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Se censurare è democrazia, ovvero la fine del mito di Internet come strumento di libertà

La Silicon Valley compie 50 anni e il suo mito è finito, sepolto in questi giorni dalla decisione di oscurare per sempre dai social il Presidente degli Stati Uniti d’America ancora in carica.

È vero, Donald Trump è brutto e cattivo. Non piace a nessuno, nemmeno a noi, e le sue idee sono pericolose perché rischiano di scatenare una guerra civile.

E proprio per questo che le Big Tech, in primis Twitter e Facebook – ma anche Amazon, che ha tagliato i server a Parler – sono prontamente intervenute per “salvare la democrazia”.

“Censura è Democrazia” è il nuovo motto.

“Non tollerare gli intolleranti”, è il diritto teorizzato da Karl Popper e invocato dalla intellighenzia.

Ma qualcosa non torna. La neolingua di George Orwell sembrerebbe sinistramente all’opera.

Perché le idee non sono reati, e se accettiamo di oscurarle, abbiamo distrutto per sempre i nostri valori, quelli su cui si fondano le basi della nostra civiltà e della convivenza democratica.

È un passaggio d’epoca. La democrazia non è salva, e chi dice di difenderla è probabilmente andato oltre il punto di non ritorno.

Addio “I love Internet”, addio “Free as the Web”, addio a Internet candidato a Nobel per la pace. Era il 2010, ci abbiamo creduto, qualcuno ancora se lo ricorda?

Internet e i social, da strumenti che hanno permesso l’emergere e la condivisione di idee innovative, l’affermazione di aziende e talenti, da oggi sono editori che hanno il diritto-dovere di oscurare idee.

Sono diventati attori politici che devono intervenire a gran voce per eliminare un attore politico dalla scena.

Certo, Internet e i social hanno dato voce anche ad idee malsane, ad incitazioni all’odio, a shitstorm spesso beceri e ingiustificati, e probabilmente hanno amplificato le idee e il disagio sociale che ha portato a Capitol Hill migliaia di manifestanti arrabbiati (per qualcuno terroristi, per altri patrioti), ma in nome della libertà hanno portato la società anche ad evoluzioni e primavere (e non sempre in modo tollerante e pacifico).

Tutto ha un’altra faccia della medaglia. E di solito non è sempre quella che vogliono vedere i censori.

Del resto, ci sono state le “guerre sante”, oggi c’è anche la “censura democratica”.

Ci eravamo sbagliati, ci eravamo illusi. Ora lo abbiamo capito, dai. Continueremo, da marketer, ad utilizzare Internet e i social come fenomenale strumento di persuasione per vendere i nostri prodotti.

A ben pensarci, era quello il fine, fin dall’inizio. Per la libertà invece ci sarà sempre tempo. Ed emergeranno altre piattaforme in cui continuare ad esprimere le idee eretiche ed intollerabili.

 

Mirko Pallera, direttore e founder Ninja

Mirko Pallera

Mirko Pallera, fondatore e CEO Ninja, è considerato una delle menti più fervide e rivoluzionarie del marketing contemporaneo. E' oggi direttore responsabile del magazine e direttore scientifico della Ninja Academy. Nato in Emilia ma milanese d’adozione (e da qualche anno è immigrato al contrario in Costiera Amalfitana) è sociologo, strategic planner, giornalista, copywriter, scrittore. Attento osservatore delle dinamiche sociali, si diverte a formulare teorie, definizioni e modelli operativi utili ad orientare i professionisti nello scenario dei nuovi media.Imprenditore, consulente e digital strategist per Barilla, Telecom, Unilever, Presidenza del Consiglio dei Ministri e Banca Mediolanum. Si definisce un "innovatore sociale" con la missione di migliorare il mondo grazie alla comunicazione delle aziende. E’ autore di “Marketing Non-Convenzionale: viral, guerrilla, tribal e i 10 principi del marketing postmoderno” edito dal Sole 24 ORE, di "Create! Progettare idee contagiose (e rendere il mondo migliore) pubblicato a febbraio da Sperling & Kupfer e curatore de "Il Manuale Ninja del Web Marketing" edito da Flacowksi. Come direttore strategico-creativo e digital strategist ha progettato e coordinato strategie e campagne di comunicazione crossmediali per grandi brand come Google, Diesel, Heineken, Barilla, Tim, Mulino Bianco, Vodafone e Ben & Jerry’s. Tra le principali, www.nelmulinochevorrei.it, la prima piattaforma di “open innovation” realizzata da un grande brand italiano. E’ stato giurato nella sezione "interactive" dell’Art Directors Club Awards di New York, speaker all'International Word-of-Mouth Marketing Conference di Barcellona, Amburgo e Parigi. E’ ambasciatore e giudice dei Webby Awards, l'Oscar di Internet e del web design e dei Lovie Awards, il premio europeo della creatività online. Membro del IADAS (International Academy of Digital Arts e Sciences) di New York, membro del WOMMA (Word of Mouth Marketing Association) e fondatore di WOMMI (Word of Mouth Marketing Association Italia). Crede che il brand oggi debba essere un “soul maker”, ovvero contribuire all’elevazione sociale e spirituale delle persone.E' amante del surf da onda e del Tai Chi Chuan, arte marziale cinese.

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