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I calciatori col cuore in mano per la campagna shock di Adidas

C’era una volta una donna senza scrupoli che chiese all’uomo di portarle il cuore della madre per dimostrare il suo vero amore. Lui lo fece ma questo non bastò a conquistarla. Era il 1966 e Fabrizio De Andrè raccontava così gli eccessi di una passione senza fine.

Sono passati 48 anni e la storia si ripete. In occasione del Mondiale di calcio in Brasile, l’Adidas lancia una campagna shock dove i calciatori Lukas Podolski, Diego Costa, Arjen Robben e Dani Alves posano con un cuore ancora grondante sangue  in mano.

Sguardo da serial killer e t-shirt stiratissime, i calciatori dimostrano così la propria fedeltà alla causa. “I will give my heart to the cause“. Peccato che il cuore non sia il loro ma quello di una mucca macellata, verosimilmente ignara delle logiche agonistiche sottintese.

La campagna, come previsto, ha fatto discutere immediatamente. Inevitabile, quando si mettono insieme due topic da sempre polveriera di interminabili diatribe come il calcio e il rapporto con gli animali.

Una campagna – letteralmente – sanguigna che racconta una passione quasi animalesca o una mancanza di rispetto per chi gli animali li vorrebbe solo coccolare e vedere pascolare liberi?

Le associazioni animaliste sono insorte, accusando il brand di mercificazione dell’animale e quindi di banalizzazione dell’uccisione. L’Adidas si difende dicendo che il cuore è stato acquistato da un macellaio che aveva soppresso l’animale a norma di legge (e ci mancherebbe).

Quel che rimane però di questa campagna è sicuramente la potenza del’immagine. Certo, il dubbio è che la gente si ricordi meno delle t-shirt fosforescenti sponsorizzate e si focalizzi di più sul ribrezzo per un cuore animale ancora pulsante in mano ai calciatori. Ma l’advertising, si sa, non è scienza esatta, e il rumore creato in rete dalla campagna è già un ottimo risultato per il brand tedesco.

Se poi avranno convinto i consumatori a comprare maglie o a smettere di mangiare carne solo la storia ce lo dirà. Qualcuno diceva che se i macellai avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani. Nel dubbio, una pizza ai funghi e tutti a tifare Italia. Olè!!

Danilo di Capua

Nato a Roma nel 1981 ma residente a Bologna da tempo immemore. Lascia l'Italia alla volta della California per completare il suo dottorato di ricerca, e al suo ritorno decide di dedicarsi anima e corpo alle sue passioni: la scrittura, la netnografia, il Risiko e la comunicazione digitale. Lavora come social media editor free lance ama il chinotto e non riesce ad apprezzare fino in fondo la musica jazz, cui preferisce il bluegrass. Passa lunghe nottate a dibattere di cinema con il proprio gatto, a cui rivolge domande spesso non ascoltate. Questo è per lui fonte di profonda amarezza, ma non si dà per vinto.

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