Analisi

Il vero senso dietro i 100 milioni degli Agnelli su startup e innovazione

Mentre a Torino arriva il Gruppo Bildeberg, John Elkann annuncia la nascita di Exor Seeds e porta nella nuova scuola per imprenditori i papà di PayPal, Candy Crush e LinkedIn (e mezza Silicon Valley)

Aldo V. Pecora
Aldo V. Pecora

Direttore @ Ninja Marketing

Il 7 giugno 2018 è una data che difficilmente chi si occupa di innovazione ed economia digitale in Italia potrà dimenticare, perché dopo anni di eventi nei quali spesso parliamo solo a noi stessi e storytelling su microinvestimenti da qualche centinaia di migliaia di euro (che tutti messi insieme in un anno non facevano quello che Paesi a noi vicini come la Francia o la Germania facevano in un mese), per la prima volta in assoluto, al Talent Garden di Fondazione Agnelli di Torino, una fetta importantissima di Silicon Valley e di digital economy continentale, si è trovata tutta insieme, nello stesso giorno, nello stesso posto, per partecipare ai lavori del primo SEI Forum. Cito due nomi su tutti, Peter Thiel, papà di PayPal, e quello di LinkedIn, Reid Hoffmann.

A Torino c’è il Bildeberg

La presenza di questi pesi massimi del tech a Torino su invito della nuova scuola per innovatori e imprenditori degli Agnelli non è affatto casuale: infatti, nei prossimi quattro giorni saranno 128 le personalità riunite dal Gruppo Bildeberg, che ha scelto la città della Mole per discutere su 12 argomenti di stretta attualità, economica e politica, dal “populismo in Europa”, alla cosiddetta “post-verità”, intelligenza artificiale, futuro del lavoro, disuguaglianza elezioni midterm negli Usa, Iran e Arabia Sauditam il libero commercio e la Russia.

Un club, il Bildeberg, al cui interno siede anche l’erede di casa Agnelli, quello stesso John Elkann, che giusto 24 ore prima secondo quanto annunciato dalle colonne del Wall Street Journal, aveva reso nota una nuova creatura: Exor Seeds, un fondo di venture capital che vuole investire in startup tecnologiche 100 milioni.

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LONDON, UNITED KINGDOM: This picture shows the London offices of "The Economist" 16 February, 2005. Figures due to be released on Thursday, while officially still secret, are widely expected to show that the London-based news magazine has exceeded the one million mark for weekly sales worldwide for the very first time. AFP PHOTO/ALESSANDRO ABBONIZIO (Photo credit should read ALESSANDRO ABBONIZIO/AFP/Getty Images)

La famiglia Agnelli cambia tutto

E forse non è un caso che tutto ciò avvenga a pochi giorni di distanza dalla presentazione a Balocco, nelle campagne vercellesi, del piano industriale per i prossimi quattro anni del Gruppo Fiat-FCA da parte di Sergio Marchionne, che in quella occasione ha annunciato due cose importanti, ossia 9 miliardi di investimenti sull’elettrico e la scadenza del suo mandato: “il mio successore è già in questa sala”.

Insomma, se dovessimo dare un titolo a quanto sta accadendo possiamo dire che “La famiglia Agnelli cambia tutto”.

John Elkann si trova al suo primo giro di boa dopo il passaggio generazionale, e negli ultimi tre anni i colpi messi a segno non sono avvenuti solo nell’industria automobilistica ma ha molto a che fare anche con il cosiddetto “quarto potere”, ovvero l’informazione. Basti pensare alla “scalata” al settimanale britannico The Economist ed alla fusione della “testata di famiglia”, La Stampa, con il gruppo Repubblica di De Benedetti, cedendo al contempo gran parte delle quote di Fca in Rcs (leggi, Corriere della Sera).

In un contesto dove, oramai, è sempre più nitida la distinzione tra quello che è stato il passato della famiglia degli Agnelli-imprenditori con la fase due, quella degli Agnelli-investitori. E adesso la mossa sulle startup, e le critiche arrivate perché i primi 20 milioni investiti sono andati in aziende americane. “Se prima erano solo i cervelli adesso abbiamo anche i capitali italiani in fuga”, ha commentato qualcuno dei miei contatti sui social. “Chiaro che l’ecosistema italiano non crescerà mai”, hanno scritto altri.

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Altra nota evidenziabile riguarda la scelta (?) di una linea di comunicazione con tutto ciò che sta fuori dalla galassia Agnelli molto ristretta e a tratti forse opaca. Prendiamo l’evento di ieri a Torino, ad esempio. Un  appuntamento di primaria importanza e di altissimo livello, come già scritto, ma il cui accesso era su invito e dove questa come altre testate giornalistiche che si occupano quotidianamente di innovazione e business non sono state informate dell’iniziativa.

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Cosa cambia, adesso?

