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“Un’amore”, tutto quello che c’è (di vero) da sapere sull’ultima campagna di Real Time

Intervista a Marco Gucciardi, direttore creativo esecutivo di Brand Portal: "Abbiamo stanato e stuzzicato il “grammar nazi” che cova in ciascuno di noi"

Se ne parla ancora oggi, a distanza di tre giorni dal lancio. C’è chi storce il naso, c’è chi l’ha definita geniale e chi nonostante le prove crede ancora ad un salvataggio in extremis. Fatto sta che il web si è letteralmente spaccato in due, come previsto aggiungiamo noi. Di cosa parliamo? Di “Un’amore” ovviamente. La campagna di Brand Portal per Real Time.

L’agenzia guidata dall’AD Francesco De Guido, ha realizzato una campagna cross mediale sui canali Discovery, sui social, su stampa quotidiana e radio. Con quali risultati?

Numeri da capogiro. Oltre 29.000 like, dopo un solo giorno dal debutto mediatico. Oltre 260.000 visualizzazioni e 2000 condivisioni del video su Facebook, senza contare il trend topic su Twitter per ben due giorni.

Campagna Real Time

Abbiamo partecipato alla conferenza stampa di presentazione per vederci meglio e scambiato quattro chiacchiere con Marco Gucciardi, Direttore Creativo di Brand Portal, e ideatore della tanto discussa campagna e quello che ci ha detto ha sorpreso anche noi.

Per un giorno intero il dubbio se quell’apostrofo fosse voluto o un errore grammaticale ha diviso letteralmente il web. Era quello che volevate? Avevate previsto una risposta così sentita? Cosa volete dire a chi ancora crede che sia stato un errore corretto nel giro di poche ore?

L’obiettivo era spiazzare, suscitare dubbi e domande. Direi che abbiamo raggiunto lo scopo oltre le nostre stesse aspettative. L’allarme degli accademici sulle carenze linguistiche degli italiani, soprattutto dei più giovani, è sicuramente fondato, ma questa operazione ha ottenuto un’interessante levata di scudi. Abbiamo stanato e stuzzicato il “grammar nazi” che cova in ciascuno di noi.

Campagna Real Time

Che invece sia stato un vero errore, nessuno che lavori nel settore della comunicazione può crederlo con onestà. È un progetto iniziato mesi fa. Il 14 sono usciti in contemporanea spot TV, spot radio, video e operazione social, coinvolgimento dei talent di Real Time, stampa e affissione di svelamento. Nemmeno con la macchina del tempo avremmo potuto preparare tutto in 12 ore.

Durante la conferenza stampa avete rivelato che l’idea è nata in agenzia e che solo in seguito è stata proposta a Real Time. Come è nata e come è stata adattata l’idea iniziale al brand?

Si, l’idea della petizione è nata in agenzia, i valori che rappresentava e l’obiettivo della petizione sono stati subito chiari. Ho quindi cercato nel panorama italiano quale fosse il brand che meglio avrebbe potuto sostenere la nostra petizione e ci siamo presentati con l’idea in mano.

Lo sviluppo sui diversi media e l’operazione teaser con l’errore grammaticale sono nati successivamente, quando il cliente ci ha chiesto di sviluppare il progetto.

Quale obiettivo volevate raggiungere con questa campagna?

Lanciare una provocazione, anche giocosa e ironica, per trasmettere un messaggio importante e molto serio. L’amore è universale. Le discriminazioni non sono un retaggio del passato, ma toccano da vicino la vita di tante e tanti italiani.

Siamo partiti da un errore grammaticale (voluto) per affermare con forza che l’amore non può mai essere considerato un errore. La “violenza” alla lingua è una provocazione. La violenza che nasce dal pregiudizio e dall’odio lascia ferite vere. C’è chi si accanisce sui vizi di forma e c’è chi vuole una società inclusiva e aperta. Noi e Real Time facciamo parte del secondo gruppo.

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La campagna integrata che ha coinvolto molteplici mezzi ha spopolato soprattutto sui social. Come avete gestito l’apparente crisi iniziale?

Non c’è stata una crisi, perché c’era un progetto preciso. Noi e Real Time abbiamo soppesato, pianificato, lanciato e monitorato l’operazione in ogni momento. Ne è nata una discussione di proporzioni enormi, abbiamo aperto un dibattito e messo in gioco dei valori. Non vale il “purché se ne parli”, ma il “parliamo di questo perché ci crediamo”.