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La nuova geoeconomia mondiale e i paesi emergenti: quale futuro ci aspetta?

[Guarda la mappa delle economie emergenti ingrandita qui]

Con la fine del mondo bipolare, l’unificazione della Germania, l’enorme crescita economica del Sud-est asiatico e il rapido progresso tecnologico tuttora in atto soprattutto nei settori dell’informazione, delle telecomunicazioni e dei trasporti, la competizione fra gli Stati si è spostata dal campo strategico a quello economico.
Così elementi come l’innovazione nei linguaggi comunicativi e la globalizzazione portano per effetto ad una interdipendenza economica mondiale.

Come mostrano queste mappe, è soprattutto l’Europa a uscire “provincializzata” dal confronto con le nuove realtà, mentre gli Stati Uniti sono ancora la prima potenza economica e politica.

Più in generale, le potenze emergenti, ovvero i Brics (parola coniata nel 2001 e con cui si fa riferimento a paesi quali Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e i cosiddetti next eleven ( le altre 11 economie emergenti, quali  Bangladesh, Egitto, Indonesia, Iran, Messico, Nigeria, Pakistan, Filippine, Turchia, Korea del sud e Vietnam) sono oggi un punto di osservazione privilegiato del mondo globalizzato: la loro crescita porta con sé effetti ambientali e sociali rilevanti, non molto diversi però da quelli che stanno sperimentando le società occidentali.

Dimentichiamo le vecchie carte geografiche del dopo guerra e seguiamo la nuova  geoeconomia mondiale.

Economie metropolitane

Le grandi economie metropolitane, quelle dell’ex G7, esteso e diventato poi G8, G10 e così via, sono in grande recessione. Il colore rosso, scelto ad indicare una recessione acuta, avvolge l’intera Europa, pochissimi sono i paesi che tengono ancora e sono soprattutto i paesi nordici a restare, al momento fuori dalla crisi europea. I nuovi paesi emergenti, come si vede, sono tutti in grande espansione.

Porti commerciali

Anche i porti commerciali, negli ultimi anni in crisi per quantità di container pieni trasportati ( perchè a volte anzichè viaggiare con le merci viaggiano vuoti) vedono una piena espansione di quelli asiatici, con un volume di trasporto di container che è decuplicato. Addirittura Shangai batte Singapore, la classifica dei trenta porti al mondo vede spopolare le tigri asiatiche, mentre Europa e Usa inseguono.

Alla conquista del west

Una vera e propria corsa alla conquista del west, come si avveniva alcuni secoli fa. Ora però, come si evince dalla mappa, la concentrazione degli investimenti avviene soprattutto in Asia, e quando escono al di fuori dell’area asiatica, sono concentrati in in pochi paesi.

Con il rallentamento della crescita economica che persiste in molte nazioni sviluppate, gli investitori hanno preso “in simpatia” varie economie di mercati emergenti. Con la giusta combinazione di rapida crescita delle popolazioni, la responsabilità fiscale e nascenti classi medie, possedere titoli di società di queste nazioni è diventato un must, in quanto gli investitori cercano di generare rendimenti da mercati poco conosciuti e quindi poco “battuti”. Negli ultimi tempi, nazioni come la Cina e il Brasile sono spesso risultate ai primi posti delle preferenze d’investimento. Ma alcune delle migliori opportunità di investimento, si trovano nei mercati emergenti di paesi ancora meno conosciuti.

La grande convergenza

La crisi che ha colpito dapprima il sistema economico e finanziaria americano, abbattuta poi su quello Europeo, svela i primi tagli che le imprese ed i governi effettuano, ovvero quelli in ricerca e sviluppo. Tuttavia, la Commissione europea ha rilasciato il quadro di valutazione sull’ R&D. Nonostante la crisi le grandi imprese Ue continuano a crederci: investimenti in innovazione a +9%.

Il problema è che, come si evince dalla mappa, la media europea e quella statunitense scendono, mentre i mercati asiatici continuano ad investire prepotentemente in R&S. Basti pensare che La casa automobilistica giapponese Toyota è in testa alla classifica, mentre la Volkswagen, prima azienda Ue, è al terzo posto (con 7,2 miliardi di euro investiti).
Secondo recenti dati Eurostat, nel 2011 la spesa complessiva per la ricerca nel settore pubblico e privato nell’Ue ha raggiunto il2,03% del Pil, rispetto al 2,01% del 2010.  Ciò è dovuto principalmente ad un aumento della spesa nel settore privato.

