HP fa entrare il proprio logo nelle opere di giovani artisti

Arriva anche in Italia dall’8 al 27 novembre il progetto Hype. L’evento, dopo aver transitato
per Londra, Parigi, Mosca e Singapore giungerà in Via Assab 1 a Milano. Si tratta di una galleria itinerante dove alcuni artisti potranno esporre un’opera che contenga le lettere H e P.

Le immagini verranno stampate su grande formato sfruttando la tecnologia Hewlett Packard, mentre i filmati saranno mandati in loop su proiettori digitali Hp.

Il progetto è firmato da Publicis, con la direzione creativa di Stefano Colombo e il coordinamento operativo di Federico Vincenti.

Nella fase intitolata “Intrigue” alcune persone hanno realizzato una performance per Milano muovendosi all’interno di sfere marchiate Hype; nella seconda, “Inspire” invece sono stati realizzati una campagna multisoggetto pianificata sulle principali testate rivolte a un target giovane, alcuni spot on air su My-Tv, viral advertising e banner inseriti in un sito creato per l’occasione.
L´opera quanto mai appropriata di Lucio Luzo Lazzara

Colori più vividi: la Sony fa davvero girare le palle!

Di ritorno dalla prima conferenza sul Word of Mouth Marketing ad Amburgo vi parlammo dell’emozione che abbiamo provato nell’assistere alla preview dello spot SONY Bravia.

Tra qualche giorno il film sarà finalmente programmato sulle maggiori televisioni Europee, Italia compresa.

Uno spot che ha fatto parlare molto di sè gia prima di essere divulgato e che ha alimentato un acceso dibattito tra i blogger Californiani.

Lasciar rimbalzare 250.000 palline colorate giù per una di quelle ripide discese tipiche di San Francisco sembrerebbe la cosa più assurda da fare, e invece proprio quello che Il regista Nicolai Fuglsig ha fatto in una torrida mattina estiva.

Grande passaparola si è scatenato tra gli abitanti di San Francisco, che lo scorso luglio hanno vissuto dal vivo questa esperienza. Nella giornata in cui è stato girato lo spot, infatti, in molti hanno realizzato foto e video amatoriali che si sono diffusi in rete creando forti aspettative per quello che sarà, a nostro modesto avviso, il video commerciale dell’anno.

Mai stucchevole o retorico questo pregevole lavoro ci culla teneramente in una atmosfera senza tempo, avvolgendoci in una morbida colonna sonora (“Heartbeats” dall’Album Veneer) che non è, come può sembrare un vecchio pezzo di Simon&Garfunkel, ma del cantautore argentino-svedese José González, in un sound a metà tra Nick Drake e João Gilberto, che ricorda le migliori canzoni d’amore di Peter Gabriel.

Per introdurre la prossima generazione di schermi era necessaria una comunicazione di forte impatto. Ma i ragazzi della Fallon ci insegnano che questo non necessariamente significa “gridare a squarciagola”.

Nessun effetto speciale è stato utilizzato, tutti i frame sono stati girati in due giorni e la sequenza principale ha coinvolto 23 cameraman con un’unica chance di riprendere le funamboliche evoluzioni delle 250 mila palline.

Lo spot lancia un messaggio semplice: il colore che vedrai su questi schermi non lo hai mai visto!

Il risultato: un’autentica, semplice, poetica celebrazione visiva del colore.

Cinema e brand: preziosa opportunità per l’industria italiana

Il ritardo italiano nel product placement è evidente, ma il potenziale è elevato, dal momento che si tratta di un’opportunità da cogliere assolutamente sia per superare il problema dell’affollamento pubblicitario sia per raggiungere efficacemente gli spettatori, le cui abitudini sono sempre più modificate da strumenti tecnologici come i Personal Video Recorder.

Inoltre il product placement è uno strumento per “fare branding”, un esercizio di grande risultato per la costruzione della marca, e, cosa ancora più importante, è una pratica che non disturba perché un mondo senza marchi non è un mondo reale

Questi sono alcuni dei motivi sulla cui base, nel secondo convegno sul product placement tenutosi a Milano lo scorso 12 ottobre, si è affermata la necessità di un coinvolgimento reciproco tra cinema e brand sempre crescente, con opportunità legate a tutto il sistema, comprendendo anche la promozione e gli eventi.

Di seguito vi allego un articolo relativo al convegno di Milano pubblicato da Silvia Antonini su DailyMedia.it.

