Senza giri di parole

Il vero (non) potere dei bot e dei social sulle elezioni, spiegato senza giri di parole

Sono più pericolosi i bot, o Bloomberg (sì, Bloomberg), che ha dedicato in meno di un mese 20 articoli a Salvini?

Fabio Casciabanca
Fabio Casciabanca

Editor Business Ninja Marketing

È possibile condizionare il voto con un bombardamento di opinioni sui social network?

La risposta dipende, probabilmente, dalla sensibilità personale: siamo pronti a giurare di essere saldi sulle nostre idee e di non poter essere, in alcun modo, indirizzati a scegliere altro.

Senza invischiarsi in problematiche morali su un corretto uso dei social network, da cui sarebbe difficile tirarsi fuori, chiediamoci invece: cosa succede se i flussi che leggiamo tutti i giorni sulle nostre bacheche vengono inquinati da una serie di messaggi propagandistici, più o meno velati?

Siamo davvero certi che i contenuti che impattano sulle nostre retine con la frequenza di un martello pneumatico non influiscano sulla nostra capacità di giudizio?

Le dichiarazioni del Presidente della Commissione Europea hanno sollevato un polverone: “C’è un inizio di marzo molto importante per l’Ue. C’è il referendum Spd in Germania e le elezioni italiane, e sono più preoccupato per l’esito delle elezioni italiane che per il risultato del referendum dell’Spd”.

Dichiarazione che è riuscita indignare e unire tutti, ma proprio tutti, i politici nostrani nel respingerla.

junker

Junker ha fatto crollare la Borsa, i bot no

È un gioco di specchi: le ingerenze estere nella formazione del nostro prossimo Governo potrebbero non essere solo legate al mondo dei social network.

Dopo le dichiarazioni di ieri del Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, che si dimostrava preoccupato per l’incertezza di un prossimo governo italiano, l’intero mondo politico si è prodigato in comunicati, da destra a sinistra, tesi a tranquillizzare l’opinione pubblica incentrando il messaggio sulla solidità delle proprie coalizioni e del proprio programma.

Correre ai ripari è servito a poco: l’indice Ftse Mib ha segnato -1,56%, All Share un -1,46%, Fca cede il 3,2%, Banco Bpm il 2,9%, Exor il 3,5%, Unicredit il 2,7%. Appare evidente come le dichiarazioni del Presidente della Commissione Europea abbiano sbilanciato le quotazioni facendo accusare un brutto colpo alla Borsa Italiana.

Juncker ha poi rettificato le sue esternazioni ma, da uomo politico navigato qual è, è impossibile che non si sia reso conto del dirompente effetto dominio delle sue dichiarazioni a pochi giorni dalle elezioni.

Torniamo alla domanda: i social network possono influenzare l’opinione pubblica e l’esito delle elezioni politiche in Italia? Al momento la risposta è: sì, ma non solo i social network, non più del volantino distribuito per strada.

Le ingerenze esterne dell’Europa rischiano di mettere in seria difficoltà la capacità di scelta di un popolo poco informato, non particolarmente attivo politicamente, deluso e svogliato.

Insieme a una informazione di parte o all’invasione di falsi messaggi propagandistici sulla rete, all’elettore italiano non viene più chiesto di esprimere una preferenza ma di farsi fine investigatore telematico, per smascherare bot e fake news. Troppo, davvero troppo per l’elettore tipo che si informa, prevalentemente, ancora tramite l’apparecchio televisivo.

Il prefetto Alessandro Pansa

Il prefetto Alessandro Pansa

Gli hacker possono condizionare il voto, i bot no

I nostri Servizi segreti lo hanno scritto nero su bianco: c’è un serio rischio di “campagne di influenza che, prendendo avvio con la diffusione online di informazioni trafugate mediante attacchi cyber, mirano a condizionare l’orientamento e il sentimento delle opinioni pubbliche, specie allorquando queste ultime sono chiamate alle urne”.

Nella relazione annuale presentata a quest’anno a Palazzo Chigi, gli 007 italiani hanno sottolineato la pericolosità di queste campagne di pseudo-informazione che “hanno dimostrato di saper sfruttare, con l’impiego di tecniche sofisticate e di ingenti risorse finanziarie, sia gli attributi fondanti delle democrazie liberali (dalle libertà civili agli strumenti tecnologici più avanzati), sia le divisioni politiche, economiche e sociali dei contesti d’interesse, con l’obiettivo di introdurre, all’interno degli stessi, elementi di destabilizzazione e di minarne la coesione”.

Il Direttore del DIS,  Alessandro Pansa si riferisce a quella che chiama minaccia ibrida: “Gli strumenti di telecomunicazione e cyber possono svolgere in un periodo elettorale un ruolo e noi siamo particolarmente attenti: abbiamo messo a disposizione la nostra capacità e organizzazione per essere sempre presenti e attenti per evitare che la votazione subisca influenze negative”.