Potenze inquinanti

La classifica più temuta dalle grandi potenze mondiali, ed insieme la più pressante durante le diverse conferenze sul clima: i dieci paesi più inquinanti del mondo. 

E’ la Cina il paese più inquinante del mondo in assoluto: parliamo di 8.240.958 tonnellate di emissioni di anidride carbonica emesse solo nel 2010 che aleggiano sulle teste dei milioni di Cinesi.

Al secondo posto troviamo gli Stati Uniti con elevati i livelli di inquinamento, con ben 5.492.170 tonnellate di emissioni di Co2 nel 2010; e ancora troppo poco si sta facendo per combattere le conseguenze di decenni di sviluppo e consumismo senza freni.

Al terzo posto l’India, uno dei grandi paesi in via di sviluppo, le emissioni di anidride carbonica nel 2010 erano pari a 2.069.738 tonnellate. Il dato che più preoccupa riguarda le pericolose esalazioni di cromo dai corsi d’acqua.

A seguire, ecco gli altri paesi, sono: Russia, Giappone, Germania, Iran, Corea, Canada, Sudafrica.

Sviluppo e uguaglianza

Due elementi, Sviluppo ed Uguaglianza, da non sottovalutare nella nostra cultura. Leggendo i tre indicatori presi in considerazione, ovvero Utenti in internet, Pil e coefficiente di Gini, ci si accorge di come le differenze, all’interno delle diverse etnie e popolazioni, siano davvero significative. Il Sudafrica ad esempio, ha un numero limitato di utenti internet e un coefficiente di Gino prossimo ad 1, il che equivale ad una non equa redistribuzione della ricchezza. L’Egitto, di contro, ha un numero elevato di utenti in internet ed un coefficiente di Gini relativamente basso. Come si evince dai dati, c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto se si fa poi riferimento ai dati dell’ Economist Intelligence Unit sulla libertà, la democrazia e la corruzione nel mondo.

La Democrazia  e la corruzione nel mondo

Come si evince dai dati, c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto se si fa poi riferimento ai dati dell’ Economist Intelligence Unit sulla libertà, la democrazia (in cui l’Italia non è che al 31° posto) e la corruzione nel mondo .

[Guarda la mappa della democrazia ingrandita qui]

[Guarda la mappa della corruzione ingrandita qui]

Haran Kun Banjo

Nasce a Napoli nel 1982, portando da subito fortuna all’Italia ai mondiali di calcio. Appassionato di marketing e comunicazione in tutte le sue forme, si laurea nel 2006 in scienze della comunicazione e nel 2008 si specializza in comunicazione istituzionale e d’impresa. Dopo diverse esperienze in agenzie di comunicazione partenopee, diviene dapprima responsabile comunicazione di un Gruppo che si occupa di catering, banqueting, ristorazione albeghiera ed organizzazione di grandi eventi e dopo due anni marketing manager, progettando le strategie rispetto alle SBU aziendali, a livello nazionale ed internazionale, entrando in contatto con aziende del calibro di Samsung, Coca Cola, America’s Cup, Fiat, Rolex, UEFA. Nel 2011 decide di seguire un master presso la LUISS Business School in marketing management con specializzazione in sales ed innovazione. Entra a far parte del Gruppo Giovani dell’Unione Industriali di Napoli, seguendo diversi progetti e partecipando alle missioni imprenditoriali a Boston, New York e Bruxelles. A giugno 2012 viene scelto come componente dell’area marketing dell’unione industriali di Napoli. Inizia a scrivere per il Denaro, testata dell’omonimo gruppo editoriale campano. Ama l’arte, le percussioni, l'antica arte del kung fu praticata fin da piccolo, i viaggi ed il cinema seguendo con passione la filmografia e la vita del un suo grande conterraneo Massimo Troisi, da cui prende modi di dire, di fare, di pensare che ama descrivere con le parole di Benigni ““La gioia di bagnarsi in quel diluvio di "jamm, o' saccio, ‘naggia, oilloc, azz!" era come parlare col Vesuvio, era come ascoltare del buon Jazz”.

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