App of the Week

Bloom, l’app di Brian Eno, diventa un’esperienza in realtà aumentata

Bloom Open Space è l'ultima incursione di Brian Eno nella musica generativa e il suo primo esperimento in AR

Nel 2008, pochi mesi dopo l’apertura dell’App Store, Brian Eno – sì, lui, il musicista – e il programmatore (e musicista anche lui) Peter Chilvers crearono l’app Bloom: nel mezzo delle prime app per iPhone, spesso molto noiose e poco creative, Bloom è sembrata subito molto interessante a livello artistico ed è stata una delle prime applicazioni che ha fatto riflettere sul rapporto tra tecnologia e musica.

Eno e Chilvers hanno appena lanciato un nuovo esperimento artistico, Bloom Open Space, una versione in realtà aumentata della loro app per iPhone. Bloom mostrava al mondo che gli smartphone non erano solo strumenti per controllare la posta elettronica o ascoltare gli mp3: l’app infatti permetteva di comporre musica semplicemente toccando lo schermo del proprio smartphone.  Dire che era in anticipo sui tempi non dà abbastanza credito a Eno e Chilvers.

Bloom Open Space ha debuttato invece dal 22 al 25 febbraio come installazione al Transformatorhuis di Amsterdam, uno spazio nato come magazzino e che oggi è un club musicale molto di moda. La mostra è stata supportata da Microsoft: in uno spazio circolare, lo Screen Henge, circondato da schermi sospesi, i fruitori della mostra, grazie all’app Bloom e ai visori Microsoft HoloLens, hanno provato l’esperienza di generare musica “pizzicando” le bolle che apparivano davanti ai loro occhi grazie alla realtà aumentata.

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I “compositori” potevano vedere dunque le bolle “fiorire” davanti ai loro occhi in versione 3D, mentre il pubblico intorno a loro poteva vederle riprodotte in 2D sugli schermi sospesi. La sensazione finale era quella di un’immersione totale nella musica, possibile soltanto attraverso la realtà aumentata.

Bloom e la musica generativa

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Brian Eno – Fonte @Microsoft

Per Brian Eno e Peter Chilvers la realtà aumentata è interessante soprattutto perché ci invita a esplorare cose inaspettate: questo tipo di esperienza si sposa bene con il lavoro pionieristico di Brian Eno, in particolare con quella che lui ha definito musica generativa, un termine coniato da lui stesso e che si riferisce alla musica che cambia costantemente secondo un sistema di regole. L’app Bloom originale aderiva appunto ad alcuni principi della musica generativa.

Non è necessario dire che Brian Eno è una leggenda nel mondo della musica, un genio che ha lavorato con artisti del calibro di David Bowie e David Byrne. I suoi primi “esperimenti musicali” hanno prodotto opere come Ambient 1: Music for Airports , un album di riferimento nella storia della musica ambient. Più recentemente, Eno si è interessato ad applicare i suoi concetti musicali alla tecnologia. Ciò ha portato alla sua lunga collaborazione con Peter Chilvers.

“Immagina se la composizione musicale potesse essere più simile al giardinaggio che all’architettura”, ha dichiarato Eno all’anteprima di Bloom Open Space. “Tu controlli l’input, ma non controlli l’output.”

Realtà aumentata “filtrata”

Il numero di suoni che è possibile produrre con Bloom è piuttosto limitato. Questa è una scelta voluta da Chivers e Eno:  dal momento che l’app in realtà aumentata è stata pensata come un’esperienza da vivere insieme agli altri, i suoni sono limitati in modo tale da non produrre mai una caotica cacofonia quando partecipano appunto più persone contemporaneamente.

Il sistema è anche selettivo su quali sequenza contribuiscono all’esperienza condivisa: “Perché una nota appaia sullo schermo deve essere la nota giusta al momento giusto”, come ha spiegato Chilvers. “Quindi non è solo realtà aumentata; è anche realtà filtrata“.

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Fonte @Microsoft

La tecnologia di Bloom in AR è ancora agli albori: Microsoft attualmente commercializza HoloLens solo per sviluppatori e azienda, ma l’installazione di Eno e Chilvers suggerisce come la realtà aumentata possa essere utilizzata in modo interessante per applicazioni artistiche.

Ha ancora dei limiti: il più immediato è la qualità del suono e il fatto che spesso il campo visivo è limitato. Eno a proposito lo paragona a “guardare attraverso una buca delle lettere”.

Eppure questa esperienza, il creare bolle musicali olografiche con le dita, sembra piuttosto ipnotica e sorprendentemente coinvolgente: è come una specie di tecnica di meditazione in AR. È un bel contrasto con molte altre esperienze VR e AR che tendono al contrario a impressionare l’utente con colpi di scena e effetti da batticuore. Questa realtà aumentata, insomma, sembra più rassicurante e forse per questo ha più possibilità di trovare un suo posto tra le tecnologie del futuro.