Class Action

Facebook, Altroconsumo: dopo il GDPR nulla è cambiato

Privacy: nel mirino dell'associazione il processo di accettazione del riconoscimento facciale del social di Zuckerberg. Chiesti chiarimenti anche a Google e Microsoft

Alla fine di maggio l’associazione per la difesa dei consumatori Altroconsumo ha lanciato una class action contro Facebook, con la richiesta al giudice è di un risarcimento di almeno 200 euro per ciascuno degli utenti del social network. All’origine dell’azione collettiva, l’uso improprio dei dati da parte dell’azienda di Mark Zuckerberg. Ebbene, Altroconsumo (che ha lanciato l’iniziativa con le associazioni partner di Belgio, Spagna e Portogallo) non molla, rincara la dose e, dopo aver esaminato anche la recentissima condotta della piattaforma, sottolinea ancora che Facebook non consente agli utenti di scegliere in modo consapevole quale utilizzo fare dei propri dati.

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Extraordinary meeting of the Conference of Presidents with the CEO and founder of Facebook

Il report norvegese

A sostegno, Altroconsumo cita un report pubblicato dal Norwegian Consumer Council, secondo cui Facebook non renderebbe ben chiaro l’utilizzo delle informazioni private ai milioni di user del social network nel mondo. Nel mirino, soprattutto, la procedura di riconoscimento facciale. La ricerca dell’organizzazione norvegese “segnala criticità anche sulle informazioni e i pop-up di consenso che Google e Microsoft presentano ai loro utenti come parte dell’implementazione del GDPR”. Altroconsumo e le organizzazioni partner in Belgio, Spagna e Portogallo dicono di aver chiesto chiarimenti alle due società.

Il riconoscimento facciale

Secondo il report, il social network cerca di manipolare i consumatori per convincerli a condividere inconsapevolmente grandi quantità di informazioni. Tra le richieste poco trasparenti il processo di accettazione del riconoscimento facciale: gli utenti che non lo desiderano devono passare attraverso diversi clic per assicurarsi che non sia realmente attivato. Facebook spinge, anche attraverso delle impostazioni predefinite, all’utilizzo di questa tecnologia associandola a una maggiore sicurezza e minimizzando gli aspetti relativi alla privacy. Gli utenti sono portati ad abilitare questa funzionalità, senza essere informati in maniera completa su tutte le possibili conseguenze.

Anche dopo il GDPR

“Lo scandalo Cambridge Analytica – spiegano da Altroconsumo – era soltanto la punta dell’iceberg del modello di business sui dati adottato da Facebook. Anche dopo che il nuovo regolamento sulla privacy è diventato operativo, il social network ha continuato a utilizzare impropriamente i dati degli utenti”.