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Weibo, il Twitter cinese e la voglia di democrazia

In principio, furono i filtri sui motori di ricerca. Poi, con l’avvento del social networking, è arrivata la disattivazione dell’account e l’oscuramento totale dei siti.

La storia di Internet in Cina è costellata di tentativi fatti dal governo centrale per limitare la libertà di parola, cercando di bloccare le informazioni reperibili in Rete. Eppure, come in molti altri paesi dove la democrazia ancora non c’è, non tutti vanno a buon fine.

Ne sanno qualcosa i 700 censori che controllano il content condiviso su Weibo, lanciato nell’agosto del 2009 dalla Sina Corporation. A poco più di un anno e mezzo dalla sua messa on line, questo sito di microblogging conta già qualcosa come 70 milioni di utenti registrati in costante crescita, a fronte ad esempio dei 200 milioni di Twitter e dei 600 milioni di Facebook.

Ma che cos’ha Weibo di diverso rispetto agli altri siti di social network, e perché un numero di censori così alto per controllarne i post e i contenuti?

La risposta sta nella sua natura ibrida, a metà fra i sopraccitati Twitter e Facebook: Weibo ha infatti il limite di caratteri a 140, ma supporta contenuti audio e video esattamente come il Social Network di Palo Alto. Un mix esplosivo se la lingua principale usata dagli utenti è, come nel caso del cinese, fatta da ideogrammi che veicolano molti concetti e fanno stare in 140 battute  molte più informazioni.

Per questo, la Sina Corportation si è attrezzata con questo esercito di controllori, anche se la crescita esponenziale di utenti ha reso difficilissimo il monitoraggio di tutti i contenuti pubblicati.

Se poi fra i milioni di user, ci sono giornalisti e attivisti per i diritti civili, il gioco è fatto.

Come nel caso di una famiglia di Jiangxi che protestava per la demolizione coatta della propria casa: bloccati dalla polizia mentre andavano a protestare, hanno contattato un giornalista locale che ha raccontato la loro storia su Weibo. Stessa dinamica per Yang Hengjun, un blogger che a proposito della crisi libica di questi giorni scrisse lo scorso febbraio un post dal tono decisamente ironico su un elogio fatto da Gheddafi alla Cina per la capacita e l’esperienza nel reprimere le proteste dei propri cittadini: prima d’esser censurato, il messaggio è stato condiviso circa 400 volte e, ovviamente, letto molto di più.

Storie come queste se ne contano a centinaia. Sono le prime crepe che il regime comunista mostra al mondo? Forse: d’altronde, Weibo è pur sempre controllato da 700 censori e i contenuti condivisi dagli utenti continuano ad essere cancellati. Ma basterà sul serio, a fermare la voglia di democrazia?

Francesco Gavatorta

Strategist, trainer, giornalista pubblicista. Specializzato in Comunicazione Multimediale e di Massa e Storytelling. Columnist @Ninja Marketing. Trainer @Ninja Academy. Per il resto c'è LinkedIn.

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