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Come aumenta la produttività aziendale con lo smart working

Grazie alla tecnologia poter lavorare scegliendo i propri tempi e il proprio luogo di lavoro è possibile e secondo le statistiche lo smart working potrebbe migliorare la produttività aziendale del 15%

Dal telelavoro, al nomadismo digitale, allo smart working, nuovi modi di lavorare nati grazie alla diffusione della tecnologia che permettono al lavoratore di poter lavorare a casa o su una spiaggia caraibica responsabilizzandosi nell’organizzazione del tempo.

Prima di aprire il tema smart working chiariamo la differenza tra le tre diverse pratiche lavorative che abbiamo appena citato.

La prima, il telelavoro, fa riferimento alla pratica in cui il lavoratore lavora principalmente da casa o da una filiale dell’ufficio grazie all’utilizzo della tecnologia.

Quando, invece, si parla di nomadismo digitale, non possiamo non citare il manifesto di questo movimento indipendente, che definisce i nomadi digitali come: “tutte le persone che desiderano rendersi indipendenti per lavorare ovunque nel mondo”.

Infine si parla di smart working quando esiste un rapporto lavorativo normato che risponde alle regole di un contratto di lavoro vero e proprio in cui il lavoratore subordinato può lavorare senza vincoli tempo-spaziali per il raggiungimento dell’obiettivo aziendale.

Il curriculum dello smart worker (e i dati di crescita)

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Il lavoro agile (o smart working) è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro; una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro e, al contempo, favorire la crescita della sua produttività”. Così inizia la legge n. 81/2017 che in Italia regolamenta in modo definito il rapporto di lavoro definito, appunto, come smart working; una norma che impone al datore di lavoro, in contatto con uno smart worker, di garantire lui lo stesso trattamento rispetto ai lavoratori tradizionali sia a livello di compenso che di tempistica contrattuale.

Lo smart worker, quindi, potremmo definirlo come un collaboratore a distanza, che, grazie alla tecnologia 2.0, è in grado di svolgere i suoi compiti fuori dal classico ufficio potendo organizzarsi al meglio il tempo, gli spazi e l’orario di lavoro con vantaggi a livello di gestione del tempo e della produttività, oltre che ad un risparmio di costi in ambito spostamenti e trasferte e ad un miglioramento della vita personale.

Se questa modalità di lavoro è partita un po’ in sordina, anche a causa della diffidenza delle consolidate gerarchie aziendali, nel 2017, in Italia, lo smart working ha subito una crescita del 14% degli impiegati raggiungendo quota 300 mila addetti.

In ambito europeo, Olanda ed Inghilterra sono stati i Paesi pionieri soprattutto, ovviamente, se si guarda alle big company; ad oggi in tutta Europa la percentuale dei lavoratori smart si attesta al 17%.

Infine, per la zona Extra Europa gli Stati Uniti vincono il premio come stato più smart con una percentuale di lavoratori impiegati in questa modalità del 20%, percentuale cresciuta in termini di ore lavorate in modo flessibile del 78% tra il 2007 e il 2014.

Ovviamente la pratica di smart working non può essere applicata a tutti i settori e a tutti i lavoratori: in alcuni casi la componente fisica del lavoro è ancora maggioritaria e non tutti i membri di un team possono realisticamente essere coinvolti in un sistema di lavoro agile ed indipendente. Ecco perché la dose di organizzazione e autogestione è fondamentale.

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I motivi del sì e del no

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Covo di stimoli e di autorealizzazione con una forte base di tecnologia applicata, ecco come potremmo definire lo smart working in poche parole; sì perché aver la possibilità di lavorare a casa o in un qualsiasi altro luogo fuori dall’ufficio potendo gestire al meglio il tempo e gli impegni è il sogno di ogni lavoratore.

Come in ogni cosa, però, non va dimenticato che anche in questo ambito ci saranno due facce della medaglia che dividono le platee tra il sì e il no quando si parla di questa modalità di lavoro.

Partiamo con i punti a favore.

  • Incremento di flessibilità ed auto organizzazione del tempo: la facoltà di poter conciliare al meglio impegni e lavoro. L’unica cosa richiesta è il mantenimento del focus sull’obiettivo e sul risultato.
  • Risparmio dei costi di trasferta e di trasporto, sia da parte del collaboratore che dell’azienda che a questo punto avrebbe bisogno di una sede più piccola.
  • Miglioramento della qualità della vita del lavoratore e del profitto aziendale, si sa che un collaboratore più motivato e felice è anche una risorsa più produttiva.
  • La possibilità per un’azienda alla ricerca di nuove figure da inserire in organico di poter ampliare il range delle ricerche dei candidati potendo interloquire con loro anche a distanza.
  • Riduzione dello stress lavorativo e del traffico.

Ma, ovviamente, non possiamo dimenticare le pecche che lo smart working può portare con sé, timori che per tante aziende diventano il motivo per non cominciare ad attuare lo smart working.

  • Fine della demarcazione del confine tra vita personale e vita lavorativa, senza un orario di lavoro definito il rischio di “invasioni di campo” a livello temporale è molto alto, si rischia di non staccare mai.
  • Solitudine, senza colleghi intorno ed in pigiama tutto il giorno si rischia di perdere la propria capacità empatica e sociale stimolata, invece, nell’avere colleghi intorno.
  • Mancanza di controllo da parte dell’azienda sulla qualità e quantità di lavoro del collaboratore.
  • Difficoltà nello scegliere uno spazio di lavoro consono, quindi tranquillo in cui potersi concentrare, e possibili problemi con la connessione Internet o con i device tecnologici necessari.
  • Voler essere smart a tutti i costi. Come accennavamo prima non tutti i lavori e tutti i lavoratori possono collocarsi all’interno di un contesto di smart working e farsi attrarre soltanto dal vantaggio nella libertà della gestione del tempo potrebbe essere un grave errore.

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Gli strumenti necessari, oltre alla forma mentis

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Lo smart working è diventato realtà quando la tecnologia è stata in grado di supportarlo a pieno e senza ostacoli; ecco quindi che partendo da un buon pc o da un performante smartphone si è passati alla creazione di piattaforme di condivisione di informazioni e dati a sistemi di video-conference o di chiamata virtuale in grado di rendere più coesa anche l’organizzazione più ramificata.

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La tecnologia scende in campo non solo per favorire lo scambio di informazioni e la gestione del team di lavoro, ma anche, in modo fondamentale nel supporto allo smart working: no tecnologia no party, potremmo ironizzare.

Infine la vera rivoluzione è stato il passaggio dall’avere un pc (detto appunto Personal Computer) scrigno di dati ed elaborazioni personalissime, all’avere un computer che permettesse al lavoratore di accedere ad uno spazio cloud, sicuro e condiviso, a cui potersi connettere da ogni device ed in ogni luogo.

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