“The Future is private”. Così ha esordito Mark Zuckerberg all’inizio dell’annuale conferenza F8 organizzata da Facebook.
“Se prima eravamo abituati a pensare a Facebook come una piazza pubblica, da adesso, penseremo al social network più utilizzato al mondo come il soggiorno di casa nostra, facendoci sentire più sicuri e tutelati”.
Ma davvero tutti questi social non possono andare oltre il semplice utilizzo?
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Attive già da due anni, le Disaster Maps, permettono di analizzare tre aspetti fondamentali nel momento in cui si verificano disastri ambientali.
Alla base di questo strumento, Facebook utilizza le impostazioni di geo-localizzazione per stilare diverse mappe, che una volta incrociate, permettono di aiutare nel migliore dei modi la zona colpita.
Questi strumenti sono stati messi a disposizione solo per organizzazioni umanitarie qualificate, in maniera totalmente anonima.
Applicando lo stesso principio utilizzato per le Disaster Maps, Facebook vuole creare delle mappe che prevengano la diffusione di malattie più o meno pericolose.
“Ci siamo resi conto che alcune delle mappe dei movimenti che abbiamo creato per i disastri naturali potevano essere utilizzate anche per la diffusione della malaria o dell’influenza”, ha dichiarato Laura McGorman, responsabile delle politiche del team di Data for Good di Facebook.
Queste mappe sono arrivate nel momento in cui anche i movimenti anti-vaccinazione hanno fatto la loro comparsa sul social.
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Facebook consentirà a 13 partner come Harvard School of Public Health, UNICEF e World Economic Forum, di accedere a tre tipologie di mappe, con annessi dati demografici, per avere un quadro generale sulla diffusione di queste epidemie.
Come funzionano le Mappe di prevenzione delle malattie?
Come per le Disaster Maps, anche per la prevenzione di malattie, vengono incrociate tre mappe con tre scopi diversi.
Naturalmente il funzionamento di queste mappe è dovuto al fatto che Facebook sa di preciso dove ci troviamo e cosa stiamo facendo.
Non sussiste nessuna violazione della privacy, in quanto noi stessi abbiamo acconsentito con la nostra iscrizione alla piattaforma, all’uso dei nostra dati. E in fondo, durante una calamità naturale, saremmo più preoccupati della nostra privacy o dell’aiuto che Facebook potrebbe fornirci?
Anche questi strumenti, insomma, ci richiedono di interrogarci sul futuro dei nostri dati e della nostra privacy.
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