Si dice che in Internet esista la regola del 90-9-1. Cioè: solo l’1% delle persone crea contenuti originali, il 9% contribuisce e il restante 90% è la percentuale di fruitori finali.
Che questa regola sia vera oppure no non lo sappiamo con certezza. Quello che sappiamo è che il progetto originale di Internet come forza che rende le persone libere e uguali per accesso alle informazioni, è messo in forte discussione alla luce delle crescenti differenze nella distribuzione della ricchezza mondiale.
Un nuovo documento di lavoro The Effect of the Internet on Wages di Christopher Poliquin della University of California, Los Angeles, ha esaminato l’effetto sui salari delle imprese brasiliane che hanno adottato la banda larga tra il 2000 e il 2009.
Il dipendente medio ha registrato un guadagno cumulativo del 2,3% dei salari reali, rispetto ai lavoratori delle aziende prive di banda larga. I manager dell’azienda hanno invece guadagnato l’8-9%, mentre i direttori esecutivi hanno potuto contare su una spinta del 18-19%.
Poliquin ritiene che Internet abbia permesso ai lavoratori qualificati di essere molto più produttivi di prima.
Gli economisti hanno a lungo indicato il “cambiamento tecnologico orientato alle competenze” come una delle forze trainanti della disuguaglianza.
Dimostrare l’influenza della tecnologia è importante in un’epoca in cui i politici incolpano abitualmente l’immigrazione o la concorrenza a basso prezzo delle importazioni. L’evidenza che la tecnologia sia effettivamente l’autore del reato è sempre più forte, dato che gli accademici guardano al suo impatto sulla disuguaglianza all’interno delle singole aziende, così come in tutta l’economia in generale.
Ciò che accade all’interno delle aziende è solo una parte della storia.
Una ricerca pubblicata sul Quarterly Journal of Economics suggerisce che circa due terzi dell’aumento della disuguaglianza è il risultato di differenziali salariali tra le aziende, piuttosto che al loro interno.
I lavoratori vengono “ordinati” in due gruppi: quelli che lavorano per aziende ad alto salario in settori come la tecnologia e quelli che lavorano per aziende a basso salario in settori come il commercio al dettaglio.
Questo cambiamento compositivo può essere diviso in due parti più o meno uguali: i lavoratori ad alto livello salariale sono diventati sempre più propensi a lavorare in imprese ad alto livello salariale (cioè, la selezione è aumentata), e i lavoratori ad alto livello salariale sono diventati sempre più propensi a lavorare tra loro (cioè, la segregazione è aumentata).
Infine, troviamo che i due terzi dell’aumento della variazione dei salari all’interno dell’azienda si sono verificati all’interno di mega aziende (con più di 10.000 impiegati) , che hanno visto un aumento particolarmente elevato della varianza dei salari rispetto alle aziende più piccole.
In un report della FED di Dallas si suggerisce come il crescente numero di lavoratori negli US sia legato alla Gig economy (per intendersi Uber e Lyf), ma osserva anche che il tipo di lavoro saltuario che crea di fatto non si traduce in un maggior salario. Infatti, pur essendo l’economia americana a valori storici bassissimi di disoccupazione, l’inflazione da salari rimane molto contenuta.
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Le nuove tecnologie che incoraggiano il lavoro just-in-time (gig employment) abbassano il potere contrattuale dei lavoratori. Questo, a sua volta, abbassa il tasso naturale di disoccupazione e i salari reali di equilibrio.
Essenzialmente, le aziende sono in grado di assumere lavoratori a contratto o lavoratori autonomi, che non sono sui loro libri paga e non sono annoverati tra i disoccupati quando non sono sul lavoro.
Di fatto, queste persone infatti risultano lavorare anche se lavorano per un numero di ore insufficiente per avere una vita dignitosa. Sono quindi sotto-occupate.
Un forte impatto deriverebbe anche da piattaforme online come Amazon e altri online retailer.
Da una parte hanno permesso di accaparrarsi ogni tipo di prodotto in qualsiasi area che servono (abbattendo piccoli monopoli di area), e dall’altra hanno creato dei micro-business aprendo nuove opportunità lavorative.
Un numero storicamente elevato di americani ha lavori a tempo parziale, ma ambisce a posizioni a tempo pieno. La Gig Economy più che una rete di sicurezza, è più probabile che sia una trappola della povertà.
Il divario di retribuzione può anche venire condizionato dall’istruzione e alla formazione.
Un’indagine sui paesi dell’OECD nel 2016 ha rilevato che, in media, più della metà degli adulti potrebbe, nella migliore delle ipotesi, svolgere solo le più semplici attività digitali, come scrivere un’e-mail. Solo un terzo disponeva di “competenze cognitive avanzate” che avrebbero permesso loro di prosperare.
Quindi, da una parte abbiamo avuto una adozione di massa senza precedenti di tecnologie digitali, come i Social Network e gli smartphone con le loro numerose applicazioni, a cui però non sarebbe seguita una maggiore competenza nell’utilizzo dei mezzi stessi.
Nel paradosso della conoscenza digitale, sembra che alcuni imprenditori possano essere preoccupati dalla mobilità del mercato del lavoro, qualora i propri dipendenti fossero adeguatamente formati sulle competenze digitali. Temendo di perderli, ritarda l’acquisizione di queste competenze.
Nel dopoguerra si è registrata una crescita abbastanza omogenea nei paesi Occidentali.
In pratica, le aziende, anche se concentrate in alcuni territori, attraverso una rete di fornitori terzi redistribuivano il lavoro e i profitti su un territorio più vasto. Questo è cambiato completamente dagli anni ’80, quando cioè ha cominciato a diffondersi la grande rivoluzione del software, prima, e della connessione digitale, poi.
Alcune regioni hanno di gran lunga superato la crescita economica di interi paesi. Queste regioni (un esempio è la Silicon Valley Californiana) condividono 3 caratteristiche principali
Lavoratori istruiti con hard skills e soft skills hanno maggiore probabilità di raggiungere redditi sopra la media. Alcuni di loro diventeranno delle vere e proprie star, unendosi all’1% dei più ricchi.
Non possiamo però non considerare il contesto macro economico del lavoratore, cioè il contesto del lavoro o della situazione economica del suo paese.
Inoltre, come ben studiato da Malcolm Gladwell nel suo libro The Outliers, ogni persona porta con se un carico di storia che lo aiuta (o meno), nel raggiungimento del successo.
La famiglia di provenienza, il momento storico, altri elementi imponderabili fanno sì che astrarre il “segreto del successo” di una azienda (leggi Microsoft) o di un individuo (e leggi Zuckerberg) e applicarlo al resto delle persone è estremamente furoviante.
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