Mobile Marketing

Dal microfono allo smartphone, l’era del mobile journalism

Lettori e notizie sempre più digitali impongono nuove regole al giornalismo, che diventa Mojo

La fruizione delle notizie funziona sempre più spesso in modo contrario al passato. Fino a neanche tanto tempo fa, per conoscere gli ultimi aggiornamenti dal mondo era necessario acquistare un giornale o quantomeno accendere la televisione. Ricordo momenti come l’attentato alle torri gemelle di New York, subito dopo il quale le trasmissioni erano state interrotte per mostrare le cosiddette “breaking news”, che altrimenti i telespettatori non avrebbero visto fino al successivo telegiornale.

Oggi, invece, entriamo in contatto con le notizie in un modo che, prendendolo in prestito dal marketing, potremmo definire “pull” – all’utente medio basta avere accesso a internet, in particolare ai social tramite il proprio smartphone, per essere “tirato dentro” le ultime notizie senza dover muovere un dito, ovunque si trovi e quasi in real time. Basta uno sguardo veloce ai trending topics su Twitter, il nome di una città o qualche altra parola che non ci torna, per trovarci catapultati in tempo reale nelle notizie in anteprima. Dagli scioccanti video amatoriali fatti con lo smartphone durante gli attentati, alle foto di vip nei posti più disparati, siamo tutti allo stesso tempo fruitori e creatori di informazione, lettori e giornalisti.

E i giornalisti veri, in uno scenario del genere, che fanno? Quando il tuo lavoro è essere presente dove accade l’azione, e centinaia di migliaia di persone possono essere già lì mentre tu stai giusto salendo in macchina per andarci, come fai a continuare ad essere competitivo?

È un dilemma che i giornalisti, ma prima di loro gli editori stessi, si sono posti e si stanno ancora ponendo, perché la risposta, in verità, non è facile. Ma è ormai innegabile che l’avvento degli smartphone, delle connessioni ovunque, dei social media, della vita in diretta, abbiano cambiato per sempre il mondo del giornalismo, tanto da giustificare l’introduzione di un nuovo termine, l’inglese Mojo – Mobile Journalism.

Un nuovo tipo di giornalismo?

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Non è corretto definirlo una forma alternativa di giornalismo, come non sarebbe corretto definire la comunicazione attraverso gli influencer un’alternativa alle media relations. Il Mobile Journalism è l’ovvia evoluzione del giornalismo tradizionale ai tempi del digitale, in cui il problema non è più solo la modalità di fruizione dei contenuti, ma la modalità della loro stessa creazione.

Lo smartphone, quindi, è diventato il nuovo microfono nell’immaginario collettivo del giornalista. Il moderno Clark Kent, che riesce ad essere sempre nel luogo dell’incidente in un attimo non grazie ai poteri di Superman, ma grazie alla sua capacità intrinseca di essere nel posto giusto al momento giusto per davvero, e di possedere un cellulare carico, una copertura stabile e tante app ad hoc per confezionare la sua notizia al meglio, con risultati degni di uno studio di registrazione.

Questa necessità di fare mobile journalism ha posto grandi sfide non solo ai giornalisti ma soprattutto agli editori, come dicevamo. E alcuni l’hanno colta con grandi risultati, riconoscendo l’impossibilità dell’ubiquità e il valore della presenza sul territorio e del tempismo come molto più importanti di qualsiasi costoso strumento di editing o materiale fotografico. Risale all’anno scorso, negli Stati Uniti, il primo caso di redazione locale interamente da remoto, in cui tutti i giornalisti lavorano come mobile journalists, preparando i servizi con il proprio smartphone o laptop, inviando prodotti finiti ad una redazione “virtuale”.

Questo può rappresentare un vantaggio notevole per certe tipologie di testate, specie se online, permettendo di ottenere una riduzione dei costi e un vantaggio competitivo sui concorrenti incredibile, ma chiaramente necessita di un cambio totale sia a livello infrastrutturale che di mentalità.

Il mobile journalism come opportunità

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Dall’altra parte, per i giornalisti, questa rappresenta un’opportunità incredibile. Uno smartphone è molto più piccolo e versatile di una videocamera, e permette ai più audaci di realizzare in pochi minuti e con poca attrezzatura servizi impensabili fino a pochi anni fa.

Per non parlare poi dei social media: il più grande ostacolo per i giornalisti, che si trovano a dover battere in tempismo orde di persone pronte a condividere un video amatoriale con un semplice click, è anche il loro migliore alleato se utilizzato per far emergere storie vere, autentiche, impattanti. È il caso del celebre account Instagram aperto dal Time dall’evocativo nome @findinghome, attraverso il quale un gruppo di giornalisti sta seguendo da un anno alcune famiglie di rifugiati siriani mentre cercano di rifarsi una vita in Europa. Tra nuovi nati, momenti di sconforto, gesti di affetto e tanta quotidianità, è nato un progetto bellissimo, che non sarebbe mai stato possibile o sensato realizzare anche solo pochi anni fa, e che soprattutto non avrebbe probabilmente ottenuto la stessa portata in termini di audience.

Un mondo di app per tutti i mobile journalists

E se il cellulare è lo strumento base del Mojo, le app sono quegli add-on fondamentali che rendono possibile il suo lavoro. Gratuite e a pagamento, conosciute da tutti o per pochi insider, c’è un intero mondo di applicazioni per questa categoria di professionisti (o quantomeno, da loro adottate).

A cominciare con le app che permettono di riappropriarsi della fotocamera dello smartphone, settandone tutti i parametri come nella migliore delle reflex. Uno degli esempi più noti è FilmIc Pro, che permette di passare ad un controllo totalmente manuale di aspetti come il focus, l’esposizione, il bilanciamento del bianco, ma anche di registrare video in 4k, scegliere il frame rate, e molto altro.

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In combinazione con TwistedWave, che permette di controllare e modificare l’audio, e con Splice, che non ha bisogno di presentazioni perché basta dire che è l’app di video-editing creata direttamente da GoPro, è come avere un piccolo studio di registrazione nella tasca dei pantaloni.

A queste si aggiungono molteplici applicazioni di “background” per prendere appunti velocemente, come Evernote, organizzare le informazioni, come Trello, o addirittura scrivere (magari non un intero articolo) sotto dettatura, come Dragondictation. Senza dimenticare tutti quegli strumenti che permettono di ricevere notizie in tempo reale, come Google Alert, o di monitorare i social per scoprire rapidamente quali argomenti stanno diventando popolari, proprio nel momento in cui lo fanno, come il potentissimo Dataminr.

Insomma, c’è l’imbarazzo della scelta, anche per chi vorrebbe diventare giornalista in un mondo in cui questa professione è sempre più importante ma, paradossalmente, sempre più in crisi. Ma soprattutto per chi quel titolo già se l’è conquistato, ma ha capito che, in questo mondo digitale che si muove alla velocità della luce, ci vuole ben altro che una laurea e l’iscrizione ad un albo per fare davvero notizia. In tutti i sensi.