Opinioni

Il cibo del futuro sarà più sano e più accessibile (ma dipende anche da noi)

La sfida di nutrire l'umanità passa per una fusione efficiente tra economia circolare e globalizzazione

Fabio Casciabanca
Fabio Casciabanca

Editor Business Ninja Marketing

Un processo perfetto ed efficiente di trasformazione di materia in energia. Se volessimo spogliare il piacere del cibo di ogni lussurioso romanticismo, potremmo definire così, scientificamente, l’atto di nutrirsi.

L’aspro e pungente sapore del limone, il gusto nero e forte del caffè, lo zuccheroso sapore rosso della ciliegia ci arrivano da complesse reazioni e trasformazioni chimiche che avvengono già sulla nostra lingua.

Il cibo è solo carburante per una macchina complessa, perfetta come l’organismo umano. Eppure, quello che il cibo ha rappresentato per le donne e gli uomini, ha sempre trasceso la banalità della materialità per diventare addirittura divinità: le civiltà tribali adorano la preda che rincorreranno poi nella caccia, il dio che permetterà a loro di vivere cibandosi delle sue carni.

Il cibo, quando non protagonista principale, è sempre stato comprimario della storia, della religione e delle vicende quotidiane umane. Se tutto comincia da una mela, con Eva e Adamo, fanno parte dell’immaginario collettivo anche il vino con cui Ulisse addormenta un poderoso Polifemo, o l’immagine dell’ultima cena degli apostoli in cui Gesù distribuisce, metaforicamente, le proprie carni attraverso l’atto di dividere il pane, simbolismo che diventerà rito fondamentale nell’eucaristía cattolica.

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Come evidenziato da David Orban nel suo libro “Singolarità: Con che velocità arriverà il futuro“, l’essere umano ha subito un processo di bio-ingegnerizzazione quando ha iniziato a comprendere le potenzialità del fuoco e utilizzarlo per cuocere gli alimenti. In questo modo, ha delegato parte del processo di digestione al fuoco, fuori dal proprio organismo. Le conseguenze dirette del comportamento protratto per un certo numero di generazioni hanno sviluppato un apparato digerente più corto, quindi più rapido, in grado di garantire una maggiore libertà dalla ricerca continua di risorse alimentare.

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Quando l’uomo si è stanziato sui territori e ha imparato a utilizzare strumentalmente l’agricoltura, l’abbondanza di cibo ha permesso  alle popolazioni di moltiplicarsi. Crescere in numero ha aumentato considerevolmente le possibilità di sopravvivenza, rendendo il gruppo più forte e più abile nella diffusione dei propri tratti genetici.

L’uomo e il cibo hanno dei rapporti da sempre

Guardando con più attenzione, appare evidente che la nutrizione non sia mai stata solo un aspetto marginale dell’esistenza dell’uomo, ma sia invece in grado di modificare il corpo umano anche dal punto di vista biologico e psicologico. Un riferimento preciso si può fare ai disturbi alimentari che caratterizzano, soprattutto, fasce sempre più estese delle società occidentali: bulimia, anoressia, il disturbo da alimentazione incontrollata sono solo alcuni degli squilibri correlati a un rapporto con il cibo poco equilibrato.

L’alimentazione è legata anche al contesto sociale: ci sono molte persone “ricche” che mangiano troppo e male e ci sono troppe persone che mangiano troppo poco e altrettanto male. E nessuno può essere saggio a stomaco vuoto, giusto?

Ritornare a un modello di filiera corta e controllata, evitando gli eccessi della sovrapproduzione potrebbe garantire una parziale soluzione, ma è fondamentale ribadire un concetto tanto banale da venire comodamente sottovalutato: l’uomo è, esattamente, ciò che mangia.

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E sa benissimo, l’uomo dell’era pre-antropocene, che il cibo lo modifica, lo cambia, può essere pericoloso o rinvigorente: l’uomo semplice associa la forma delle noci al cervello umano e le mangia per potenziarlo, altre forme, simili agli organi riproduttivi, regalano ad alcune pietanze poteri magici di virilità dirompente o fecondità abbondante. I funghi delle meraviglie che mangia Alice non sono più o meno allucinogeni di quelli che è possibile trovare in natura, semplicemente passeggiando in un bosco.

Il cibo è anche innovazione e scoperta: lo sapevano bene i Greci del mito, che immaginavano il dio Kronos, simbolo dell’ordine temporale costante, spaventato dal progresso e dall’innovazione, divorare i suoi figli appena nati. Ma l’innovazione non può essere spenta o divorata, continuerà a vivere nel corpo del dio per tornare a nuova vita al momento opportuno, come la primavera fa fiorire i campi ogni anno, dopo la “morte” dell’inverno.

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Il narcisismo del cibo

Oggi che la condivisione sfrenata dei dati prende il posto delle passeggiate sul lungomare, che le trasmissioni di cucina hanno cancellato le conserve di pomodori della nonna per far posto ai “programmi con inserimento di prodotti commerciali”, il cibo diventa metafora di successo e lusso, poco importa se consumato o meno.

Ammettiamolo, quante volte mangiamo un panino di corsa, tra una mail e un task da chiudere, davanti al monitor? Nella frenetica confusione che trasforma il piacere conviviale di consumare un pasto in compagnia in un boccone da mangiare giù di corsa borbottando nervosamente, il piatto deluxe diventa portata principale del menu di facezie a disposizione di tutti, su Instagram. Non fotografiamo noi che mangiamo, fotografiamo il cibo che non mangeremo, ma che paghiamo, per fotografare. A questo punto, forse nutrirsi non è nemmeno più lo scopo principale dei pasti.

