Il caso del giorno

Moby e quel copy tutto sbagliato che il web accusa di xenofobia

La società si giustifica, con una difesa basata sul valore del made in Italy e del lavoro, ma sui social network la polemica non accenna a placarsi

C’è chi l’ha definita xenofoba, anche se in realtà sembra di essere al limite della propaganda. Perché quelle parole – “Il nostro personale? Tutto italiano” – richiamano velocemente alla mente gli slogan nazionalistici di altri tempi, frutto di una cultura imperialista che distingueva in base al colore della pelle, alla religione e alla provenienza geografica.

La vicenda

Da qualche giorno su Facebook e su Twitter una nuova polemica sta investendo Moby, società di navigazione che collega Sardegna, Corsica e Isola d’Elba con traghetti da Genova, Livorno, Civitavecchia e Piombino, che da un po’ di tempo ha scelto come slogan “navighiamo italiano”, sia per gli annunci online che per quelli su carta stampata.

I commenti arrivano però dalla scelta specifica del messaggio accompagnato all’immagine delle pubblicità a stampa: “Il nostro personale? Tutto italiano”.

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Un errore, sperano in molti. Un copy scelto con superficialità, per puntare a quel target che “prima gli italiani”, dato che anche le ultime elezioni politiche hanno parlato chiaro in termini di numeri.

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Le spiegazioni

Nessun errore, sembra, dato che già in un post su Facebook di gennaio di Moby e Tirrenia (della stessa società) si legge: “Avere a bordo tutto personale italiano per noi non è solo un modo per garantire un lavoro alla nostra gente e alle nostre famiglie. Significa anche solcare il mare sulle nostre navi che collegano ogni giorno la Sardegna, la Corsica e l’Elba con quello stile e quella qualità che tutto il mondo ci invidia”.

Puntare sul made in Italy, insomma, il senso della scelta comunicativa.

Una pubblicità sbagliata

Eppure quella di Moby, da un punto di vista puramente di marketing, sembra davvero una scelta sbagliata.

Anche perché non si tratta di un’immagine destinata al volatile (e volubile) mondo dei social network, ma di un annuncio stampa, di quelli destinati a restare negli archivi delle emeroteche e a parlare di noi, dell’Italia e degli italiani nel 2018 alle future generazioni, a quegli studiosi che tra cento anni si chiederanno quale fosse la reale cultura di questo tempo.

Forse stiamo un po’ esagerando puntando lo sguardo a quel futuro remoto (e chissà se qualche studioso si prenderà ancora la briga di sfogliare le pagine di riviste e quotidiani), ma quella frase, soprattutto perché associata a quella immagine, colpisce davvero.

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Tutt’altra storia se, ad esempio, allo stesso copy fosse stata associata la fotografia di una ragazza di colore, o di un ragazzo indiano, o cinese, o con qualsiasi altre radici, ma pur sempre italiano.

Una compagnia che si rivolge al proprio pubblico puntando sulla esclusività del proprio personale, per sottolineare la facilità con cui, una volta a bordo, si potranno chiedere informazioni, o si potrà ordinare un piatto di pasta, ma anche la scelta “etica” da parte dell’azienda, potrebbe sembrare a prima vista un po’ ingenua. Un errore fatto in buona fede. Ma gli annunci stampa, prima di finire sulle pagine di un giornale, passano sotto gli occhi di talmente tante persone, che pare difficile che nessuno si sia posto l’interrogativo: ” Ma non sembreremo un po’ xenofobi?”.

Non sembra, infine, che lo scopo fosse, secondo una teoria ormai ampiamente superata, puntare semplicemente al “purché se ne parli”, dato che poche ore fa la compagnia ha così risposto alle polemiche sui social:

Anche qui, naturalmente, la polemica non si placa, tra chi si chiede come stia affrontando questo brutto quarto d’ora il povero Social Media Manager di turno, e chi dimostra solidarietà per l’azienda nell’occhio del ciclone.

Se la campagna pubblicitaria di Moby e Tirrenia avesse un altro scopo, cioè attaccare il principale concorrente – come suggerito dalle pagine de La Stampa – l’obiettivo è stato mancato. Portare una questione politica, come quella dei finanziamenti pubblici e sconti fiscali alle compagnie che imbarcano personale straniero nel sottotesto di un messaggio pubblicitario, rischia solo di creare fraintendimenti.

Noi pensiamo, quindi, ad uno scivolone frutto di un approccio un po’ affrettato e superficiale al messaggio, perché, diciamoci la verità, si poteva fare di meglio. Ma siamo anche certi che autenticità, inclusività (ossia l’esatto opposto di quella esclusività a cui abbiamo accennato), attenzione ad ogni cliente, dovrebbero essere i valori delle aziende di oggi. E questo dovrebbe sempre riflettersi in attente scelte comunicative.

Qui siamo nell’ambito dell’azzardo, quanto meno, ma anche la risposta imperturbabile della società lascia qualche perplessità: non era meglio, per una volta, scusarsi e solo dopo spiegare le proprie ragioni?