Case study

Come parlare in pubblico senza paura? Il famoso discorso di Martin Luther King

Breve analisi di uno dei discorsi più belli pronunciati nella storia dell'umanità

Marcella Formenti 

Speaker professionista

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Un grande esempio in fatto di public speaking è quello del famoso discorso di Martin Luther King, nel quale pronunciò la frase divenuta storica: "I have a dream".

Si trattò di un discorso esemplare sotto vari punti di vista: nella scelta del linguaggio e dello stile comunicativo, nella gestualità (e nella mancanza di gestualità per gran parte del discorso), nella chiosa rapida e concisa.

Il giovane pastore protestante aveva una sicurezza in se stesso notevole e lo si riscontra in ogni sua parola, nella sua voce usata per dichiarare che non era più il tempo di sopportare, e in ogni suo gesto.
Non perde tempo, parla in modo diretto ma al tempo stesso evocativo e ci mostra una importante lezione da tenere a mente quando si parla in pubblico: a non avere paura in generale.

Cosa ci insegna questo? Che la paura traspare, irrigidisce il corpo e, banalmente, paralizza anche la mente.

L'attacco

Una voce, calma e scandita irrompe sedando immediatamente il rumore di fondo, il ritmo lento e costante introduce da subito una regola nell’uditorio gremitissimo. Un uomo che da subito mette in chiaro il suo intento: non ha paura di nascondersi, non ha paura di parlare e vuole farlo fino in fondo, senza ambiguità. Quest’uomo vuole farsi sentire da tutti.

Un messaggio chiaro che deve quasi suonare come una preghiera. Il suono delle parole deve essere ben battuto nelle finali perché ogni singola lettera arrivi alle orecchie degli astanti.

La chiarezza dell'incipit nel quale Martin Luther King mette, a testimonianza del vero che sta dicendo, in campo il nome di un altro grande americano: Abramo Lincoln, ad avvalorare il suo messaggio.

Il discorso

Attraverso una ricerca raffinata di metafore continue, di parole potenti, visive, come quadri raffiguranti il giudizio universale, Martin Luther King propone un semplice concetto, semplice e fondamentale: siamo tutti liberi, siamo tutti uguali.

Le variegate e potenti metafore si alternano alle parole concrete, parole che sono più dure nel tono e più lente nel ritmo, meno cantate, e per questo suonano più concrete. L’articolazione, molto ben scandita, crea degli effetti di contrappunto nelle ripetizioni, mai casuali, atte a sottolineare il fatto che “non se ne può più!” diremmo in termini sciatti e quotidiani.

King era un uomo di grandi capacità oratorie di cui si servì istintivamente unendole all’arte della predicazione, la scelta delle parole non è casuale ma serve per dare rilevanza al suo discorso, per renderlo ancora più autorevole.

Per tutta la prima parte del discorso respira in modo regolare, dice frasi corte, cerca spesso il foglio perché non può permettersi il lusso di sbagliare, inciampare o correggersi, quelle parole devono risuonare come scolpite nell’aria, eppure lui sa che il contatto visivo con il suo pubblico deve sempre mantenerlo vivo e forte.

Ogni volta che sta per dire qualcosa di particolarmente importante prende una sorta di rincorsa, finisce il fiato quasi e butta poi una, la, parola necessaria, quasi lapidaria, in mezzo alla folla, come una schiacciata.

Quando attacca nel discorso denunciando il motivo per cui si trovano tutti lì, King alza anche il volume, per dire che tutti loro lì presenti sono in credito, la Costituzione firmata cento anni prima non era stata applicata.

King rimprovera, King minaccia e avverte, e la sua autorevolezza traspare sempre dalla sua calma, dall'asciuttezza del suo dire che prende il posto all’allegoria di turno, all’improvviso.

Martin Luther King fa molte pause, soprattutto quando ci sono gli applausi scroscianti della folla. E quando torna a parlare il suo gregge tace immediatamente come fosse addestrato. Le accelerazioni di ritmo sono dovute al fatto che la folla segue il suo stesso andamento e come il compositore di un’orchestra lui detta il tempo.

Il corpo

Ad un certo punto del discorso Martin Luther King stacca completamente gli occhi dal suo foglio e parla direttamente, si potrebbe dire “occhi negli occhi”, al suo auditorio. Si apre alla folla e pronuncia le famosissime parole: I have a dream.

E la pronuncia di questa famosissima frase, sembra davvero quasi cantata, I have a dream viene a volte quasi agganciato al resto della frase precedente, quasi ne fosse la coda imprescindibile.

Il corpo oscilla e segue l’andamento di quella musica. La bocca spalancata ad articolare sempre meglio le parole. Il collo proteso verso l’alto per amplificare, urlare, quelle parole. Martin Luther king ha la voce che trema e lo fa perché è emozionato, forse sì, ma anche perché vuole emozionare.

La chiusura

Il primo gesto con il braccio Martin Luther King lo fa a quasi un minuto dalla fine del suo discorso. Alza solo un braccio inizialmente, a rompere quella fissità quasi iconica, e incita la folla. La sua compostezza segue per un attimo i suoi sentimenti e viene fuori lo slancio del corpo pieno. La sua energia rivoluzionaria traspare finalmente alla fine, un’alzata sui talloni e due pugni protesi verso il futuro.

Alla fine delle parole quasi senza concludere la frase, Martin Luther King chiude il suo discorso andandosene velocemente, sembrerebbe una fuga. Quasi a non volere godere nemmeno per un secondo del risultato del suo discorso.

Il suo discorso fu così chiaro e stentoreo, che si concluse in una sorta di piccolo urlo. E fu uno dei discorsi più belli pronunciato nella storia dell’umanità.

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3 consigli pratici per influenzare il pubblico

Il famoso discorso di Martin Luther King, oltre a emozionare e ispirare, può insegnarci alcune importanti lezioni pratiche di public speaking:

  1. Usare delle modulazioni di ritmo, a volte veloce a volte lento. Rallentare ad esempio è utile quando il concetto è importante e permette di isolarlo dal resto del discorso.
  2. Cercare un proprio stile personale nella scelta delle parole e del linguaggio che si usa, in modo che sia distintivo. Restare impressi per lo questa cifra, ci renderà riconoscibili anche in altri contesti, ad esempio quando scriviamo un articolo anziché parlare a voce.
  3. Lavorare con il corpo nella direzione della compostezza e misurare i gesti. Non è sempre necessario essere scenici e usare tutto il corpo per comunicare. Mostrarsi padroni della scena spesso significa avere consapevolezza del proprio corpo e utilizzare la gestualità per dare enfasi solo alle frasi chiave.

Martin respira in modo regolare, dice frasi corte, cerca spesso il foglio perché non può permettersi il lusso di sbagliare, inciampare o correggersi, quelle parole devono risuonare come scolpite nell’aria

Scritto da

Marcella Formenti 

Speaker professionista

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