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«Vi racconto il mio giro del Mondo alla ricerca del cibo che ci curerà»

Intervista a Sara Roversi, alla guida del Future Food Institute e tra i Pionieri del Futuro alla Opening Conference di Maker Faire Rome 2018

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La “ferma convinzione che il food (identità, cultura, energia, vita) possa essere uno strumento chiave per curare il mondo” e “la volontà di non essere solo un divulgatore di questo pensiero ma un attore attivo, capace di cooperare all’interno dell’ecosistema e capace di generare impatti tangibili”. Se potessimo partire da un principio, uno che sia veramente utile, per iniziare a raccontare Sara Roversi, potremmo partire da qui. Dal cibo come strumento di cura, intesa come riequilibrio e ripartenza, forse salvezza. La volontà di essere parte attiva in questa ricerca, invece, è scritta nelle cose, magari anche in una biografia. Bolognese, classe 1980, sposata, imprenditrice con il vizio della serialità e la passione per il cibo. Sempre in viaggio tra la via Emilia e il West (passateci la citazione), tra Bologna e gli States, (qui c'è una bio molto dettagliata) nel 2014 fonda il Future Food Institute, organizzazione no-profit impegnata nell’innovazione alimentare. Da maggio è stata impegnata in una Global Mission nei principali tech food hub del mondo: aziende, startup, università, centri di ricerca, cluster scientifici e tecnologici che danno impulso alla ricerca tecnologica applicata al settore alimentare, per promuovere un approccio all’alimentazione più sostenibile e consapevole e sviluppare nuove tecnologie e innovazioni nel settore alimentare.
Il 12 ottobre sarà tra i Pionieri del Futuro, protagonisti alle 10.30 all'Opening Conference della Maker Faire Rome, iniziativa, organizzata dalla Camera di Commercio di Roma, attraverso la sua Azienda speciale Innova Camera.  

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Maker Faire Rome

Sara Roversi, founder e presidente del Future Food Institute, organizzazione no-profit italiana impegnata nell’innovazione alimentare

Roversi, più due mesi di viaggio in 11 città. Com’è stare lontano da Bologna per 60 giorni?

«Per chi, come me, va alla caccia di talenti, innovazioni e parte con l’idea di tornare e portare valore all’Italia, è sempre un’avventura entusiasmante. Bologna è casa: è il luogo dove sono cresciuta, dove è nato Future Food, ma è soprattutto il cuore dell’Italian Food Valley, in cui si gustano, si discutono e si conservano le tradizioni gastronomiche che hanno reso famoso il nostro Paese nel Mondo».

E’ appena tornata da Tokyo…

«Sì, ed è una grande soddisfazione esserci tornata già due volte in poche settimane. La nostra Global Mission è davvero uno strumento potentissimo per creare relazioni che poi spesso danno vita a progetti concreti. L'Oriente ora rientra tra i nostri progetti di sviluppo strategico, è una fonte inesauribile di conoscenza e presenta grandi sfide ed al contempo grandi opportunità. Oltre a Tokyo anche Shanghai sta diventando un hub estremamente rilevante. La scorsa settimana sono intervenuta al 2050 China Food Tech Summit, che ha coinvolto alcuni tra i player mondiali più rilevanti della Food Innovation e tutte le grandi Food Corp, ma già da tre anni stiamo investendo energie per costruire solide relazioni nel paese del Sol Levante. Dal 2016 sono advisor del primo Food Tech Accelerator Cinese BitsxBites, abbiamo appena stretto un accordo con FoodTalk di Hangzhou, realtà che si occupa di educazione alimentare, e nel 2019 porteremo partirà proprio a Shanghai il nostro programma Future Food 4 Climate Change».

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Un tour all’insegna dell’innovazione e della sostenibilità alimentare: quale città le ha dato di più? 

«Difficile sceglierne solo una. Posso pensare ai progetti e alle realtà a cui sono più legata. Per esempio Green Bronx Machine di Stephen Ritz, che ha trasformato le scuole dei quartieri degradati di New York in vere e proprie “farm” dove si insegna ai ragazzi a far crescere il proprio orto, in una prospettiva di social improvement. Poi mi viene in mente San Francisco, la seconda casa di Future Food, dove tra tutte le startup che affrontano il tema delle proteine del futuro è anche Beyond Meat, una realtà che riesce a creare fantastici burger vegani da proteine vegetali riproducendo colore e sapore della carne con ingredienti naturali e che noi abbiamo portato in Italia nei nostri ristoranti WellDone!». Ma poi soprattutto l’Asia: un concentrato di ispirazioni, insegnamenti, nuovi modelli, tecnologie avanzatissime, grandi sfide ambientali e sociali e opportunità. 

Si torna da un viaggio sempre con tantissime idee. Che cosa ha portato a casa?

«Una discovery Mission in compagnia di ricercatori provenienti da 13 paesi diversi ti fa davvero leggere il mondo con tante lenti differenti, un dono davvero prezioso che mi ha dato ancora una volta l’opportunità di apprezzare il valore della diversità. Questo viaggio mi ha fatto capire quanto sia fondamentale creare nuovi modelli che mettano uomo e cultura al centro, che dobbiamo trovare soluzioni innovative per far diventare le nostre città degli “ecosistemi” smart, che gli insetti non sono l’unica alternativa a cui pensare per il futuro delle proteine, ma soprattutto che dobbiamo continuare a ricercare nuovi metodi e strumenti per prevenire lo spreco e il consumo eccessivo di cibo».

