Non solo privacy

Bambini e social, istruzioni per l’uso (e in cosa i genitori dovrebbero educarli)

Chi protegge i bambini sui social network? Un punto su sharenting, privacy, e non solo, e un libro per approfondire

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Vivere in rete gran parte delle nostre vite significa esser bombardati continuamente dal dilagare di fake news ed essere esposti a fenomeni quali cyberbullismo, hate speech o revenge porn. Spesso si è invocato l’intervento dei gestori delle piattaforme social per monitorare e bloccare i contenuti correlati a tali fenomeni che viaggiano liberamente online: d’altronde, se è difficile per gli adulti controllarli e gestirli in maniera corretta (i contenuti), figuriamoci i più giovani e i bambini, che non possiedono gli strumenti necessari per poterli identificare e giudicare.

All’interno del dibattito sul ruolo ricoperto dalle più importanti piattaforme di social media nella gestione di questi fenomeni, il quotidiano britannico The Guardian ha reso pubblica l’indagineFacebook Files’, che ha portato alla luce i documenti interni di Facebook, che riguardano le linee guida da seguire per la moderazione dei contenuti sulla piattaforma, quali fotografie e video espliciti, messaggi che veicolano l’odio online, oltre che le famigerate fake news.

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Cosa (non) fa Facebook per proteggere i bambini

Per quanto riguarda gli abusi sui minori, se non sono di tipo sessuale (ma se consistono, ad esempio, nel bullizzare un bambino) Facebook ha dichiarato: “Non interveniamo sulle foto che mostrano abusi verso i bambini. Avvisiamo gli utenti sulla presenza di video sulle violenze che li potrebbero disturbare. Rimuoviamo le immagini di abusi sui bambini solo se sono condivise con commenti sadici o che esaltano le violenze”. 

L’idea alla base è che mantenendo questi contenuti online si possano fornire informazioni a cittadini e forze dell’ordine, che possono successivamente intervenire per aiutare i bambini che subiscono violenze.

Ma come si fa a giudicare in maniera precisa quando un contenuto è effettivamente dannoso, e quindi da rimuovere, o meno?

Le istruzioni contraddittorie contenute in questi documenti non aiutano le migliaia di moderatori che ogni giorno si occupano di rivedere i post segnalati su Facebook, e interpretare le regole può essere difficoltoso, soprattutto nel caso di contenuti a sfondo sessuale. Se esistono infatti contenuti espliciti che rappresentano una chiara violazione delle regole di utilizzo di Facebook, ci si può però trovare di fronte a video o post che sono invece meno espliciti e che, pertanto,  richiedono valutazioni aggiuntive, che sono però influenzate dal giudizio soggettivo dei singoli moderatori.

Proprio in virtù di questo limite, Facebook sta lavorando a nuovi sistemi di intelligenza artificiale al fine di rendere più accurata e precisa la revisione automatica dei post. Al momento non sappiamo né quando né come evolverà questo processo, perciò non possiamo evitare di chiederci cosa possiamo fare, noi adulti, per tutelare la presenza dei minori presenti su queste piattaforme.

Nasci, cresci e posta…

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È proprio partendo da questo assunto che si sviluppa il libro “Nasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini, ma chi li protegge?”, scritto a quattro mani dal giornalista Simone Cosimi e dallo psicoterapeuta Alberto Rossetti.

Un piccolo, ma utilissimo, ‘manuale’ rivolto ai genitori per aiutarli a comprendere le dinamiche che si innescano con la presenza di bambini e adolescenti sui social, perché se è ormai indiscutibile che i più giovani vivano gran parte della loro vita su queste piattaforme – talvolta arrivando a considerare la vita reale e quella virtuale un tutt’uno indivisibile – è altrettanto vero che molti dei loro comportamenti non vengono realmente compresi dagli adulti. L’assunto ‘mio figlio è troppo dipendente dai social’ non è sufficiente per affrontare la questione e le problematiche ad essa connesse. Se partiamo dal presupposto che fenomeni come quello dell’hate speech o del cyberbullismo nascono sui social, dobbiamo anche essere consapevoli che il più delle volte non si esauriscono in questi luoghi virtuali, ma hanno delle serie ripercussioni nella vita reale dei più giovani.

