Il 14 dicembre scorso la FCC ha votato (3 voti contro 2) per la cancellazione delle norme che garantivano la net neutrality, che la stessa commissione aveva introdotto solo 2 anni fa.
Una decisa inversione di rotta che fa discutere e preoccupa non solo gli attivisti della rete che rivolgono il proprio pensiero alla difesa della libertà di espressione e democrazia, ma anche i giganti del web come Google, YouTube e Facebook, e (soprattutto!) le piccole aziende del tech come le startup, per il potere che avranno le telco di influire sul traffico dei loro siti.
Internet è spesso rappresentata, in certe grafiche, come una nuvola. Ad essa si collega un utente, attraverso un suo dispositivo (un tablet, un pc), e per magia le sue richieste arrivano ad un server che è collegato anche lui a questa nuvola. Le risposte arriveranno facendo la strada inversa.
Questa semplice e tradizionale rappresentazione è già una buona spiegazione della net neutrality: alla nuvola (ops! la rete) non importa quali siano le richieste e le risposte. Nella rete viaggiano sotto forma di pacchetti che percorreranno le strade più convenienti perché questo scambio avvenga.
In altre parole, la neutralità della rete significa che non può esserci alcuna discriminazione dei pacchetti inviati o ricevuti in base al loro contenuto.
In base a questa decisione le grandi aziende di telecomunicazioni, negli USA, potranno invece privilegiare (o penalizzare, come temono in tanti) alcuni tipi di pacchetti rispetto ad altri.
Si creerebbe così una internet a due corsie: una preferenziale, per certi contenuti, e una meno performante per gli altri.
Le telco potranno quindi offrire abbonamenti differenziandoli, per esempio, non solo in base ai giga di traffico consumati o al tempo speso nel collegamento, ma anche in base ai contenuti.
Così potrebbe accadere che un pacchetto entry level preveda la possibilità di navigare solo verso certi siti, e che per accedere ad altri, come Facebook o YouTube, si debba pagare un extra. Un’ipotesi che circolava già ben sette anni fa, come potete vedere qui sotto.
Ecco spiegata anche la contrapposizione tra chi fornisce il servizio di comunicazione (connettività, se preferite) e chi fornisce un servizio di informazione (o, se preferite, di di contenuti). Secondo molti analisti, questi ultimi (YouTube, Facebook ma anche Netflix e altri) potrebbero non soffrirne. Potenzialmente sarebbero capaci di assorbire loro stessi i maggiori costi per veicolare i contenuti alla velocità necessaria. Non accadrebbe così per le aziende finanziariamente più deboli.
In questi giorni molti youtuber stanno caricando i loro video con delle pause inserite ad arte, per simulare la lentezza di una corsia meno privilegiata.
La fine della net neutrality, proprio per il potere dato alle telco, significherebbe la fine della rete libera e aperta come la conosciamo oggi.
In realtà, non è proprio così, secondo altri analisti ed esperti. La neutralità della rete non esiste tecnicamente, sia perché in molti paesi certi contenuti sono filtrati o bloccati, sia perché, per le aziende che se li possono permettere, esistono tecniche e servizi delle aziende di telecomunicazione che permettono una migliore distribuzione dei contenuti.
Di fatto, questa neutralità esiste per l’utente che può collegarsi ad un qualunque sito con l’unico limite della larghezza di banda che ha disponibile, non importa se per guardare un video, giocare, informarsi o studiare.
In breve, no. In Italia la neutralità della rete è doppiamente garantita.
Nel nostro paese infatti è in vigore la dichiarazione di diritti di internet, che in uno dei suoi articoli stabilisce proprio che non possa esserci alcuna “discriminazione, restrizione o interferenza in relazione al mittente, ricevente, tipo o contenuto dei dati, dispositivo utilizzato, applicazioni o, in generale, legittime scelte delle persone.”
La seconda garanzia arriva dall’Europa che proprio ad aprile di quest’anno ha votato un nuovo regolamento sulle telecomunicazioni. Sì, proprio quello che ha abolito il roaming per i cellulari nei paesi della comunità, obbliga anche tutte le aziende di telecomunicazioni a trattare il traffico dati in maniera equivalente. Sono previste poche e precise eccezioni: la decisione di un tribunale, o la necessità di prevenire attacchi informatici.
La rete libera e aperta come l’avevano intesa i cuoi creatori, almeno per noi in Europa, sembrerebbe essere salva.
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