Lavoro

La metà dei nostri ingegneri? All’estero. Ma qui il lavoro ci sarebbe pure

La domanda del settore industriale deve fare i conti con le scelte non convenzionali dei neolaureati in ingegneria

Marco Fongaro

Web Marketing Assistant

Pochi ingegneri da queste parti? No. Tutti all’estero? Nemmeno. Il mercato italiano del lavoro soffre però la carenza di laureati in ingegneria.

Secondo gli ultimi dati raccolti dal sistema informativo Excelsior di Unioncamere e dell’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro (ANPAL), progettisti e ingegneri rientrano tra le professionalità che le aziende riescono a reperire più difficilmente tra gli under 30, trovando difficoltà nel 59% dei casi.

Quanti sono i nuovi ingegneri

Dati e statistiche rilevano un gruppo piuttosto nutrito di laureati in ingegneria: i database di Almalaurea ne contano più di 33 mila, il 12% del totale laureati nel 2016, superati solo dai 39 mila dottori in economia.

È altrettanto vero che questa categoria di giovani professionisti non ha eccessive difficoltà a iniziare la propria carriera: a cinque anni dal titolo lavora l’88% dei dottori magistrali in ingegneria, subito dietro al 93% di medicina.

Anche i conti in banca non languono: le retribuzioni mensili nette sono pari a 1.717 euro, decisamente superiori ai 1.405 euro che formano la media percepita da studenti provenienti da altri gruppi disciplinari.

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La tentazione di andarsene

ingegneri al lavoro

Il quadro non si può tuttavia definire completo senza un termine di paragone più ampio.

Dando uno sguardo oltre le frontiere, il centro studi del Consiglio Nazionale degli Ingegneri (CNI) rileva che l’8,3% dei laureati in ingegneria orienta le proprie aspettative professionali all’estero. Il dato è in lieve calo rispetto agli anni precedenti, ma il flusso rimane attivo.

Il fattore più influente sono senza dubbio le retribuzioni: le buste paga dei giovani ingegneri escono a testa alta nel confronto con quelle di altri professionisti freschi di laurea ma cedono il passo davanti alla retribuzione media europea per la loro categoria: 2.029 euro.

Il fenomeno potrebbe essere classificato sotto la comune nomea di “fuga di cervelli”, ma è forse più appropriato definirla una naturale mobilità del lavoro, che da tempo travalica i confini geografici.

In questo senso si esprime anche Massimiliano Pittau, direttore della Fondazione Cni:

«Se uno deve scegliere tra trasferirsi in Italia o all’estero, sarà naturale andare dove la retribuzione è più conveniente, almeno in fase di ingresso. È solo una questione di mercato.»

Il cambio di mentalità

braccio robotico - industria 4.0

Ad essere messa in gioco è la visione stessa del lavoro e del mercato. Nel pieno della rivoluzione 4.0 dell’industria, l’aggiornamento e l’interazione dei sistemi fisici e informatici sono importanti quanto la preparazione e la mentalità delle figure professionali.

Maurizio Del Conte, presidente ANPAL, pone l’accento sulla formazione.

«Ora che la ripresa si sta consolidando, emerge il ritardo accumulato nella costruzione di profili professionali adeguati alla richiesta delle imprese che hanno investito in tecnologie e che ora tornano ad assumere. Per questo occorre realizzare un’efficace filiera della transizione dalla scuola al lavoro, orientando gli studenti sulla base di un’analisi puntuale della domanda espressa dal mercato.»

Questo gap è il riflesso della differenza di mentalità tra gli imprenditori e i giovani professionisti, questi ultimi non necessariamente intenzionati a lavorare nelle imprese tradizionali di industria e manifattura.

Le scelte non convenzionali degli ingegneri

meeting ingegneri

I neolaureati nel settore sono infatti sempre più attratti da carriere alternative a quelle che offre una tradizione ancora ben radicata.

I dati del CNI rivelano che nel settore industriale lavora solo il 54,2% degli ingegneri, mentre il 44% è impiegato nel settore dei servizi: l’11,8% nel segmento di informatica e dati e l’11,6% nella consulenza, settori che assorbono rispettivamente oltre al doppio delle risorse indirizzate sulla manifattura (5%).

Dietro a questi dati si annida ancora una volta il ritardo tecnologico delle imprese italiane, il quale scoraggia i profili più qualificati dall’investire le proprie competenze in ambienti lavorativi superati. Anche su questo tema interviene Pittau:

«Il problema è il tessuto manifatturiero che ha carenze di innovazione che lo rendono poco attrattivo. E questo fa sì che i laureati si orientino altrove, dalla consulenza al management, dove sono apprezzati perché combinano conoscenze economiche e sul ciclo di produzione».

Ecco dunque che gli ingegneri si reinventano consulenti e manager, riflettendo l’immagine del talento che emerge, esprimendosi anche in assenza del supporto tecnologico e in attesa di un cambio di mentalità politico e imprenditoriale che rispecchi le attese.

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