Gli operatori sul product placement: alto potenziale ma mercato ancora troppo piccolo
(articolo di Silvia Antonini)

C’è ancora parecchia strada da percorrere prima di riuscire a trasformare il cinema italiano in un’industria competitiva. Mancano le risorse economiche, e gli investimenti pubblicitari, secondo l’Upa, nel 2005 raggiungeranno gli 82 milioni di euro circa, più o meno quanto l’anno scorso. E adesso ci si mette anche la finanziaria 2005 e i tagli al Fus.

In questo contesto ci aveva provato il legislatore a dare una mano in minima parte: nel 2004, con la legge Urbani sul cinema, il mondo dei 35 millimetri incontra quello dei marchi pubblicitari. La pratica di inserire brand in un film si chiama product placement e in Usa è un mercato molto fiorente, che quest’anno è cresciuto del 15% circa rispetto al 2004. Ma in Italia questa resta un’opportunità in buona parte sulla carta, dato che i decreti attuativi sono vecchi di pochi mesi e i volumi non ancora abbastanza significativi. Eppure, il potenziale è alto, soprattutto oggi che attraverso i videoregistratori selettivi è possibile registrare programmi tv eliminando la pubblicità.

Di tutto questo si è parlato a Milano nella seconda puntata del convegno “Product placement: cinema e brand si incontrano”, organizzato da la Repubblica e Cinecittà Holding. Una ricerca condotta da Astra Demoskopea, su un campione di spettatori italiani che al cinema hanno visto due pellicole di produzione non Usa, ha evidenziato che il 50% ha notato i marchi inseriti nella storia, mentre complessivamente la reazione alla presenza evidente di prodotti ne ha disturbato, a diversi livelli, solo il 16%.

Va detto che, nonostante in generale l’atteggiamento degli spettatori sia tollerante, la propensione all’acquisto non ne risulta particolarmente sollecitata. L’utilizzo del product placement solleva alcune problematiche che, in primo luogo, riguardano i contenuti artistici del film.
Si tratta di scegliere, come ha sottolineato il critico de la Repubblica Roberto Nepoti, tra un inserimento coerente con la storia e uno del tutto avulso.

Cosa è meglio? Per Mark Workman, ceo della First Fireworks, agenzia che si occupa di product placement per marchi come Visa o Mercedes, la strategia del placement, come nel caso di un film di grande successo come “Pretty Woman” di cui però non si ricordano gli sponsor, è stata ampiamente superata da quella dell’integrazione tra prodotto e personaggio, vista molto bene in “Man in black” con gli occhiali da sole.
Il futuro, ormai alle porte, è quello del branded entertainment, progetti di comunicazione che presuppongono una perfetta coincidenza tra marchio, film e campagne pubblicitarie a sostegno del prodotto. Il film “National Treasure” con Nicholas Cage, sponsorizzato da Visa, al botteghino ha guadagnato350 milioni di euro, e per la carta di credito ha generato un incremento delle vendite del 15,7%.

L’Italia resta poco competitiva rispetto a Hollywood anche perché non esiste un vero star system, i nostri attori non hanno lo stesso potere di identificazione dei divi americani. Tutto ciò limita la possibilità di sviluppare un adeguato merchandising che, invece, rappresenta una parte importante dei profitti. Inoltre, la pubblicità è più interessata ai volti televisivi.

Una felice eccezione, sul fronte delle aziende, è rappresentata dalla pasta Garofalo, che ha deciso di investire sul cinema il 100% del proprio budget in comunicazione, tra product placement e campagne pubblicitarie al cinema. Nel 2006 il marchio sarà presente in ben quattro pellicole, tre realizzate in collaborazione con Cattleya e la quarta insieme alla Colorado Film, dal titolo “La cura del gorilla”, con Stefania Rocca e Claudio Bisio.

Alla gestione di un progetto di product placement devono concorrere anche strutture di consulenza, come la milanese Camelot, i centri media, le stesse case di produzione. Nel caso del film “L’uomo perfetto” di Luca Lucini, la presenza di Coca Cola è stata assicurata dall’azione congiunta di Starcom e Cattleya. Con l’azienda sono state concordate le scene di inserimento senza intervenire sulle modalità.
La visione di marchi durante la proiezione di un filmL´effetto della visione di marchi nel film

VIRAL VIDEO – Anche Ing Direct si butta nel viral mktg

C’era da aspettarselo. Un brand così non-convenzionale non poteva non sfruttare tutte le leve del nuovo marketing. Così Ing Direct lancia un minisito di video virali: si tratta di video barzellette pensate per enfatizzare i valori di non-convezionalità e positività che da sempre caratterizzano il primo marchio bancario prêt-à-porter.

