Già pensare che esistano pirati svedesi suona un po’ strano. Di solito ce li immaginiamo brutti, sporchi e con le gambe di legno o gli uncini, non si è mai visto un pirata biondo con gli occhi azzurri, forse solo nei videogames della serie Monkey Island. Che poi siano la causa di tutti i mali dell’industria dell’entertainment sembra ancora più strano.
Ma andiamo con ordine.
Innanzitutto i temibili pirati sono Fredrik Neij, Peter Sunde e Gottfrid Svartholm i tre creatori di The Pirate Bay, uno dei maggiori siti di file sharing che in certi momenti ha totalizzato oltre metà del traffico complessivo della tecnologia Torrent su cui si basa.
E le navi assaltate da questi terribili malfattori sono quelle delle lobby cinematografiche e discografiche e delle più grandi Software House del mondo, le quali, sentendosi minacciate dal fatto che nel febbraio 2009 il sito dichiarava una punta di 23 milioni di utenti connessi contemporaneamente, hanno deciso di dichiarare guerra ai pirati bombardandoli con carte bollate e azioni legali.
Il 17 Aprile 2009 i quattro responsabili di Pirate Bay sono stati condannati a un anno di prigione per complicità nella violazione di diritti d’autore. “Il tribunale di Stoccolma ha oggi condannato le quattro persone che erano processate per complicità in violazione della legge sul diritto d’autore. Il tribunale ha deciso di condannare ciascuno di loro ad un anno di carcere” precisava la corte in un comunicato e condannava gli imputati a versare anche 30 milioni di corone (2,7 milioni di euro) di danni e interessi all’industria discografica, cinematografica e dei videogiochi, che reclamavano 117 milioni di corone a titolo di mancati guadagni.
I pirati non si sono dati per vinti e con i loro legali hanno fatto ricorso in appello dichiarando che il giudice Tomas Norström, che aveva emesso la sentenza, era affiliato a diverse associazioni pro-copyright (anche in Svezia esiste il conflitto di interessi…).
Intanto però nel mondo della rete si era già scatenato un clamore mediatico incredibile, grazie anche agli stessi imputati che hanno trasformato la loro guerriglia semiclandestina in uno spettacolo planetario, ottenendo così sostegno da tutti i “downloader” e non solo impauriti da un attacco frontale alla libertà della rete.
Queste sono le vicende fino ad ora e chiaramente noi ci asteniamo dall’esprimere un giudizio su chi ha ragione ma è facile capire che almeno le simpatie di chi sta scrivendo sono dirette verso i “temibili” pirati svedesi e non solo perché combattono contro le più grandi industrie dell’intrattenimento, ma anche perché se la sentenza fosse confermata anche in appello significherebbe limitare notevolmente le nostre libertà di navigatori del web.
Come abbiamo già detto, The Pirate Bay funziona fornendo i link a siti e computer in cui i suoi utenti trovano il materiale da scambiare e copiare, un’attività che, secondo i promotori del sito, è analoga a quella svolta dai motori di ricerca. Per cui, nel caso la condanna fosse confermata, sarebbe uno degli strumenti al cuore della rete ad essere messo in discussione.
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