Lo strumento cybernetico viene visto, sempre più, come uno strumento per spostare gli equilibri e condizionare l’opinione pubblica.

I bot sono come il passaparola (e non sono illegali)

Etica: può essere l’unica ancora a cui aggrapparsi quando si valuta negativamente le interazioni create da account fake e bot. Utilizzare questi sistemi per la pubblicazione sui social network non è affatto illegale, punto. Dove sta, allora, il problema?

La maggior parte delle decisioni che prendiamo non sono razionali: il lato emotivo che ci spinge a votare quel candidato invece di un altro, è un aspetto da non sottovalutare. Sui social network, poi, in cui tutto è amplificato, il rischio serio è quello di creare gruppi autoreferenziali di utenti che guardano solo al loro interno perdendo, a tutti gli effetti, una capacità di giudizio globale sulla situazione.

Non è forse vero che la propaganda migliore, anche sui mercati, è il passaparola? Lo è! Le convinzioni e le opinioni di amici, parenti e contatti ci influenzano molto: il WOM (word of mouth) si rivela decisivo anche nella scelta anche in cabina elettorale.

Se è vero che un account fake non ha diritto di voto, è altrettanto vero che inondare le bacheche con un numero spropositato di post a favore di questo o quell’altro candidato può fornire una percezione distorta della situazione, spingendo un utente medio a prendere decisioni che, in assenza delle pressioni esterne, sarebbero state diverse.

Ricordate i tweet (tutti uguali) delle casette ai terremotati?

Fortunato, se così possiamo dire, è il 40% dei terremotati degli sventurati eventi che hanno colpito il Centro Italia nel 2016. Fortunato perché è riuscito a entrare in possesso delle casette o rientrare nella propria abitazione. Felice, questo 40% ha twittato messaggi pieni di speranza, in grado di convolgere emotivamente molto velocemente i lettori, tanto da veicolare, di retweet in retweet, la bella storia.

Anche se delude davvero l’ipotesi che si possa speculare su una tragedia simile, molti dei tweet e degli account che li hanno pubblicati si sono rivelati falsi: messaggi identici o profili senza alcuna interazione, completamente finti che, indipendentemente dalla mano e dallo scopo per cui sono stati creati, tirano senza dubbio preziosa acqua al mulino del Governo attuale.

promotion

I bot sono come i promoter: puoi starli a sentire o ignorarli

Che significa condizionare? Possiamo presumere che convincerci a suon di Facebook post sia una tattica poco corretta? Allora qual è la differenza con le migliaia di manifesti elettorali affissi più o meno abusivamente su ogni superficie delle nostre città?

Ci porremo più volte questa domanda: i social network possono davvero condizionare il voto in Italia? A questo punto del discorso la risposta è: si, ma…

Molti sondaggi affermano chiaramente la difficoltà, per un partito o una coalizione, di imporsi in maniera netta sui diretti concorrenti e i social network diventano il campo di battaglia ideale per la conquista del voto dell’indeciso e del disinteressato, soggetto che rappresenta una percentuale molto alta degli aventi diritto al voto per le prossime elezioni del 4 marzo in Italia.

Ma i bot non sono molto diversi dai promotori nei centri commerciali o dalle infinite telefonate dai call center: provi a schivarli, affretti il passo e loro sono sempre lì, appostati e pronti a proporti la promozione del momento. Niente paura, quindi, la nostra capacità di giudizio rimane ancora centrale.

LEGGI ANCHE: Arriva, finalmente, una legge sulle vendite dai call center. Cosa devi sapere

Il problema sono i bot di Salvini, o il gotha del giornalismo Usa?

Non si può essere del tutto certi che il bombardamento mediatico sia inutile, e in questa direzione sembra che vada anche chi ha strutturato l’operazione di savage twitting che ha riguardato Matteo Salvini nei giorni scorsi e che è stata ripresa dalla stampa made in USA negli scorsi giorni: 150 tweet, identici, a supporto della partecipazione di Salvini ospite in una trasmissione di La7, tutti pubblicati in un solo minuto.

Non serve un tecnico per capire che dietro queste condivisioni ci sia una serie di bot, account fake appositamente generati per influenzare e condizionare l’opinione pubblica: questi account, inattivi dal dopo Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016, riprendono a twittare proprio con l’approssimarsi delle consultazioni del 4 marzo.

Un messaggio identico, 150 tweet identici da 150 diversi account.

Si tratta di una furbata? Sì, lo è. Perché, sebbene sia facilissimo per gli addetti del settore individuare e riconoscere queste strategie che tentano di influenzare l’opinione pubblica, a un occhio meno esperto un qualsiasi Giacomo Gallina (nello screenshot, con una foto profilo di coppia) risulta credibilissimo, almeno quanto qualsiasi altro account su Twitter.

