Senza giri di parole

Perché Facebook non ruba i nostri dati ma siamo noi che siamo scemi digitali

Cambridge Analytica non ha rubato niente. O meglio, niente oltre i dati e le informazioni che regaliamo a Facebook ogni giorno. L'editoriale del direttore Aldo Pecora

Aldo V. Pecora
Aldo V. Pecora

Direttore @ Ninja Marketing

Non è la prima volta che parlo di dati personali e Internet, quindi eviterò di fare come quei musicisti che campano anni e anni cambiando qualche nota del loro stesso tormentone.

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La prima consapevolezza che dobbiamo assumere è che in tasca non abbiamo più solo un telefono, ma Internet, e che qualsiasi cosa facciamo con il nostro smartphone non resta solo all’interno del nostro dispositivo, o in quello di chi riceve, ma finisce, per sempre, anche nelle mani di altri. Dei giganti del digitale: Google, Facebook, Amazon, e poi ancora Apple, Microsoft, eccetera. Sono loro i proprietari del web, e noi abbiamo accettato e accettiamo continuamente le loro regole. Perché sì, inutile nasconderlo: tutti, professionisti o meno del digitale, in meno di un secondo andiamo subito a cliccare su “Accetto” e “Ok, iscrivimi” senza neanche leggere cosa dicono quelle informative chilometriche che ci vengono sottoposte quando apriamo un account Gmail, o ci iscriviamo a Netflix con il social login di Facebook o Google.

Quindi ben ci sta. Abbiamo scelto di essere abitanti di questo posto che si chiama Internet e non cittadini. La differenza tra queste due parole la capisce anche un bambino.

Prima o poi il bubbone doveva esplodere. E adesso, finalmente, dopo l’affaire Cambridge Analytica anche la stampa blasonata, quella dei tiggì e delle testate “tradizionali”, inizia ad occuparsi di un tema del quale sarebbe stato molto meglio (pre)occuparsi già un paio di anni fa.

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I veri soci (occulti) di Zuckerberg

In cuor suo Zuckerberg lo sapeva benissimo: sì, Facebook ha aiutato Trump (e probabilmente anche Obama nel 2008 e nel 2012) in campagna elettorale. E non con le fake news, che sono l’ultima trovata pubblicitaria che i potenti usano per bollare tutti quei fatti e fenomeni che non riescono più a controllare/governare/ordinare, ma chiudendo un occhio e forse anche due con molti dei suoi veri soci occulti.

Sì, soci occulti, perché in questa piramide afferente a una sola persona da un lato ci sono i soci tradizionali, quelli che hanno una quota nel capitale sociale della società Facebook Inc. con sede in California, e che in virtù anche delle loro quote siedono nel board (ovvero nel CdA) dell’impero di Mark Zuckerberg, dall’altro ci sono quelli che quell’impero lo reggono in piedi, generando traffico verso/nella piattaforma, con i vari Candy Crush, video divertenti, eccetera.

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Senza parlare – non ora – di tutto il mondo dei dati che sta dietro gli Insights, i Pixel e gli Analytics cui chiunque, anche un inesperto di digitale, può accedere anche investendo poco più di cinque euro.

Ma siamo ancora in tempo. Forse

È inutile, adesso, criminalizzare gli effetti. Parlare di pericolo, di dati rubati, eccetera. Andiamo ad indagare le cause, facciamoci delle domande.

Se c’è “un giudice a Berlino” convochi Zuckerberg, lo chiami a rispondere, e qualcun altro, la politica, gli spieghi che esistono cose che si chiamano Costituzioni, diritti, eccetera, prima che magari alle prossime elezioni diventi lui il Presidente degli Stati Uniti d’America.

La prima lezione-batosta a Facebook e ai capi del web la sta dando il mercato, quello non perdona: quasi 50 miliardi di dollari bruciati in Borsa in meno di 48 ore. E l’onda generata da questo “scandalo” ha travolto tutti gli altri titoli del comparto social/digital. Non è un caso, è evidente.

Ma sapete perché Facebook non fallirà mai? Perché il web è abitato oramai da miliardi di utenti che in realtà sono utonti, gli scemi digitali, ignoranti e inconsapevoli del danno enorme che hanno fatto e fanno ogni giorno a se stessi, ai loro cari e ai loro affari.

@aldopecora