Scenari

Grazie ai robot miglioreremo noi stessi (e non ci ruberanno il lavoro)

Il timore diffuso è che i robot tolgano il lavoro agli umani e poi, da servi fedeli, diventino signori spietati. La realtà è diversa e il futuro evolutivo che ci attende è incredibile

Che i robot possano rubarci il lavoro è un timore diffuso. Le recenti diatribe sull’inesistente braccialetto di Amazon (al momento c’è solo la richiesta di un brevetto) per controllare dipendenti e merci, dimostrano quanto la sensibilità sia alta e quanto sia diffuso il pensiero che i robot (e l’automazione in generale) siano nemici dei lavoratori e condanneranno l’umanità ad un futuro da disoccupati.

Davvero i robot rubano il lavoro?

Secondo Ruchir Sharma, opinionista del NY Times, autore di libri come  “Nazioni in fuga. Alla ricerca dei prossimi miracoli economici”, esperto di economie emergenti e manager della Morgan Stanley, la risposta secca è: no.

In un suo recente articolo (No, That Robot Will Not Steal Your Job) sul NY Times, Sharma anzi afferma che le economie dove c’è una forte presenza di robot e di automazione sono quelle con un minor tasso di disoccupazione. Cita, come esempio, il Giappone con un tasso di disoccupazione sceso ai livelli pre-crisi del 1994, o la Germania dove è ai minimi dai tempi della riunificazione nel 1990.

By Jiuguang Wang (Own work) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons

By Jiuguang Wang (Own work) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons

Anche Alessandro Giaume, Innovation Director in Ars et Inventio e autore di “Data scientist. Tra competitività e innovazione” sostiene la stessa tesi in un post scritto per Ninja Marketing. Proprio citando Amazon, ci mostra come il tasso di assunzione non sia cambiato nonostante il numero di robot installati nei suoi magazzini sia passato da 1500 a 45mila unità.

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Sembrerebbe quindi che i robot non rubino posti di lavoro. Ogni nuova tecnologia porta con sé cambiamenti e il calo di richieste per alcuni tipi di mansioni, ma aumentano di molto le nuove qualifiche richieste, legate direttamente alle nuove tecnologie.

La stessa analogia dei maniscalchi scomparsi con l’introduzione dell’automobile e la conseguente nascita di professionalità come il meccanico? Sì, ma non solo.

Gli esperti evidenziano come negli ultimi decenni si siano create categorie di lavori prima inesistenti. Un terzo dei nuovi lavori negli USA, secondo McKinsey &Co, riguarda professioni che non esistevano 25 anni fa. In Italia solo nel ultimo triennio sono quasi 90mila i lavoratori richiesti in ambiti legati alle nuove tecnologie.

Cambia l’umwelt, non solo il paradigma

L’umwelt è l’ambiente circostante. Si usa questa parola tedesca per esprimere un aspetto preciso e significativo: l’ambiente circostante esiste nel modo in cui ognuno di noi lo percepisce. Un universo soggettivo, unico per ciascun organismo.

I robot, l’automazione e l’intelligenza artificiale hanno un impatto immediato e diretto su certi tipi di lavoro, poiché probabilmente (anzi sicuramente) il Charlot di tempi moderni può essere sostituito con facilità da un robot.

By Mixabest (Own work) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons

By Mixabest (Own work) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0) or GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html)], via Wikimedia Commons


Cambiano il paradigma e il modello di riferimento. Ha perfettamente ragione Giaume: dovrà emergere una leadership che prenda atto e guidi questa trasformazione, favorendo l’economia. In questo schema emerge rapidamente la necessità e l’opportunità di creare nuovi percorsi di formazione.

I robot, upgrade dell’essere umano

I robot (e le IA) estendono anche la nostra percezione del mondo e dell’universo: abbiamo occhi e braccia su Marte, altre ai confini del sistema solare, nelle profondità oceaniche.
Abbiamo sistemi in grado di elaborare grandi quantità di dati e riconoscere schemi ricorrenti, che ci permettono di prendere decisioni migliori e più rapidamente.