Insieme a lei hanno viaggiato anche 15 studenti-ricercatori del master Food Innovation Program 3.0. Dopo tanti km insieme che tipo di legame si è creato?

«Un legame forte, davvero speciale, ma soprattutto ricco di stimoli e suggestioni. Il fatto che i ragazzi del Food Innovation Program vengano da tutto il mondo e da background completamente differenti l’uno dall’altro ti fa comprendere quanto le food solutions siano frutto di tanti contributi e di un caleidoscopio di visioni intrecciati: c’è chi studia il cibo nelle sue materie prime, chi lo sa raccontare sui social, chi lo rende arte e chi sperimenta le sue connessioni con la scienza. La food innovation è davvero una chiave efficace per generare impatti sulla comunità allargata, e per realizzarla il nostro motto è cooperare».

L’economia circolare è fra i trend del momento. La spieghiamo bene?

«L’economia circolare è il sistema che ha cominciato a diffondersi da quando abbiamo compreso i limiti dell’economia lineare, in cui la catena di produzione e consumo di qualsiasi materia finisce inesorabilmente con lo smaltimento dei rifiuti. In un mondo in cui il food waste è diventato, in termini di emissioni di CO2, il terzo Paese più grande al mondo dopo USA e Cina, è necessario un cambiamento radicale. Per questo si sono sviluppati sistemi circolari, in cui i rifiuti di oggi possono avere nuova vita, rientrare pienamente nella catena produttiva ed essere le risorse del domani. Ciò che cambia nell’economia circolare è proprio il disegno di produzione: non esiste più una vera tappa finale, tutto si reinserisce in un ciclo continuo».

Come facciamo a far sì che l’economia circolare non resti solo una moda?

«Non parlando soltanto di sensibilizzazione o facendo puro greenwashing, ma coinvolgendo soprattutto la grande distribuzione in processi integrati e responsabilizzanti. Noi di Future Food abbiamo “posato la prima pietra” con Waste2Value, un progetto creato da noi assieme all’associazione Impronta Etica e con la collaborazione di Coop Alleanza 3.0, Camst e IGD SIIQ. Waste2Value è nato con l’intento di sfruttare gli scarti alimentari di un centro commerciale (in modo particolare fondi di caffé e bucce d’arancia) in ottica di riutilizzo e di rivalutazione. Da questo progetto (sviluppatosi tra hackathon e incontri con esperti) è nato il prototipo RePOD, un fertilizzante in capsule per la coltivazione di un orto in casa. Cosa si può fare ancora? Curare il lato educational. Proprio a Maker Faire Rome stiamo organizzando l’Ocean Lab, una grande area con esperti internazionali che spiegheranno come far diventare i rifiuti marini (in primis la plastica) delle risorse per un futuro sostenibile. Questi sono solo piccoli passi, ma è una grande conquista poter collaborare e unire le nostre forze di tutti gli stakeholders per dare vita a un’idea completamente nuova in Italia».

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Food identities, è stata tra le parole chiave del tour del Future Food Institute. Come siamo messi in Italia?

«In Italia c’è tantissima voglia di preservare le nostre tradizioni, ma forse si guarda davvero poco a come veniamo percepiti all’estero e a come la nostra gastronomia viene comunicata. Non dimentichiamoci dello spinoso problema dell’Italian sounding: 6 prodotti su 10 all’estero sono falsi d’autore, il fake Made in Italy fattura 60 miliardi di euro in tutto il mondo e in Italia, per colpa di questo problema, abbiamo già perso 300 mila posti di lavoro. Dobbiamo conservare la nostra tradizione, ma dobbiamo promuoverla al meglio (come abbiamo fatto al Festival del Ragù appena passato a Bologna) e partire da noi con nuove soluzioni. Abbiamo ad esempio scoperto Authentico, un’app tutta italiana che consente di segnalare i prodotti fake facendo una foto geo-localizzata e scansionare codici a barre e loghi dei prodotti originali. La tradizione da sola ci chiude, abbiamo bisogno di aprirci ad un mondo di possibilità da scoprire ed opportunità tutte da cogliere».

Future Food Institute, che bolle in pentola?

«Il Future Food Institute sta diventando sempre più internazionale e dopo la sede a San Francisco attiva da oltre due anni e la branch a Madrid inaugurata a Maggio, è la volta dell’asia con Tokyo, Shanghai e Bangkok dove quest anno partiranno summer school ed bootcamp del programma Future Food 4 Climate Change. In Italia la nostra Future Farm da gennaio comincerà ad ospitare startup agritech; mentre parallelamente due nuovi progetti ci vedranno impegnati con un focus all’innovazione agritech nei paesi emergenti, il Premio UNIDO ed il progetto Rediscovered Food che ha l’obiettivo di scoprire e valorizzare 25 “crops” dimenticate».

Ci sarà anche lei tra i protagonisti dell’Opening Conference delle Maker Faire 2018. Come si diventa un pioniere del futuro?

«Non credo ci sia una ricetta per diventare pionieri. Credo che però questa mia incessante voglia di scoprire di più, sia dovuta al senso di responsabilità che abbiamo nei confronti del mondo che ci accoglie; alla preoccupazione nel vedere come questa evoluzione repentina stia danneggiano la salute dell’uomo e del pianeta».

 

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