Social Media

Come i social media ci hanno raccontato l’Uragano Harvey

Lo storytelling ha trasformato Harvey nella prima tempesta virale

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Quando l’Uragano Harvey si è abbattuto sul Texas, il primo posto dove noi utenti e grandi frequentatori dei social abbiamo appreso la notizia è stato su Facebook o su Twitter. Certo, non è strano: i social media sono diventati il più grande strumento di creazione e trasmissione delle informazioni.

Se fino a qualche tempo fa i quotidiani, la radio e ovviamente la televisione detenevano un ruolo di primo piano, oggi si trovano relegati in secondo piano.

L’ennesima dimostrazione si è avuta quando Harvey si è abbattuto con la sua furia distruttiva sulle terre a sud del Texas e della Louisiana, causando non pochi problemi a tutta la popolazione. Perfino la tempesta, però, non ha impedito di raccontare il disastro attraverso i social.

Twitter, ad esempio, è la piattaforma che in assoluto mantiene un costante contatto con le agenzie governative che gestiscono le emergenze. Ma il più delle volte, sono le stesse autorità a lanciare appelli con un tweet, si pensi alla polizia della città di Houston che ha richiesto ad ogni persona in possesso di un’imbarcazione di rendersi disponibile per soccorrere e salvare le persone in pericolo di vita.

Se Twitter si muove, Facebook non rimane fermo, grazie a uno degli strumenti più utili nei casi di emergenza: il Safety-check ha permesso a centinaia di persone di registrarsi come “salvo” sui propri profili, comunicare con i propri parenti e condividere altre informazioni.

Lo stesso Zuckerberg fa sapere sulla sua pagina che la compagnia sta investendo molto in questo tipo di  soluzioni, volte a rispondere in maniera efficace ad una crisi, come è stata quella causata dall’Uragano Harvey.

Quel confine sottile tra realtà e finzione

Dunque, è vero, mai come oggi abbiamo l’opportunità di accedere a infinite fonti d’informazione. Senza contare la capacità che alcune immagini hanno avuto nel processo di narrazione dell’Uragano Harvey.

L’immagine di una casa di cura in Texas completamente allagata che diventa virale fa scattare quella percezione del pericolo che ha permesso ai residenti di fuggire e mettersi in salvo.

C’è però da tenere in considerazione anche un altro elemento, legato al fatto che spesso queste piattaforme diventano il luogo dove circolano più le fake news o immagini false e ritoccate. Basti pensare alla fotografia di uno squalo che nuota su un’autostrada allagata della città di Houston o a quella tanto discussa foto di Barack Obama che lo ritraeva insieme alla vittime dell’Uragano Harvey. La viralità di questa immagine che ha circolato su Twitter, ricevendo più di 7000 tweet, è stata altissima, almeno finché la CNN non ha dato la notizia che si trattava di una foto risalente ad anni prima in cui l’allora Presidente degli Usa venne ripreso mentre distribuiva dei pasti durante la festa del Ringraziamento.

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Ecco che ci si muove lungo il delicato confine tra realtà e finzione, perché se è vero che queste piattaforme stanno sempre più sperimentando nuovi strumenti per far fronte alle emergenze in modo da gestire al meglio una crisi, traendone dei benefici, dall’altra va ad alimentare quel processo di disinformazione che assume sempre più dimensioni pericolose.

La faccia triste dell’America

Chi di noi, durante i giorni in cui l’uragano Harvey si è abbattuto sull’America, non ha digitato su Twitter #Harvey per seguire la vicenda e restare aggiornato? E quanti di noi sono stati letteralmente invasi da meme nel proprio feed che rivestivano una vicenda drammatica di un carattere grottesco?

Gli esempi sono tantissimi, basti pensare alla foto dell’ormai famoso gatto che nuota nella tempesta, immortalato dal fotografo Scott Olson, che con più di 65.000 condivisioni ha raggiunto una viralità inaspettata, tanto che sui social sono iniziati a circolare meme di ogni genere,  che hanno fatto del “pissed cat” il simbolo della resilienza felina di fronte la forza distruttiva della tempesta.

Ma forse la “vittima” più colpita dall’ironia dilagata sul web è stato il conduttore televisivo americano Steve Harvey, la cui omonimia con l’uragano lo ha reso il protagonista del fenomeno tutto social che ha assunto i connotati dell’“Urgano Steve Harvey”. Inutile dire quanto sia diventato popolare, sebbene il conduttore abbia reagito con disdegno a queste immagini che lo ridicolizzavano.

Una vera invasione di immagini dai riferimenti più disparati ha travolto le nostre home, come quelle che, puntando sempre sul gioco di parole, hanno fatto paragoni con la commedia Harvey del 1950 che ha come protagonista James Stewart, il cui amico immaginario è proprio un coniglio che si chiama Harvey.