Non a caso, nella prefazione al libro, il docente di Informatica Digitale all’Università di Milano, Giovanni Ziccardi, scrive: “Ancor prima di un’opera di educazione civica digitale, è necessaria una nuova opera di educazione civica ‘tradizionale’, di ritorno alla legalità e al suo insegnamento. I problemi sociali vengono infatti prima dei problemi tecnologici e molte questioni emerse sui social e sulle reti potrebbero essere risolte alla base”.

Qual è l’età giusta per stare sui social?

Nonostante nelle ‘Condizioni d’uso’ di diversi social networks, la soglia minima indicata per potersi iscrivere è quella di 13 anni, molti giovani al di sotto di quell’età hanno già un account personale, questo perché è sufficiente dichiarare di averne 13 senza che venga effettuato alcun tipo di controllo da parte della piattaforma, né che venga richiesta una conferma da parte dei genitori, fatta eccezione per WhatsApp.

Ma cosa spinge un bambino di dieci anni ad essere sui social? E cosa spinge un genitore a ritenere che non si possa proibire al figlio di esserci?

È assodato che i cosiddetti ‘nativi digitali’ siano esposti alla tecnologia fin dalla nascita: una generazione nata dentro lo smartphone che cresce a pane e social network. Per questo forse viene naturale pensare che sia giusto farli approcciare il prima possibile alle tecnologie, pena il rischio di restare indietro, di non stare al passo coi tempi e con i coetanei, a volte ritenendo queste piattaforme un luogo dove imparare e relazionarsi con gli altri.

Ma, come sostengono gli autori del libro, “I social non possono essere considerati una palestra di vita, ovvero un luogo sicuro in cui si impara a relazionarsi fin da piccoli, perché la struttura stessa dei social media non consente al bambino di comprendere esattamente in che tipo di ambiente si sta muovendo”, per poi porsi l’interrogativo: “È davvero necessario che un bambino di 8 anni passi per questa esposizione, che nasconde molti pericoli, per poter crescere?”.

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Sharenting, ovvero condividere le immagini dei bimbi

Tutta la discussione sul quale sia l’età giusta perché un minore sia presente sui social non tiene conto però di un altro fenomeno, tutto social, che più che i giovani vede protagonisti i loro genitori. Lo Sharenting, meglio conosciuto come la condivisione di immagini  e video dei propri bambini sulle piattaforme di social media, sembra ormai essere molto diffuso, al pari di una moda da seguire.

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Prima ancora di venire alla luce, i futuri bambini sono già online, dentro le immagini postate dai loro genitori che ne preannunciano l’arrivo e ne documentano la vita giorno per giornoQuesto fenomeno pone delle questioni legate in primis alla ‘pericolosità’ che si cela dietro la condivisione di informazioni e immagini che resteranno online per un tempo indefinito, e di cui ogni piattaforma rivendica la proprietà, una volta pubblicate e condivise online. Non sono poi così rari i casi di furto dell’identità digitale (digital kidnapping) o di quelle immagini di bambini che finiscono su siti pedopornografici.

Sorgono poi anche delle domande sul piano etico, in quanto il fenomeno mette al centro la questione del diritto alla libertà di scelta di ogni singolo individuo. Per quanto il condividere interi album di fotografie dei propri bambini possa da un lato supplire alla solitudine di chi vive l’esperienza della genitorialità, dall’altro va ad alimentare un bisogno di cercare conferme, approvazioni e gratificazioni personali, che sui social ha trovato la sua più evidente espressione.

Ma quando i figli saranno cresciuti e in grado di prendere delle decisioni in maniera autonoma, cosa penseranno del loro passato digitale, della loro presenza in rete che si ritroveranno a dover gestire senza che nessuno abbia chiesto la loro approvazione?