 

salvini

L’analisi del post di Bloomberg però richiama nuove domande: perché tutta questa attenzione per la politica italiana da parte della stampa americana sul rischio di una deriva populista in Italia?

Abbiamo fatto una semplice ricerca, un piccolo fact-checking, che permette di visualizzare tutti i risultati relativi a un keyword all’interno di un sito web. Basta digitare su Google la formula site:www.Bloomberg.com Salvini per ricevere un listato degli articoli che lo riguardano. Solo nell’ultimo mese, sono oltre 20 gli articoli che fanno riferimento al leader della Lega, ma sono molti, molti di più quelli che fanno riferimento alle prossime elezioni in Italia.

Ci sono how to completi dal titolo “Tutto ciò che dovresti sapere sulle elezioni del 4 marzo in Italia” fino ad analisi economica sul nervosismo degli investitori e sulle divisioni della politica nel Bel Paese.

Una volta che il dubbio si è fatto largo diventando una ipotesi, possiamo fare stessa ricerca sul New York Times. Risultati molto simili, più contenuti ma sempre con gli stessi toni.

Facciamo 2+2 e vediamo se esce 4: se 150 tweet identici sono di certo frutto di automazione tesa a condizionare l’opinione pubblica, cosa sono decine di articoli in poche settimane su una piattaforma di informazione tra le più seguite su scala mondiale?

Il giochino di far uscire le notizie fuori, e importarle

Viene da chiedersi se, tra le dichiarazioni di ieri del Presidente della Commissione Europea Juncker e  il tentativo (?) di ingerenza USA nelle nostre questioni politiche, il vero rischio siano ancora bot e fake news. Siamo onesti: all’americano medio che trangugia un cheeseburger guardando il campionato di football, interessa davvero la politica italiana nel dettaglio? O la pubblicazione di un certo tipo (e numero) di articoli non è tanto rivolta al lettore americano quanto alle testate e ai magazine italiani, in modo che possano riprenderla e farla girare?

Siamo certi di aver bisogno di uno o più “sceriffi” a guardia della nostra integrità politica? Oppure, giriamola al contrario: siamo sicuri che accostare per temi e linguaggi i nostri politici al discusso Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non sia invece fare comunicazione politica interna?

Intanto i giovani non andranno a votare

Ce lo hanno detto i sondaggi di Demopolis: quasi il 50% degli under 25 non ha intenzione di recarsi al seggio per esprimere la propria preferenza. A quanto pare, le strategie di condizionamento sui social non colpiscono una popolazione giovane, informata, che col digitale ci vive in simbiosi. Se le elezioni si tenessero sui social, molto probabilmente avremmo un governo a guida Salvini/Grillo: sui social network vince chi urla di più, chi crea dibattito, anzi flame, perché il numero di interazioni premia il contenuto ancorandolo con forza nel feed.

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Fonte: www.demopolis.it

Internet non decide le elezioni, non in Italia

Come si informano gli italiani? Quali mezzi scelgono per documentarsi e decidere, ad esempio, quali sono i settori in cui investire o cosa cucinare il giorno dopo? Un giovane italiano, con che strumenti acquisisce informazioni formando la sua coscienza politica? E un italiano di mezza età, invece? Le donne, gli anziani, a quali canali si rivolgono per documentarsi?

Segmentando il più possibile l’elettore tipo, scopriamo un universo frammentato che si informa e decide secondi dinamiche personali.

Bene, la risposta potrà sorprendere: tra banda larga, selfie e dirette Facebook, il canale preferenziale per l’informazione politica dell’italiano odierno è, ancora, la TV.

Sì, il feudo berlusconiano di ballerine scosciate e di fedelissimi direttori (ormai ex) come Emilio Fede è, oggi, il mezzo preferito dagli italiani per farsi una idea su chi votare il 4 marzo.

Tra l’ultimo eliminato alla nuova edizione de “L’isola dei famosi” e gli spot super fashion/luxury dei profumi francesi, l’italiano si ritaglia la sua informazione politica personale, potendo scegliere, semplicemente cambiando canale, esattamente il flusso di informazioni che si aspetta di trovare. E lo trova, soddisfatto, convinto che le sue opinioni siano, in effetti, condivise dalla maggioranza delle persone.

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Infatti, sempre secondo i sondaggi di Demopolis, attualmente è del 25% (circa 13 milioni di persone) la percentuale di italiani che non usufruiscono affatto di internet. Si tratta di un sicuro riparo dalla fake storm dei social network o è invece una grossa limitazione di informazioni?

Torniamo al nostro quesito: fake account, robot e strategie più o meno trasparenti su internet possono condizionare il voto degli italiani? La nuova risposta è: sì, ma non più di televisioni, poteri europei, testate internazionali e manifesti elettorali.