Un modo ironico per reagire alla paura e al senso di impotenza di fronte a una situazione che non si sa o non si può gestire?

Forse non è un caso che la maggior parte di questi meme veicolati provengano proprio dagli abitanti della città di Houston, coloro che, più di chiunque altro, hanno subito i danni provocati dall’uragano. E forse è proprio questa capacità di sorridere di fronte alla faccia triste dell’America, che ha spinto molti a cercare rifugio in quel luogo virtuale in cui poter, anche solo per un attimo, sentirsi leggeri, sorridere, mentre tutto intorno va scomparendo.

La solidarietà arriva dalla comunità online

Uno degli aspetti più interessanti di questo fenomeno è come i social media siano riusciti a coinvolgere gli utenti ad attivarsi per fornire assistenza, sia essa psicologica, fisica o monetaria.

Sul fronte umanitario, la grande organizzazione no profit Comic Relief USA si è distinta per il lavoro che è riuscita a mettere in piedi mentre l’uragano si abbatteva provocando danni e vittime. Nata con lo scopo di aiutare le comunità più povere o che si trovano a vivere un momento difficile, attraverso il potere dell’intrattenimento e dello spettacolo, ha dato vita alla campagna di fundraising #HandinHand  che ha riscosso un grande successo sui social media. Molte sono le organizzazioni che hanno aderito come partner e che hanno sostenuto questa grande raccolta fondi per aiutare le popolazioni colpite dall’Uragano.

La ATTN, ad esempio, una grande società che si occupa di raccontare storie sfruttando a pieno gli strumenti e le opportunità offerte dai social, è riuscita a raccogliere ben 80.000 dollari per la campagna lanciata da Comic Relief, tanto che lo stesso Zuckerberg in un post su Facebook si è congratulato con loro per l’ottimo utilizzo delle dirette di Facebook di cui hanno fatto uso per supportare questa grande campagna.

E anche dal fronte dello spettacolo non sono mancati interventi a sostegno di coloro che sono sopravvissuti all’Uragano. La regina dei social Beyoncé, durante un suo discorso nella chiesa di St John di Houston, ha celebrato i suoi concittadini che sono riusciti a salvarsi dalla tempesta. Questo l’intervento postato dalla pagina dei suoi fan su twitter, @Bey_Legion.

Il suo contributo non si è certo limitato a celebrare con le parole i sopravvissuti, perché a conclusione dell’intervento, insieme alla figlia Tina e all’attrice Michelle Williams, ha aiutato a servire dei pasti a tutti coloro che erano presenti.

Tanti gli artisti che hanno fatto sentire la loro voce e loro presenza in un momento così difficile per l’America. Lo scorso 12 settembre, è andato in onda il telethon di Hand in Hand, organizzato per raccogliere fondi da inviare alle vittime degli Uragani Irma e Harvey. Alla serata di beneficienza c’erano attori, cantanti e personaggi del mondo dello spettacolo, che grazie ai video e alle foto postate su Twitter sono riusciti a coinvolgere e a stimolare le persone a fare la loro offerta durante la notte del telethon.

Non a caso allora l’Uragano Harvey è stato definito dal Times Magazine “la prima tempesta sui social media”, perché mai come in questa occasione, rispetto alle emergenze passate, le piattaforme sono state lo strumento che più di ogni altro ha veicolato ogni genere di informazione e aggregato le persone attorno ad un disastro di quelle proporzioni. Luoghi come Facebook, Twitter sono riusciti ad essere un vero collante, uno strumento di aggregazione sociale con una portata virale fortissima.

È grazie a queste piattaforme se oggi è sempre più possibile creare delle vere comunità online, in cui le persone condividono interessi o possono mostrare il loro sostegno a chi ne ha bisogno. In un momento storico in cui si ergono ancora muri e si chiudono le frontiere, quello che i social media riescono a fare è abbattere queste barriere fisiche e unire le persone.

Forse la grande partecipazione sui social risponde ad un bisogno atavico dell’uomo, quello di non sentirsi solo ma  parte di un qualcosa che va sempre più scomparendo nella realtà di tutti i giorni, di sentirsi compreso e protetto, esattamente come una volta facevano le comunità. Prima ci si riuniva nei villaggi, nelle chiese, oggi lo si può fare direttamente da casa. Basta accendere il pc, loggarsi, e in un attimo, entriamo nelle case delle persone, parliamo con loro, ci prendiamo un caffè insieme e condividiamo tutte le nostre passioni, i nostri pensieri e le paure. Nell’epoca dell’individualismo più selvaggio, i social media hanno il potere di restituirci una dimensione collettiva che facciamo fatica a ricercare nella vita di tutti i giorni.

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