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Le sfide del giornalismo di oggi tra post-verità e fake news

Da alcuni anni, il concetto di post-giornalismo continua a tenere banco tra gli “addetti ai lavori” e non solo. Il motivo è semplice: quando parliamo di post-giornalismo e post-verità, ci riferiamo ad una problematica complessa, che spazia dall’etica alla politica e “manipolazione delle masse”. Oppure, più banalmente, intendiamo il consapevole piegarsi alla volontà dei propri finanziatori, da un lato, e del pubblico, dall’altro.

Due circostanze sovrapponibili, che si condizionano reciprocamente. Perché non c’è informazione senza soldi – e persone pagate per produrla – ma se i soldi arrivano, il rischio è quello di un’informazione meno corretta, oppure velata.

Il marketing delle fake news

Il post-giornalismo, insomma, non è il racconto della realtà, è marketing. La “verità sostanziale dei fatti” diventa post-verità quando costituisce il mezzo, non lo scopo. E quando è soggetta a interessi personali o al compiacimento delle masse.

Del resto, con un esercito di pubblicisti e praticanti sviliti dall’impossibilità di avere un salario dignitoso (in teoria no, in pratica sì) e il pressing competitivo di agenzie e freelancer, chi preferirebbe lunghe ricerche che costano tante ore di lavoro?

Il termine “post-truth” appare nel 1992 e si diffonde nel 2016, coinvolgendo sul piano etico e filosofico il mondo dell’informazione. Nel 2017, l’Oxford Dictionary lo elegge parola dell’anno. Un campanello d’allarme per la crescente deriva del giornalismo.

Post-giornalismo: tutto bene, in teoria

Eppure, la deontologia italiana stabilisce che gli operatori della comunicazione devono essere “super partes” (Legge 69/196 del 1963, articolo 2).

È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui, ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti.

In condizioni ideali, la verifica delle fonti e l’imparzialità sarebbero la prassi, ma come sanno anche i lettori, spesso possono penalizzare. Il rischio è di essere schiacciati da un giornalismo, suo malgrado, vacuo e pericoloso.

E il problema non si limita all’Italia (tuttora tra i Paesi con minore libertà di stampa, al 43° posto dopo Corea del Sud e Taiwan). Nei TED Talks di quest’anno, la giornalista Carole Cadwalladr ha evidenziato la responsabilità di Facebook nella diffusione di notizie incontrollate o di parte. Infatti numerose fake news, veicolate da sponsorizzazioni, potrebbero aver convinto migliaia di persone a votare in favore della Brexit.

LEGGI ANCHE: WhatsApp vuole combattere le Fake News e limita l’inoltro dei messaggi

Profetico, in questo senso, l’articolo pubblicato da Christian Raimo (2017):

Parlare della post-verità può avere un senso se individuiamo in quello che è un dibattito sull’informazione e la politica, su Facebook e il populismo, la radice di una crisi della civiltà. Una forma di patologia che ci rende progressivamente ciechi nei confronti di ciò che ci riguarda più profondamente.

Un concetto sottolineato, nello stesso anno, anche da Marco Travaglio al Festival del Giornalismo di Perugia.

Come difendersi dalle notizie false

Come se non bastasse, la percezione di queste insidie è ancora minima o nulla nella maggior parte dei lettori. Complice l’analfabetismo funzionale nei pre-millennials e l’omertà a livello “micro” e “macro”, difendersi dalle notizie false è davvero difficile. I colossi del web stanno cercando di limitare danni e problemi legali. Ma c’è ancora tanta strada da fare. In un campo minato.

Come ricordava Papa Francesco al consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (2016), il rispetto della verità è collegato alla dignità delle persone.

La questione, qui, non è essere o non essere un credente. La questione è essere o non essere onesto con se stesso e con gli altri.

Come difendersi, dunque? Secondo Giuseppe Riva in “Fake news, vivere e sopravvivere in un mondo post verità”, influencer e fake news hanno in comune la riconferma sociale. Agire su tre livelli – istituzioni, fact-checking collettivo e auto-verifica – può aiutarci a frenare notizie tossiche e “virali”.

Maria Cristina Folino

Giornalista e content creator, lavoro da oltre 10 anni nel mondo dell’informazione e della comunicazione digitale. Nemica degli incipit banali, sono passata dalla lettura alla scrittura, e dal giornalismo alla creazione di contenuti multimediali. Con un’esperienza a 360° tra editoria e marketing, provo ogni giorno a rendere la realtà più interessante e creativa.

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