Abbiamo sistemi che non solo potenziano le nostre capacità fisiche, come gli esoscheletri o certi visori che ci fanno vedere di notte, ma che aiutano a sviluppare nuovi sensi.

Il neuroscienziato David Eagleman, autore de “Il tuo cervello, la tua storia“, in un Ted talk di qualche anno fa ha illustrato in modo approfondito il concetto: il cervello umano può elaborare qualsiasi segnale gli venga fornito.

Con le opportune tecniche, è possibile fare che un sordo possa “sentire” le parole anche se non sono le sue orecchie ad elaborare i suoni, o che un cieco possa vedere di nuovo con sistemi che si interfacciano direttamente col suo nervo ottico.

L’uomo bionico che negli anni ’80 Lee Majors interpretava nella serie Tv “L’uomo da sei milioni di dollari” non è più fantascienza.

Ancora più stupefacente della sostituzione sensoriale, come la battezza Eagleman, è che il cervello possa sviluppare sensi e abilità completamente nuovi. In un esperimento condotto in laboratorio, ad una persona sono stati dati input della durata di 5 secondi: erano dati in streaming presi direttamente da internet. Dopo ogni sequenza, di cui il soggetto ignorava completamente il significato, gli veniva chiesto di scegliere se pigiare il pulsante rosso o quello verde. Dopo un secondo, gli veniva dato un feedback positivo o negativo.

I dati in streaming erano quelli del mercato azionario; pigiando i pulsanti il soggetto dell’esperimento prendeva decisioni di acquisto o vendita e il feedback ottenuto era relativo alla bontà di quella decisione. Dopo alcune settimane, il protagonista del test aveva sviluppato un “senso speciale” per muoversi sui mercati azionari.

Gli esperimenti di estensione o, meglio, di aggiunta di nuovi sensi non si fermano qui: sono state sperimentate interfacce che permettono ai piloti di percepire direttamente alcuni dati di volo di un drone, attraverso la pelle, oppure di avvertire le reazioni delle persone ai tweet, come sensazioni trasmesse direttamente al cervello.

Il futuro è l’integrazione tra robot e umani

In qualche modo, si torna alle origini. Prima dell’esplosione tecnologica, la parola robot veniva usata nel centro europa per indicare un servo, un operaio, e fu ripresa e riutilizzata nel 1920 dallo scrittore Ceco Čapek, nel dramma teatrale “I robot universali di Rossum”.

Robot visti dunque non come antagonisti o futuri dominatori della specie umana, ma invece intesi come fedeli servitori in grado di aiutarla a superare i propri limiti, sia individuali che di specie.

Robot che avranno bisogno di umani che li progettino, che li mantengano, che li controllino e che li affranchino da lavori noiosi e ripetitivi, lasciando più spazio alla creatività.

Robot, insomma, che creeranno nuove opportunità professionali, non solo nelle aree più tecniche della conoscenza umana, ma anche in quelle sportive o artistiche. Non ci credete? Guardate cosa è capace di combinare Nigel Stanford con i robot.

E che dire di come Viktoria Modesta sia un esempio di integrazione uomo-macchina in un modo completamente inusuale, superando le proprie barriere fisiche per offrire qualcosa di completamente nuovo e impossibile senza questo (permettete?) “upgrade”.

Se comunque avete paura che i robot vi rubino il lavoro

Se vi è rimasto questo timore, possiamo suggerirvi di consultare il sito Will robot take my job. Ispirato ad una ricerca del 2013 di Michael Osborne e Carl Benedikt Frey (“The Future of Employment: How susceptible are jobs to computerisation?”), il sito permette di ricercare i dati relativi una della 702 categorie professionali presenti: basterà inserire il proprio lavoro e il sistema vi dirà qual è la probabilità che il vostro lavoro sia “automatizzabile” e quindi quanto sia alto il rischio di perderlo con l’introduzione su larga scala dei robot.