Lavoro

Lavorare meno per lavorare meglio. Ora lo dice anche una ricerca scientifica

Nel suo libro Good at work, Morten Hansen riporta i dati della sua ricerca, sostenendo che chi lavora meno oltre a vivere più serenamente ottiene anche migliori risultati

Clara Puzzovio

Content strategist

Anche le ricerche scientifiche dimostrano ora che meno si lavora e più risultati si ottengono.

Quante volte avete sognato di leggere questa frase per assecondare le vostre fughe mentali verso isole deserte nel bel mezzo di una riunione, sotto il bombardamento di task e deadline? Questa teoria ora è realtà, messa nero su bianco in Good at work, il nuovo libro del guru del management Morten Hansen.

Il professore dell’Università di Berkeley ha raccolto nel saggio i risultati di 5 anni di ricerche effettuate su 5000 lavoratori americani, equamente suddivisi per sesso, cultura, ruolo e settore lavorativo.

Con grande sorpresa, Hansen ha rilevato che è chi lavora per meno ore a ottenere i migliori risultati in termini di tempi e qualità. Ma come ci si riesce?

I 7 punti chiave dello smart work

Osservando il comportamento di chi si era distinto come top performer nella sua ricerca, Hansen ha portato alla luce i sette punti chiave dello smart work, quattro orientati ad ottimizzare il lavoro personale e altri tre a semplificare la collaborazione con gli altri. Ecco quali sono.

1. Lavora meno, dai il massimo

Doing more è solitamente una strategia imperfetta”, avverte Hansen, in caso non ce ne fossimo già accorti, e propone invece di spostarcsi verso la filosofia del do less, then obsess.

Non fatevi spaventare da questo obsess dal retrogusto stacanovista, però, perché per Hansen è solo un’iperbole utile a indicare che l’importante è scegliere accuratamente le priorità su cui concentrarsi e riservare un impegno esclusivo a quelle.

I dati rilevati sulla produttività dei 5000 partecipanti al suo studio, infatti, dimostrano che chi sceglie delle priorità e persegue con fermezza e impegno solo quelle, surclassa chi si barcamena tra una quantità indefinita di attività dalla priorità fittizia.

Allungare la to do list ha un’influenza negativa sulle performance, quindi Hansen consiglia anche di imparare a dire dei no al capo o ai clienti, nel caso dei liberi professionisti.

2. Ridisegna il tuo lavoro

Dall’analisi statistica oggetto del libro è emerso che se si lavora fino a 50 ore settimanali, aggiungere qualche ora extra può far raggiungere buoni risultati, ma se già si va oltre le 65 ore la qualità delle prestazioni si abbassa.

Hansen ci mette in guardia sull’iperproduttività: si rischia di produrre tanto, ma di non produrre nulla di valore, concetto cardine di questo approccio. Generare valore vuol dire produrre, in modo efficiente e di qualità, risultati che portano vantaggio agli altri.

Il consiglio del professore per compiere un redesign fruttuoso dell’organizzazione lavorativa è tagliare la fuffa e darsi anima e corpo solo a ciò che genera valore, ampliarlo, curarlo, renderlo efficiente.

3. Non limitare la formazione, mettiti alla prova continuamente

Anche sulla formazione Hansen ha da dire la sua. L’approccio tradizionale sostiene che ci vogliono 10.000 ore di pratica per essere abili in qualcosa.

Good at work spiega che non è quanto tempo si dedica a imparare, ma come si impara a fare la differenza. I performer migliori nelle statistiche della ricerca hanno dimostrano di adottare il learning loop, una successione ciclica di quattro passaggi: azione – misurazione dei risultati – analisi – revisione.

Tra i lavoratori intervistati chi è stato capace di imparare più efficacemente ha evidenziato la tendenza a mettersi alla prova partendo da flussi di miglioramento brevi, completabili anche in 15 minuti, come, ad esempio, provare a fare una richiesta durante una riunione, quindi osservare la risposta e agire di conseguenza o riformularla.

Il contesto lavorativo offre piccole e grandi occasioni per fare estemporanee prove su strada e migliorarsi, Hansen ci spinge a coglierle al volo per creare il nostro percorso formativo personalizzato.

4. Coltiva la passione e punta a uno scopo

I dati della ricerca hanno rilevato che le persone che ottenevano migliori risultati erano quelle che si mostravano più appassionate e più orientate a raggiungere uno scopo.

Si è facilmente immaginato che il motivo del loro successo fosse dato dal fatto che, essendo più motivate, dedicassero più ore al loro lavoro. Con grande sorpresa, Hansen ha notato invece che la chiave del successo non era il tempo, ma l’energia focalizzata sul progetto, generata dalla fusione tra avere passione e avere uno scopo: era questo il motore che attivava la loro attenzione e la loro capacità di essere propositivi.

5. Sii un capitano coraggioso

Le idee imposte dall’alto in modo freddo e sistematico vengono seguite con maggiore difficoltà dai collaboratori, che finiscono per eseguile senza sentirle proprie. Anche a questo Hansen trova rimedio, indicando al leader di coinvolgere il team prima di tutto emotivamente.

Il sistema prevede due fasi: prima ispirare il gruppo evocando emozioni comuni legate al progetto e, successivamente, fronteggiare gli ostacoli appena si presentano, con una grinta pratica.

Il ruolo riservato all’emotività è molto importante ed è ritenuto fondamentale in questo approccio per gettare le basi per una leadership stabile.

6. Confrontati e unisci

Anche sul lavoro in team le osservazioni di Hansen segnano una innovazione rispetto agli standard tradizionali, che suggeriscono di sollecitare gli elementi più brillanti della squadra per ottenere una rapida conclusione del lavoro – con l’effetto collaterale di dover ridiscutere l’idea in diversi momenti per aggiornarla e riformularla.

La prospettiva che emerge dai dati rilevati dalla ricerca evidenzia, invece, che per massimizzare i risultati bisogna favorire il dibattito e l’unità nel gruppo di lavoro.

Avere un confronto vivace, far intervenire persone con ruoli diversi, creare un clima favorevole in cui tutti si sentano liberi di dire la propria e non puntare tutto sul colpo di genio del talento individuale sono alcune delle dritte che Hansen indica per la buona riuscita di un brainstorming, sottolineando che, quando il confronto è chiaro e aperto sin dal principio, obiettivi e azioni si riescono a fissare in una sola riunione e tutti possono passare all’azione consapevoli del proprio ruolo.

7. Disciplina la collaborazione

Chi è abituato a lavorare in gruppo se ne sarà già reso conto: se non si definiscono dall’inizio ruoli, ambiti e compiti la collaborazione più che un aiuto diventa una penalizzazione. Per Hansen la soluzione sta nel “collaborare, senza collaborare troppo o troppo poco”, ovvero dare il proprio contributo con impegno, fissando un’organizzazione precisa e rispettandola.

Diventare Good at work per essere più sereni

Ma non di solo lavoro vive l’uomo e Hansen lo sa bene: dalla sua ricerca emerge che chi lavora meno, ma in modo smart, migliora anche la gestione dei tempi dedicati alla famiglia e previene il rischio di burnout.

Per questo seppellisce il vecchio mantra work hard (sempre pronto a far rima con play hard) in favore di un più moderno work smart e conclude il suo libro ricordandoci che, se ci applichiamo a diventare good at work, non lo facciamo solo per avere più successo professionale, ma soprattutto per avere una vita più serena.