Nell’era in cui tutto è condiviso pubblicamente sui social network e la preoccupazione maggiore è per tutti la privacy, un progetto davvero singolare ci invita a condividere la nostra vita con uno sconosciuto che a sua volta condividerà la sua con noi! Questo non per sempre ma per 20 giorni consecutivi e attraverso il nostro smartphone.
Stiamo parlando di 20 Day Stranger, l’app nata da un progetto del Media Lab del MIT in collaborazione con il Dalai Lama Center for Ethics and Trasformative Values. Il progetto è al momento un esperimento sociale a cui si può aderire compilando questo modulo.
20 Day Stranger mette in relazione due utenti ma lo fa garantendo ad entrambi l’assoluto anonimato: ogni utente condividerà con l’altro le informazioni dedotte dal suo accelerometro e dal suo GPRS. Non stiamo parlando di update precisi come l’indirizzo ma informazioni derivate e tratte da Foursquare e Google Maps.
Facciamo un esempio pratico: se mi trovo a Roma, 20 Day Stranger invierà allo sconosciuto che è in contatto con me la foto del Colosseo; se vado in un ristorante, l’app gli invierà le immagini postate da altri su Foursquare. Il concetto è quello di mantenere preservato l’anonimato pur permettendo ai due sconosciuti di farsi un’idea della vita dell’altro.
A proposito il direttore del Media Lab del MIT, Kevin Slavin ha dichiarato a Fastcompany: “Stiamo cercando di fornire quel tanto che basta al destinatario della vostra vita per permettere a qualcuno di immaginare senza fornire informazioni reali. È qualcosa a metà tra informazione e fantasia“.
Vediamo intanto il video di presentazione dell’app:
L’esperimento di 20 day Stranger nasce dalla constatazione che le attuali tecnologie, da Internet ai social network in particolare, possono paradossalmente allontanare le persone: queste tecnologie ci avvicinano forse a coloro che già conosciamo o che comunque possono avere motivi per condividere con noi qualcosa ( dai gusti, ai luoghi frequentati ad esempio) ma ci rendono più diffidenti verso le persone sconosciute e ci portano anzi spesso a nasconderci nell’anonimato.
Come abbiamo avuto modo di notare nelle più recenti discussioni sulla web violence, spesso l’anonimato, l’alter ego o semplicemente la distanza fisica producono sui social network anche effetti negativi come maleducazione, frustrazione, violenza verbale. A monte c’è una carenza di conoscenza reciproca e l’assenza di empatia.
Slavin cita David Foster Wallace per spiegare l’intento dell’esperimento 20 Day Stranger: “C’è un vecchio concetto di David Foster Wallace sul fatto che il grande errore che tutti noi facciamo è che andiamo avanti con la nostra vita convinti che ognuno di noi ne sia il protagonista “ e aggiunge che l’app “è uno strumento per compensare quella condizione“.
L’app, lo ricordiamo, è in fase di test: i coordinatori stanno reclutando persone da tutto il mondo, in modo che ogni persona possa essere messa in relazione con qualcuno lontano sia geograficamente che dalla propria cerchia sociale. Al momento l’app è stata realizzata per iOS ma il MIT sta già pensando alla versione Android.
E voi, provereste questa esperienza? Fatecelo sapere nei commenti!
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