Personalmente ho un’idea abbastanza nitida su quello che sarà il futuro di uno dei più importanti gruppi industriali del nostro Paese, e sul destino – allo stato attuale – dell’ecosistema dell’innovazione italiano. Ma la regola di ogni buon giornalista è “don’t tell, show”, e a maggior ragione quando sei direttore di una testata è sempre cosa buona e giusta, nella prima fase, far parlare gli attori principali, soprattutto se miri a far nascere un dibattito intorno a un tema o un fatto. Per cui ho chiesto un breve commento su questa mossa a sorpresa di Exor Seeds a quattro protagonisti del mercato tecnologico italiano, Marco Bicocchi Pichi, Nicola Mattina, Giorgio Ventre e Francesco Tassone, chiedendo anche un commento, soprattutto, su quanto sia ancora “sexy” l’ecosistema italiano dell’innovazione per gli investitori (italiani e non).

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Marco Bicocchi Pichi
presidente Italia Startup

«Era la fine dell’anno del 2016 e nell’intervista ad Aldo Pecora pubblicata il 1 Gennaio 2017 su StartupItalia lanciavo un appello alle grandi famiglie imprenditoriali italiane perché investissero in startup e contribuissero allo sviluppo dell’ecosistema dell’innovazione in Italia. Oggi in concomitanza con l’evento SEI Torino Forum (Fondazione Agnelli) John Elkann annuncia il fondo Exor Seed. Lo stesso John Elkann nel Dicembre 2017 si era associato al Club degli Investitori di Torino.

Quindi tutto bene, appello accolto, pionieri in movimento per una stagione di Risorgimento imprenditoriale in Italia? No, non proprio. Nelle sue dichiarazioni a La Stampa Elkann dichiara che “l’Europa deve avere più fiducia in se stessa” e che “all’Europa non mancano i talenti e nemmeno le università” ma poi gli 11 investimenti effettuati da Exor Seed sono tutti USA.

L’Italia rimane alla ricerca di un leader che creda nei suoi talenti. Sono convinto che il primo che lo farà ricaverà molte soddisfazioni e spero di poterlo applaudire un giorno e ringraziare a nome di tutti i pionieri che da molti anni si battono per creare nuove imprese innovative in Italia. Lo so che investire in startup USA, Israele, India, Cina e UK, Germania, Svezia, Francia, Svizzera è “consensus” ma solo i “contrarian” portano a casa grandi risultati e l’Italia è il terreno di caccia che grandi imprenditori ed eredi di grandi imprenditori italiani hanno l’opportunità di esplorare e di coltivare perchè alla convergenza di medie imprese champion, nei distretti, con la cultura, il design, la tecnologia Italiana nasceranno startup fantastiche».

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Giorgio Ventre
direttore Apple Developer Academy Napoli

«La notizia che anche una azienda che da sempre è stata vista come l’esempio più classico di impresa tradizionale, Fiat, abbia deciso di investire in startup è decisamente positiva. C’è da sperare che questa attenzione non sia rivolta al solo mercato USA ma al contrario abbia una forte attenzione per l’innovazione Made in Italy. Una innovazione di grande qualità ma che rimane marginale proprio per l’assenza di grandi investitori. Se poi questa innovazione non solo viene finanziata ma viene anche inserita nel circuito produttivo attraverso la grande impresa, l’effetto benefico non può che moltiplicarsi.

Innovare in Italia è possibile: è un po’ come scommettere su di una miniera ancora inesplorata piuttosto che andare a battere sempre i soliti sentieri. Occorre però rendere conveniente investire sulle nostre start up creando una domanda per i loro prodotti. Ed un ruolo importante potrebbe essere quello delle pubbliche amministrazioni. Sfruttando le possibilità del Precommercial Procurement, startup e grande impresa potrebbero lavorare fianco a fianco per cambiare servizi e processi nel settore pubblico».

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Nicola Mattina
CoFounder Innovation School of Rome

«Da quello che leggo, Exor ha deciso di diversificare gli investimenti andando oltre quello industriali. Dalle prime mosse sembra che abbia intenzione di posizionarsi insieme ai grandi fondi di investimento internazionale anche se non mi è chiarissima la tesi d’investimento. Chiaramente non c’è un vincolo geografico. Verrà mantenuto un focus su salute e anziani o saranno aggiunti altri settori? Inoltre, quanto crescerà il fondo tempo?

Il nostro rimane un Paese ostico in cui fare impresa, mentre le startup high-tech sono aziende con una naturale vocazione alla crescita globale. È giusto che gli imprenditori italiani in questo settore spostino l’headquarter in contesti più maturi e ricchi di capitali e competenze finanziarie. Pensi che Moneyfarm avrebbe potuto crescere come sta facendo in Italia? Secondo me no. D’altro canto anche paesi tanto citati come Israele esportano le loro startup in Silicon Valley».

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Francesco Vito Tassone
Founder e CEO Personal Factory SpA

«Anche la Exor di John Elkanncon 100 milioni si aggiunge ai capitali di famiglie italiani che investono oltre confine. Pari a quasi tutte le operazioni del 2017 in Italia. Il venture capital italiano invece vive di soldi pubblici nonostante forti incentivi per i privati. Forse la gestione nostrana non convince?
Mi chiedi “Perché siamo rimasti a fare impresa in Italia”. Se lo sapessi te lo direi. Anche perché più che Italia siamo a Simbario (un piccolo paese della provincia di Vibo Valentia, ndr). Diciamo che è una buona palestra».

@aldopecora

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