Analisi

Perché Facebook vuole proteggerci dalle nostre foto compromettenti, chiedendocele

Facebook vorrebbe prevenire la porno vendetta "al contrario". Dietro questa operazione, però, c'è un esperimento di intelligenza artificiale e, soprattutto, vuoti legislativi da colmare

Martina Masullo
Martina Masullo

Social dreamer

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Foto di nudo per combattere il revenge porn? Ne avrai sentito parlare: sembra un paradosso ma, in realtà, è l’ultima strategia di Facebook per prevenire questa piaga della società che si diffonde proprio tramite i social.

Revenge porn e social network

Per prima cosa, tutti (o quasi) sanno cos’è il revenge porn? La porno vendetta è la pratica, purtroppo, oggi molto comune di pubblicare video o foto intimi di ex partner allo scopo di creargli un danno, talvolta isolandolo dal resto della società e procurandogli una condizione di disagio.

Attraverso i social network, tutto questo è davvero molto semplice: i contenuti vengono condivisi con migliaia di persone, contemporaneamente, viaggiano a velocità impressionanti e rimangono online anche molto a lungo, radicandosi nei meandri della Rete.

Troppo spesso gli atti di revenge porn finiscono in tragedia, tanti, negli ultimi anni, sono stati i casi di suicidio come conseguenza di azioni del genere.

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I numeri della porno vendetta

Cyber bullismo, hate speech, flaming e revenge porn sono solo alcuni dei fenomeni che rendono il web sociale un “luogo” sempre più a rischio e proliferante di abusi. Dal punto di vista legale, la regolamentazione di tali fenomeni è un processo che si muove a rilento e sembra non arrivare mai al dunque.

Ma quanto il revenge porn incide davvero sulla società? Chi sono le sue vittime? E che proporzioni sta acquisendo? Il Data & Society Research Institute e il Center for Innovative Public Health Research hanno definito alcuni dati legati alla porno vendetta. Per il momento, si tratta di un’indagine eseguita, esclusivamente, sulla popolazione americana ma ugualmente indicativa.

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Il 4% degli utenti americani (uno su venticinque, circa 10 milioni, per intenderci) ha ricevuto minacce di pubblicazione di materiale intimo o ha visto pubblicati contenuti espliciti senza il proprio consenso. L’indagine sembra portare alla luce che tra le vittime del revenge porn non c’è distinzione di etnia, livello di istruzione o status sociale.

Quali sono le categorie più colpite? Come è intuibile, le percentuali salgono tra le ragazze dai 18 e i 29 anni (12%) e la community LGBT (17%).

La mancanza di un apparato legale adeguato e la delicatezza di una questione di cui si parla ancora troppo poco porta le vittime verso effetti non trascurabili sia dal punto di vista psicologico che relazionale.

Wired UK afferma che il 93% delle vittime ha dichiarato di aver subito un “forte stress emotivo” dopo la pubblicazione illecita, l’82% di aver ricevuto danni sociali e occupazionali, il 51% di aver pensato al suicidio e il 42% di aver fatto capo ad un supporto psicologico.

Cosa fa la legge per punire chi pubblica le nostre foto per vendetta

Dal punto di vista legale, la strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa. Nell’aprile 2015, nel Regno Unito, è entrato in vigore un emendamento che prevede due anni di reclusione per chi pubblica un contenuto esplicito e privato senza il consenso della persona interessata. Attualmente, sono stati già rilevati 206 casi.

In Italia, la situazione è un po’ diversa: il disegno di legge contro il revenge porn presentato nel 2016 appare ancora oggi incompleto e mancante di alcune fattispecie rilevanti.

Ecco, dunque, che modificare, definire ed aggiungere alcune funzioni all’interno dei social  – canale preferenziale (anche) di una viralità malsana e nociva – potrebbe essere la soluzione per evitare tutto questo.

Cosa fa Facebook

Già qualche mese fa, Facebook aveva fornito agli utenti nuovi strumenti per segnalare una “foto esplicita” al team operativo che doveva analizzarla in base agli standard di comunità e, eventualmente, rimuoverla.

Ora, forse anche per rimediare ad un vuoto legislativo notevole, Facebook sta testando un nuovo metodo davvero incisivo. Si tratta di chiedere agli utenti che pensano di essere vittime di revenge porn di condividere, con il social network, le proprie foto di nudo. Sì, proprio così: la foto serve per creare un’impronta digitale delle immagini intime per evitare che altre persone la condividano.

facebook

Come funziona

In cosa consiste l’esperimento? Si tratta di una strategia basata sulla prevenzione e non sull’azione successiva alla pubblicazione del contenuto in questione. Tuttavia, come è intuibile, lo sforzo da parte dell’utente è enorme.

Per il momento, si tratta di un intervento in forma sperimentale che ha preso il via solo in Australia, paese il cui governo si è già dimostrato molto vicino alla problematica, lanciando un portale dedicato per fornire aiuto alle vittime di revenge porn. Facebook sta, attualmente, collaborando con l’Ufficio della Sicurezza online e sta marcando le prime linee guida di questo nuovo metodo.

Come riporta l’Australian Broadcasting Corporation, dopo aver compilato un apposito questionario fornito dall’ufficio e-Safety – che si occupa, appunto, di sicurezza online – all’utente “basterà” inviare su Messenger la propria foto di nudo.

Quest’ultima verrà etichettata come “immagine intima e non consensuale” ed è a questo punto che Facebook la trasforma in un’impronta digitale facilmente riconoscibile tramite intelligenza artificiale e altri software. 

Facebook dice che conserverà le foto (ma basta per fidarsi?)

A questo punto, a scanso di equivoci, è importante sottolineare che il social network non memorizzerà le originarie foto di nudo inviate dagli utenti ma ne archivierà solo le impronte digitali, necessarie al riconoscimento futuro delle immagini illegalmente diffuse.

Insomma, un esperimento che, in realtà, rappresenta molto di più. Un passo enorme per Facebook che definisce, ancora una volta, numerosi spunti di riflessione ed interrogativi su una questione così importante come il revenge porn, l’abuso di immagini private e tutto quello che gravita attorno al diritto alla privacy online e alla sua violazione.

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Scritto da

Martina Masullo

Social dreamer

Ho 23 anni e sono laureanda in Corporate Communication and Media all'Università degli Studi di Salerno. Giornalista pubblicista e social media editor, ho coniugato due delle mie ... continua

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