Alcune di queste sono molto divertenti e l’obiettivo dichiarato dell’azienda è quello di generare un passaparola positivo sull’azienda e di parlare anche a chi si sente “allergico” al mondo dei servizi finanziari e sta cercando qualcosa di “veramente” nuovo.

La campagna prevede anche la pianificazione nei cinema (per tutto novembre, in oltre 900 sale cinematografiche) e un’azione di direct marketing. Non si esclude che in futuro gli spot possano apparire anche in tv. La direzione creativa della campagna è di Cesare Casiraghi.

La produzione è di Mercurio Cinematografica per la regia di Erminio Perocco e Va-h. Il budget della campagna: 225mila euro.

COM-PA: dopo 5 anni lavora il 95% dei laureati in scienze della comunicazione

BOLOGNA – A un anno dalla laurea in Scienze della comunicazione 72 ex studenti su cento hanno un lavoro e la percentuale sale al 91% dopo tre anni e al 95% dopo cinque. Di fatto una situazione di piena occupazione, anche se la transizione verso la stabilita’ arriva a medio termine: nel primo anno il 67% ha un lavoro atipico e solo dopo cinque anni il lavoro stabile arriva al 72% pareggiando la media nazionale.

Anche il guadagno netto in partenza e’ il linea con la situazione complessiva del Paese: 922 euro al mese, ma dopo un quinquennio il laureato arriva a 1.331 euro, decisamente di piu’ rispetto al complesso dei laureati.

I dati sulla condizione occupazionale prendono in esame i laureati pre-riforma di 24 universita’ e fanno parte della ricerca di AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario cui aderiscono 43 atenei italiani. Li ha presentati Andrea Cammelli, professore di Statistica sociale a Bologna e direttore di Almalaurea, al terzo Incontro degli studenti e dei docenti di Scienze della comunicazione che si e’ tenuto nell’ ambito del Com.Pa il salone della comunicazione pubblica. Gli studenti di questa facolta’, ha spiegato Cammelli, si laureano in tempi brevi e con ottimi voti, usciti dall’ universita’ si inseriscono facilmente nel mercato del lavoro anche perche’ hanno buona padronanza degli strumenti informatici e conoscono bene l’ inglese.

Un aspetto che ha sottolineato anche Pierluigi Magnaschi, direttore dell’ Ansa: ”Un ragazzo che abbia 20 anni e che non sappia perfettamente l’ inglese assomiglia ad uno zoppo che abbia il sogno di vincere i cento metri alle Olimpiadi. Se spera di lavorare nel giornalismo deve rendersi conto che sara’ destinato ad essere un giornalista di serie B”.

Magnaschi ha spiegato l’ internazionalizzazione dell’ informazione portando anche l’ esempio della neonata Ansamed, l’ agenzia che parla del Mediterraneo ai mediterranei, cui hanno gia’ aderito le principali agenzie della regione e nella quale per chi ci lavora e’ indispensabile la perfetta padronanza della lingua piu’ importante, ma molto importante e’ la conoscenza delle altre, a partire dall’ arabo.

Sul fronte del lavoro, se Carlo Lefebvre, coordinatore tecnico-scientifico del Formez, ha spiegato che potra’ ancora crescere quella percentuale (ora l’ 11%) dei laureati in comunicazione che e’ impiegato nella Pubblica amministrazione, Carlo Morcellini, preside a La Sapienza e presidente della Conferenza nazionale delle facolta’ di Scienze della comunicazione, nella nota introduttiva ha avuto parole di critica sul mercato del lavoro ”le cui risposte alle provocazioni della modernita’, e in particolare alla qualita’ media dei laureati in comunicazione, hanno caratteristiche di evoluzione modesta o, in qualche caso, di stallo”.

Morcellini ha chiamato in causa ”l’arretratezza nel processo di maturazione del sistema politico, economico, comunicativo e persino di quello universitario, rispetto alla domanda di formazione che proviene dalle culture giovanili”. A tutto questo, ha aggiunto, si somma una crisi profonda ”la progressiva precarizzazione del lavoro, che sembra proporsi come metafora regressiva della nostra societa”’.

© Copyright ANSA Tutti i diritti riservati 04/11/2005 17:30