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Il toast con avocado reclamerà prepotentemente il posto, per i due mesi in cui andrà di moda, tra gli status symbol della felicità social da scatto virale, prima di cedere il posto al sushi di turno.

Quando si parla di come sarà il cibo nel futuro e di cosa ci aspetta nei prossimi anni, il discorso si fa rovente. Il numero crescente della popolazione umana con una classe media globale in forte aumento, sarà il motore della domanda mondiale di cibo. Storicamente, l’aumento della ricchezza ha portato a modificare i modelli di consumo: quantità più grandi di carne e alimenti ad alta intensità di risorse energetiche (come formaggio e uova) si accompagnano a un miglioramento delle condizioni economiche. Possiamo considerarlo un trend sostenibile a lungo termine?

Su base globale, questo tipo di attitudine al consumo (e talvolta abuso) di alimenti più ricchi dal punto di vista energetico ha condotto a una situazione di insalubrità e squilibrio metabolico. Mentre da un lato la storica “sfida alla fame” dell’umanità si sta lentamente allontanando, la malnutrizione non è più associata alle carenze ma a peso eccessivo e obesità, creando nuove sfide per i sistemi alimentari.

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Possiamo confermare che il cibo è in grado di modificare non solo l’uomo, ma anche il contesto sociale in cui vive, attraverso le ripercussioni sui temi della salute pubblica e dei servizi sanitari che di questa si occupano. Nascono quindi, assieme alle necessità negate all’alimentazione, nuovi interessi economici, nuovi mercati che intendono modellare le abitudini delle persone sulla base di questi cambiamenti: la vita sana e frugale diventa bene ad altissimo costo, gli alimenti biologici e no OGM non sono proprio per tutte le tasche. Insomma, mangiare come tuo nonno, oggi costerebbe carissimo.

Se le proiezioni della domanda di cibo per il futuro sono in crescita, altrettanto si può dire per la richiesta di “nutrizione sostenibile”.

L’accordo sul clima di Parigi si pone l’obbiettivo di mantenere lo squilibrio climatico al di sotto di 2°: se consideriamo che la produzione di mangimi, il trasporto e la distribuzione causano quasi un terzo dei gas serra prodotti, è semplice immaginare come ridurre la produzione di cibo ad alta intensità, in particolare la carne, sia il metodo più efficace per “decarbonizzare” il sistema alimentare.

Se siamo di fronte a una relativa incertezza sulla domanda globale, non si può dire lo stesso sulle intenzioni della produzione. La strada intrapresa al momento è quella di produrre un quantità relativamente piccola di prodotti agricoli, mais, riso, grano, soia, olio di palma, in quantità sempre maggiori, per garantire l’omologazione del prodotto e l’efficienza tecnica. L’agricoltura su larga scala permetterà di ottimizzare i processi e quindi abbattere i costi.

Per molti di noi il cibo costa poco, pochissimo e questo ci permette di mangiarne tanto e sprecarne altrettanto, ma ciò comporta costi enormi in termini ambientali causando la riduzione della biodiversità e della qualità di aria e acqua.

Si può immaginare un modo di mangiare diverso

Si può immaginare un sistema alimentare diverso? La risposta è sì, ma questo dipende anche da quale domanda viene rivolta a questo mercato: le persone vogliono mangiare in modo sano e sostenibile, producendo e consumando una quantità più ampia di prodotti, impiegando risorse del luogo e creando un’economia circolare?

Per i poveri del mondo, il costo di una dieta nutriente e bilanciata è molto più alto del costo di un pasto denso di calorie e poco sano. Anche se si intravede qualche barriera di resistenza alla globalizzazione, l’effetto collaterale dell’apertura delle barriere è che, lentamente ma inevitabilmente, il divario fra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo si ridurrà progressivamente, creando un’enorme classe media a livello mondiale. Saranno queste persone a pretendere l’accesso a diete sane ma anche culturalmente accettabili, accessibili per tutti.

La globalizzazione offre potenzialmente grandi vantaggi ai paesi poveri sotto forma di maggiori scambi commerciali, investimenti esteri e un accesso più facile e più rapido alle informazioni, alle conoscenze e alle tecnologie di produzione. Tuttavia, affinché i paesi possano partecipare e trarre beneficio dalla globalizzazione, devono essere predisposte alcune condizioni.

Mangeremo ancora carne in futuro ma forse, proprio come i nostri nonni, torneremo a considerarla un piacere da assaporare in occasioni speciali, non un boccone da trangugiare nella fretta caotica di un fast-food. Nuove alternative, come il cibo vegetariano, l’introduzione di maggior quantità di cereali, nuove tendenze alimentari sul consumo di farine a base di insetti si imporranno come scelta etica e responsabile. Conservando gli aspetti culturali del cibo, è probabile che i diversi mercati locali crescano e si diversifichino, mescolandosi con i vantaggi ottenuti dalla globalizzazione.

In teoria, c’è ancora molto terreno coltivabile in tutto il mondo, non ancora utilizzato. Questo però si concentra in una manciata di Paesi, prevalentemente America Latina e Africa sub-sahariana o non è prontamente disponibile. Alcune zone, si trovano in aree protette dal disboscamento o non sono servite da strutture adeguate a uno sviluppo agricolo.

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