Perché ci diciamo preoccupati di un ragazzo che inizia ad utilizzare Facebook in giovanissima età, ma non ci preoccupiamo delle ripercussioni che è in grado di alimentare questo fenomeno?

Come precisano gli autori del libro: “Oggi si rincorre l’utopica idea di un’educazione digitale di tipo cognitivo e comportamentale, che insegni cioè ai ragazzi a utilizzare questi nuovi media in maniera corretta e sicura, non mettendo in discussione il modo in cui vengono utilizzati dagli adulti… il caso dello ‘Sharenting’ è da questo punto di vista emblematico. Alcuni bambini fin dai primi giorni di vita entrano nel flusso continuo dei social media attraverso i racconti, le foto e i video dei genitori”.

Privacy e minori

Un altro tema spesso affrontato è quello della privacy, o meglio della sua totale assenza nell’epoca in cui tutti condividiamo i nostri dati e le informazioni, senza renderci conto di come questi poi viaggino in maniera autonoma nel web, sfuggendo al nostro controllo. Se la questione è preoccupante quando parliamo di persone adulte, figuriamoci quando ad entrare in gioco sono dei minori.

Sul piano legislativo l’UE si sta muovendo verso l’approvazione del nuovo Regolamento in materia di protezione dei dati personali, che entrerà effettivamente in vigore il 25 maggio 2018. Il Regolamento, proclamando la tutela del diritto alla protezione dei dati personali inteso come diritto fondamentale delle persone fisiche, si basa sul principio dell’autodeterminazione informativa, per cui ogni attività di raccolta dei dati personali dovrà essere preceduta da informazioni adeguate, in modo da garantire la possibilità di ognuno di decidere liberamente e consapevolmente.

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In particolare per quanto attiene i minori, l’articolo 8 del Regolamento, citato anche nel libro, prevede che: “Per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione ai minori, il trattamento di dati personali del minore è lecito ove il minore abbia almeno 16 anni. Ove il minore abbia un’età inferiore tale trattamento è lecito soltanto se e nella misura in cui tale consenso è prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale”.

Dunque, alla luce del nuovo Regolamento, Facebook (o qualunque altra piattaforma social) non potrà procedere all’offerta di servizi nei confronti di minori che non abbiano compiuto 16 anni.

Questo comporta una doppia responsabilità: in capo alla società che offre il servizio, alla quale spetta verificare che il consenso venga prestato con tutti i metodi disponibili, e in capo ai genitori che vengono formalmente chiamati in causa in quanto responsabili dell’educazione digitale dei propri figli.

Un piccolo passo avanti sul piano legislativo, un grande passo avanti per la giovane umanità che popola il mondo dei social media.

L’educazione parte dai genitori

Se non è facile essere genitori ai tempi dei social media, al contempo non possiamo pensare che la soluzione sia eliminare i social dalla vita dei propri figli, risolvendo così il problema alla radice. È possibile ritardare questo momento, lasciarli vivere la loro infanzia slegati però dalle tecnologie digitali: avranno una vita intera per vivere il web, e prima o poi arriverà il momento in cui non si potrà negare loro di aprire un profilo Facebook o Instagram. Quando quel giorno arriverà, sarà meglio che siano prepararti e ben consapevoli di cosa hanno di fronte.

Diventa per questo fondamentale il sostegno dei genitori nell’accompagnare i figli in questo percorso, cercando di comprendere insieme a loro limiti e opportunità, rischi e pericoli, senza la paura di far emergere le criticità insite in questi nuovi media.

I genitori sono chiamati a rispondere ad una delle sfide più importanti dei nostri tempi: educare i propri figli all’utilizzo dei nuovi media. Perché se, a volte, in questi luoghi virtuali, che sono oramai un’estensione delle nostre vite reali, “comprendere è impossibile, conoscere è necessario”.

Ai posteri, futuri adulti, l’ardua sentenza.