti interessati.

Nonostante gli scettici mettano in dubbio la possibilità della PA di trasformarsi da semplice erogatore di servizi a piattaforma di sviluppo sociale, permettendo la partecipazione al bene pubblico, decine di progetti già finanziati si sono affermati come realtà di successo. Un esempio su tutti è uno dei vincitori dell’edizione 2009: BLACKSHAPE AIRCRAFT, definita “la Ferrari dell’aria”. Presentando un progetto generico per oggetti di design in carbonio, si è poi sviluppato con la produzione di prototipi di aereo ultraleggero, diventando addirittura una SPA di fama mondiale con l’AD più giovane d’Italia.

Tra i vincitori di questa edizione spiccano per spirito innovativo e prospettive di follow-up il progetto “Egg Plant: estrazione di polifenoli e produzione di bioplastica dalle acque di vegetazione delle olive”, “Dal Caffè ai Funghi: laboratiorio sperimentale di agricoltura alternativa”, “BiblioApeCar: fatti pungere dalla voglia di leggere”. Migliore in assoluto per punteggio è “UAV: autopilotato a lancio manuale e atterraggio Belly-landing con sistema di ricarica solare”.
Aspettiamo di scoprire i dettagli di tutti questi nuovi progetti al prossimo Bollenti Spiriti Camp, la manifestazione che ogni anno riunisce e mette in vetrina i destinatari dei fondi e le altre realtà associazionistiche attive sul territorio.

Tutte le informazioni sul sito ufficiale di Bollenti Spiriti.

Professione Community Manager? Molto di più di quanto possa sembrare! [INFOGRAFICA]

Chi lo fa di professione sa bene cosa significa essere un Community Manager, ma chi non lo fa di mestiere (e ancora peggio chi capisce ben poco di web e social media) trae spesso semplici, veloci e sbagliate conclusioni che finiscono per sminuire questa poliedrica figura professionale che gioca in realtà un ruolo fondamentale per brand ed aziende.

Un ruolo cruciale, non solo per le sorti e un posizionamento di successo del brand in rete, ma secondo l’infografica di Get Satisfaction, anche per ridurre i costi di customer care e supporto, aumentare la soddisfazione dei consumatori e guidare i processi di innovazione prodotto.

Una semplice denominazione dunque quella di “Community Manager“che racchiude però in sè molto di più. Svariate sono infatti le competenze, abilità e qualità che un ottimo Community Manager possiede. Ecco in un articolo di Mashable le dieci migliori secondo il giornalista digitale Ryan Lytle:

  • comunicativo
  • ottimo valutatore
  • empatico
  • dedito
  • organizzato e ordinato
  • flessibile
  • diplomatico
  • analitico
  • moderatore e agevolatore
  • appasionato

Qualità che rendono questo prefessionista una figura poliedrica e multidisciplinare in grado di assumere molteplici e spesso differenti ruoli nell’arco della sua giornata lavorativa.

Nella sua routine mattutina, ad esempio, deve essere un “detective” in grado di rivelare, scoprire e risolvere eventuali problemi/questioni con fan, utenti e consumatori e allo stesso tempo una “cheerleader” che pruomuove, coinvolge e stimola la conversazione e l’engagement!

Ma un buon community manager assume i panni anche di “terapista” in grado di ascoltare ed entrare in empatia  con utenti e clienti, di traduttore e di diplomatico, senza dimenticarci che è anche un autore, un’analista e un bravo moderatore.

C’è ancora qualcuno che sminuisce questo ruolo? Mostrategli l’infografica seguente e potete star certi che non avrà più nulla da ridire! 😉

 

Facebook Home: quali sono le conseguenze per l'esperienza social?

C’è grande attesa per l’annunciato evento che si terrà a Menlo Park domani, 4 Aprile. Mark Zuckerberg ha invitato il gotha dell’informazione tecnologica per quella che è stata annunciata – letteralmente – come la presentazione della “nuova casa di Facebook su Android“.

Ovviamente strettissimo il riserbo su ciò che verrà annunciato all’evento, ma sembra certo che verrà finalmente risolto ogni mistero attorno agli innumerevoli rumors che negli ultimi mesi si sono ricorsi sull’ormai leggendario Facebook Phone.

Facebook Home

Se alcuni restano convinti che Mark Zuckerberg presenterà uno smartphone totalmente made in Facebook, per molti altri si tratterà invece di un sistema operativo Android modificato dal team di sviluppatori di Zuckerberg e completamente Facebook-centrico. Il nome maggiormente accreditato per questo nuovo sistema operativo sarebbe proprio “Facebook Home“, che dovrebbe apparire per la prima volta su un modello HTC.

Il motivo che ha indotto Facebook a perseguire questo tipo di strategia è evidente: il mercato, sopratutto dopo la quotazione in borsa, chiede a Zuckerberg di monetizzare l’enorme mole di traffico e di interazione generata dal proprio social network, e per fare questo è imprescindibile una maggiore focalizzazione sul mercato mobile.

Un sistema operativo completamente incentrato sull’interazione con Facebook avrebbe le caratteristiche necessarie per ottenere maggiori opportunità di conoscere in maniera ancor più profonda il comportamento degli utenti, i contenuti a cui danno valore e, quindi, le promozioni e l’advertising che potrebbero essere meglio indirizzati loro.

Ma al di là dei (positivi) riscontri economici e commerciali che Facebook potrebbe trovare da questo nuovo servizio, come cambierà l’esperienza degli utenti sul social network?

Un collegamento ancora più immediato

Quella che oggi è una nostra scelta (consapevole), e cioè di aprire la nostra applicazione Facebook e controllare le ultime notizie provenienti direttamente dalle vite dei nostri amici, con Facebook Home diventerebbe un’esperienza automatica, direttamente collegata al nostro telefono. Le notizie verrebbero alimentate direttamente sulla schermata principale del nostro telefono, addirittura con la possibilità di attivare notifiche pop-up quando qualcuno di nostro interesse aggiunge una foto o aggiorna il suo stato.

In questo modo si ridurrebbero i tempi di risposta ad un messaggio in chat o alla partecipazione ad una discussione. La nostra interazione con i contenuti del social network diventerebbe ancora più rapida di quanto non sia oggi, e forse proprio in questo suo vantaggio principale è insita la sua più grande debolezza.

Effetto sovraesposizione

Il tema principale attorno a cui si sviluppa il dibattito è quello della redditività del sistema operativo. Quello dei sistemi operativi mobile è, infatti, un mercato complesso in cui spostare gli equilibri è davvero difficile. E’ sufficiente consentire alle persone di interagire in maniera immediata e totale con Facebook dal proprio smartphone per spingerli a possederne uno con un nuovo sistema operativo?

Se da un lato, infatti, le applicazioni Facebook sono quelle più scaricate su Android e iOS, dall’altro bisogna anche comprendere che un utente è soddisfatto di poter scegliere quando e come gestire la sua presenza su Facebook, nonché la sua interazione con i contenuti. Una sovraesposizione potrebbe, addirittura, portare a risultati controproducenti riducendo la soddisfazione dell’utente e la sua voglia di “fare un salto” su Facebook prima di cena.

Non bisogna dare per scontato, quindi, che una scelta di questo genere faccia bene a Facebook. Non sempre gli obiettivi frutto di un’analisi finanziaria ineccepibile trovano riscontro positivo nelle scelte pratiche fatte per raggiungerli.

Ne sapremo certamente di più domani! E voi, cosa vi aspettate che venga presentato?