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Life Change: Arturo Brachetti ci spiega cosa significa trasformazione

Trasformazione, rinnovamento, fulminei cambi di rotta. Per tracciare qualche pista di riflessione sul tema del “cambiamento” abbiamo interpellato Arturo Brachetti. Il più grande interprete mondiale del trasformismo teatrale (una diramazione della commedia dell’arte), è stato ospite di un numero speciale – l’episodio 500 – di Ninja Morning PRO, la prima newsletter italiana in formato testo+audio per i professionisti del digital business, del marketing e della comunicazione.

Ascolta l’intervista anche in versione audio qui sotto!

 

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Siamo tutti trasformisti

Ciao e benvenuto nel mondo Ninja. Perché il trasformismo è un’arte traversale?

«C’è una parte superficiale che può essere il trasformismo quotidiano di come ci vestiamo per vivere, perché l’abito fa il monaco. Abbiamo una divisa, una uniforme quasi per andare a divertirci, un’altra per andare a fare lo sport, ecc.

E poi un trasformismo metaforico, che è quello che noi viviamo nel corso della nostra vita quando ci rinnoviamo perché se non c’è trasformazione non c’è vita».

Capire il pubblico per comunicare. Che cosa significa per te questo passaggio e qual è il segreto per metterci davvero in contatto con il nostro pubblico?

«Il segreto è molto semplice e si basa sull’empatia umana. È l’empatia, purtroppo non si impara a scuola, ma bisogna impara a scuola, uno deve lavorarsela da solo. Una aspetto importantissimo è capire l’interlocutore.

Faccio un esempio, quando vado al mercato di Porta Palazzo a Torino, e vedo queste signore del mercato che si rivolgono alla cliente che arriva, la inquadrano in un secondo. Decidono se darle del tu o del lei, se chiamarla signora o signorina, se fare complimenti o se tenere le distanze, e tutto ciò per creare empatia. Tutto questo per che cosa? Per vendere i funghi e le carote. Il fine è il business, ma il mezzo è empatico, cioè questo software meraviglioso che noi impariamo da piccoli, quando sollecitiamo i neuroni specchio nei primi tre anni di vita e impariamo dai nostri genitori.

Quindi l’empatia è anche riuscire a capire in qualche modo la lunghezza di un d’onda della persona con cui ti stai relazionando per riuscire a parlargli in quella stessa lunghezza d’onda. Però è sempre un problema di apertura: bisogna essere aperti all’altra cultura, all’altra persona, all’estraneo. A quel punto riesci a fare delle cose incredibili.

Io credo che molte volte anche i politici più internazionali, nei loro meeting, si vedono non solo attraverso i video, ma dal vivo per creare questo meccanismo di empatia che provoca accordi universali importantissimi per il pianeta».

Credit: Paolo Ranzani

A proposito di questo esempio del mercato, lo citi perché quando sei in Italia ti piace andare al mercato…

«Moltissimo, mi piace moltissimo andare al mercato perché è una casbah. Passando attraverso le bancarelle, ti rendi conto che la lingua è più internazionale che italiano, perché poi tutti tra di loro parlano africano, arabo, siciliano, piemontese. Poi certo punto passa una bella bionda, e l’italiano diventa improvvisamente internazionale».

Quando vai al mercato come ti vesti? Ti diverte travestirti anche quando non sei sul palco? 

«Sì, io mi travesto da prete, per esempio lo faccio per divertire i miei amici, andando in farmacia a chiedere il Viagra e vedere la faccia del farmacista; oppure ho una parrucca straordinaria con i capelli lunghi, che mi serve per andare nei club, così non vieni fotografato da tutti  e non vai a finire sul Facebook di mezzo mondo».

Business e trasformazione: l’importanza di saper cambiare

A Torino nella tua casa, a proposito di cambiamenti, è vero che c’è perfino un muro che si sposta? 

«Ho creato un po’ la mia casa come un grande castello pieno di sorprese. E quindi sì, c’è il muro che si sposta. Ma c’è anche lo specchio che parla, l’acqua luminosa. Ci sono delle cose che non sembrano quel che sono, il che fa parte della mia filosofia. Perché credo che la realtà immaginata è quella che ci rende più felici.

Quindi, per esempio, suona il telefono e tu devi prendere la bottiglia di Ketchup per rispondere. Però se non lo sai, stai così per un quarto d’ora, con questo suono di telefono nell’aria, chiedendoti se devi rispondere con una banana o con chissà che cosa».

Riguardo alla trasformazione a volte nel mondo delle aziende, e non solo, da un lato si dichiara di voler un cambiamento ma dall’altro si vorrebbe “cambiare senza spostare nulla”. Ciò rappresenta un problema? 

«Guarda, per esempio tutti noi teatranti ci siamo dovuti rinnovare. E ovviamente c’era poco da fare, non potevamo dire cambiamo un poco, perché non c’era più il pubblico e allora cosa si fa? C’è gente che ha fatto il teatro online, io ho fatto dei podcast, altri hanno fatto un periodo di ricerca per poi presentare magari spettacoli in altre forme più interattive. Forzatamente siamo dovuti rinnovare. Ma il rinnovamento non è qualcosa su cui uno deve discutere o no, il rinnovamento c’è sempre inevitabilmente, e la cosa più giusta da fare è prepararsi alla trasformazione perché comunque ci sarà».

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Alessio Galea

Giornalista radiofonico. Lavora per l’agenzia di stampa Area. Ha collaborato con Rai Radio 2, al fianco di Enrico Vaime. Ha condotto programmi d’informazione e musicali su Controradio a Firenze e Radio Città Futura a Roma. Sul magazine Ninja conduce le Morning News, un estratto del podcast Ninja Pro Information: la newsletter sulla digital economy.

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