Data Breach

Tutti i guai di Uber: spuntano altri 20 milioni di dati violati nel 2016

Dopo quella del 2014, la Federal Trade Commission ha scoperto l'ennesima violazione di dati ai danni della società, che anche stavolta non ha detto niente

Un data breach risalente al 2016, che ha violato nomi, numeri di telefono e indirizzi e-mail di oltre 20 milioni di persone che usano Uber negli Stati Uniti. Un altro. Dopo quello clamoroso del 2014, che coinvolse 57 milioni di clienti, che la multinazionale cercò di nascondere pagando un riscatto di 100 mila dollari agli hacker e su cui indaga la Federal Trade Commission. E proprio mentre la FTC indagava sulla violazione del 2014, venuta alla luce nientemeno che alla fine del 2017, ne è spuntata un’altra.

Dopo aver ingannato i consumatori in materia di privacy e sicurezza, Uber ha aggravato la sua cattiva condotta, non comunicando alla Commissione di aver subito un’altra violazione dei dati nel 2016 proprio mentre la Commissione stava indagando sulla violazione del 2014, ha detto Maureen Ohlhausen, presidente della FTC.

Nel dettaglio, come scrive la Federal Trade Commission nella denuncia, sono state violate informazioni personali non crittografate relative ai piloti e conducenti statunitensi, inclusi 25,6 milioni di nomi e indirizzi email, 22,1 milioni di nomi e numeri di cellulari e 607.000 nomi e numeri di patente di guida. Le indagini si sono chiuse con degli avvertimenti, un accordo scritto ma nessuna multa.

L’accordo con la FTC

“La mia prima settimana in Uber – ha spiegato Tony West, Uber Chief Legal Officer – è stata la stessa in cui abbiamo reso pubblica la violazione del 2016. Quando Dara Khosrowshahi è entrato a far parte dell’azienda, si è impegnato a nome di tutti i dipendenti Uber ad imparare dagli errori fatti, a cambiare il modo in cui facevamo business e a mettere l’integrità a fondamento di ogni decisione presa. Da allora – ha aggiunto – ci siamo mossi rapidamente per mettere in pratica questi principi, assumendoci la responsabilità di quanto accaduto. Sono felice che pochi mesi dopo aver annunciato questo incidente, abbiamo raggiunto rapidamente un accordo con la FTC che ritiene Uber responsabile degli errori fatti in passato e impone nuovi requisiti che sono ragionevoli rispetto a quanto accaduto”.

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Tutti i guai di Uber

Uber è di nuovo nei guai. Il tentativo di nascondere l’ennesimo furto di dati è solo l’ultimo di una serie di scandali che ha coinvolto la società di trasporto automobilistico. Un lungo elenco in cui ci sono dispute legali in tutto il mondo per concorrenza sleale (la più recente a Londra), il procedimento in corso che vede Uber contro Waymo (la divisione di auto senza guidatore di Google), gli scandali per molestie sessuali che hanno portato alle dimissioni del CEO Kalanick. E poi ancora accuse di disparità di retribuzione e discriminazione di genere. Ma non solo.

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L’incidente in Arizona

All fine di marzo un incidente tra Mill Avenue e Curry Road, in una cittadina dell’Arizona, è costato la vita a una passante americana. Protagonista dello scontro un veicolo a guida autonoma di Uber, con un tecnico a bordo. Elaine Herzberg, questo il nome della donna di 49 anni, è stata la prima vittima di un veicolo senza guidatore. La società, sulle cui responsabilità si indaga, ha sospeso tutti i test in questo senso.

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Non è un servizio digitale

“Gli Stati membri possono vietare e reprimere penalmente l’esercizio illegale dell’attività di trasporto nell’ambito del servizio UberPop senza dover previamente notificare alla Commissione il progetto di legge che stabilisce il divieto e le sanzioni penali per tale esercizio”. Lo ha stabilito il 10 aprile la Corte Ue in relazione al procedimento penale cui Uber France è sottoposta per aver organizzato, tramite il servizio UberPop, un sistema di messa in contatto di clienti con conducenti non professionisti che trasportano persone a titolo oneroso con veicoli aventi meno di dieci posti. La sentenza precisa che il servizio Uberpop rientra nel “settore dei trasporti” e non in quello dei servizi digitali, che invece richiederebbe una notifica in base alla direttiva “società dell’informazione”.

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Parigi, Londra, Francoforte

All’inizio del 2016 un tribunale di Parigi aveva condannato Uber France a versare 1,2 milioni di euro di risarcimento all’associazione nazionale dei tassisti francesi. Più di recente altra multa da 800 mila euro per aver usato guidatori non-professionisti. In Germania, Uber Pop è stato vietato a maggio 2015. A Francoforte, Uber ha dovuto rinunciare ai propri servizi, successivamente la compagnia si è ritirata anche da Dusseldorf e Amburgo, in seguito alle proteste dei tassisti. Uber ha però presentato un ricorso alla Commissione europea contro la chiusura del servizio Pop. A settembre il Transport for London (TfL), l’ente che gestisce il trasporto pubblico a Londra, ha negato il rinnovo della licenza che permette ad Uber (e a 40 mila autisti) di operare. Uber ha fatto ricorso. 

Google contro Uber

Anthony Levandowski è un ex manager di Google, accusato di aver scaricato 14 mila documenti prima di lasciare il suo incarico lo scorso anno per creare una sua società, Otto, poi acquisita da Uber. Google ha portato in tribunale Uber, sostenendo che le informazioni trafugate dal proprio ex dipendente sono state impiegate per realizzare il sistema LiDAR integrato sulle sue self-driving car. L’ultima mossa di Mountain View? Un miliardo di dollari di risarcimento, scuse pubbliche e la garanzia che Uber non utilizzi i suoi segreti commerciali. Prossima udienza a dicembre.

Le dimissioni del ceo Travis Kalanick

La società di San Francisco è stata travolta dagli scandali, dopo la denuncia di molestie sessuali dell’ex ingegnere di Uber Susan Fowler (inizio 2017) di cui si sarebbero resi responsabili alcuni dirigenti della società. Un terremoto: 20 licenziamenti. Due le dimissioni eccellenti, prima il vice presidente Emil Michael, poi il 21 giugno lascia Kalanick. Ad agosto subentra al vertice Dara Khosrowshahi.