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Sviluppa applicazioni per la realtà aumentata e il wearable computing con PlayAR

Un team unito dalla curiosità per le nuove tecnologie e dalla voglia di misurarsi con sfide complesse e dalle ricadute imprevedibili come quelle della realtà aumentata e del wearable computing. Pietro Carratù (Ing. elettronico; Project Manager certificato PMP, Software e Mobile GUI Designer con esperienza in Alenia e Openwave Systems), Luciano Pentangelo (laureato in informatica, 7 anni di esperienza sviluppo software per mobile, dal gruppo Telecom), Alfonso Cioffi (Marketing and Sales con oltre 10 anni di esperienza) e Chiara Mannella (Art Director, da oltre 25 anni; ha lavorato per Leo Burnett, Young&Rubicam, Saatchi) hanno così unito le proporie competenze per sviluppare PlayAR (startup finalista della Battaglia delle Idee 2012), piattaforma per lo sviluppo di applicazioni mobili particolarmente innovative, come ci racconta Pietro.

Cos’è PlayAR?

PlayAR è una piattaforma web based di sviluppo di applicazioni per dispositivi mobili ed indossabili, con funzioni di Personal Assistant, riconoscimento immagini e Realtà Aumentata.

Essa è destinata a Media Agency, Content Provider e Software House, e vuole facilitare la realizzazione di app per
– collegare una base dati;
– assicurare la compatibilità per vari dispositivi mobili ed indossabili;
– inserire nell’app il riconoscimento e l’interprete vocale, di immagini, e la realtà aumentata.

Come è nata la vostra idea?

Abbiamo sviluppato App Museali per Smartphone con riconoscimento dei quadri, ed abbiamo ritenuto che gli occhiali Google presto sostituiranno, per alcune funzioni, gli smartphone. Quindi abbiamo pensato che sarebbe stato utile realizzare uno strumento che facilitasse la gestione delle informazioni su tali dispositivi.

Quali sono le prospettive / difficoltà in Italia per una startup nel vostro settore?

Trovare competenze tecniche adeguate ad una sfida globale è un problema, in quanto le professionalità esistenti nel nostro contesto regionale, la Campania, sono spesso troppo calate in un mercato locale, di PMI, con poca propensione all’innovazione e all’internazionalizzazione.

Altro problema è il reperimento di fondi di Seed e Venture Capital: sono pochi gli interlocutori seri e competenti, in grado di fare valutazioni precise e fornire un coaching adeguato.

Infine, è difficile trovare chi abbia competenze legali ed amministrative per gestire e tutelare il lancio sui mercati esteri di un prodotto innovativo.

Dove vi vedete tra 1 anno?

Se si concretizzeranno dei partenariati che stiamo definendo, necessari ad integrare moduli tecnologici avanzati nella piattaforma, potremmo essere in grado di presentare una prima demo di PlayAR; in ogni caso, tra un anno continueremo ad esplorare le tendenze innovative del settore “mobile” e “wearable computing”, che riteniamo in forte crescita.

Akame

Era il 2005 e, per la tesi di laurea in Scienze della Comunicazione, ho pensato di occuparmi di questa cosa che alcuni chiamavano Web 2.0. Da allora mi sono occupata dell'innovazione digitale da differenti punti di vista. Lavorando al Dipartimento di Ricerca di Telecom Italia ho progettato servizi per la Tv digitale. Durante il dottorato di ricerca in Sociologia della Comunicazione ho realizzato un'indagine etnografica nella community di fansubbing di Italian Subs Addicted. Dopo un anno da assegnista al Dipartimento di Scienze Sociali dell'Università di Torino, sono stata catapultata nel mondo degli startupper digitali e ho cominciato a lavorare presso l'Incubatore di Imprese Innovative del Politecnico di Torino. Da allora ho ascoltato tante storie di imprenditori e appassionati del digitale, che vogliono cambiare il mondo. E ho pensato di cominciare a raccontarle anche a voi.

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