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La fine dei giornali di carta

Leggere i giornali di carta bisogna che torni a essere esercizio di concentrazione, riflessione, serietà. Il guest post di Giorgio Triani

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    Questo articolo è stato scritto da Giorgio Triani, Sociologo dell’Università di Parma e analista di scenari futuri, autore per Ninja Marketing dell’articolo “Marxismo 2.0: la Rivoluzione Permanente è digitale?”.

    Bancarotta della stampa. Pure fraudolenta, pensando alle vicende del Sole 24Ore. Il quotidiano economico-finanziario di Confindustria è stato accusato di aver truccato e falsificato copie, diffusione e bilanci. Del 23 e 24 aprile scorsi è il comunicato del Comitato di redazione che ha quantificato il buco prodotto dal 2009 al 2017:

    “ …8 anni di perdite, per un totale di 353 milioni; gli otto anni peggiori della vita del Sole 24 Ore…”

    Ma a certificare il disastro dell’intero settore ha provveduto una ricerca dello scorso anno di Mediobanca, secondo la quale i 9 principali gruppi editoriali italiani  dal 2011 al 2015 hanno complessivamente perso 1 miliardo e 800 milioni.

    Se non è default, ci siamo molto vicini. Considerato che il punto di caduta estremo di vendita era stata fissato nel 2015 in 2 milioni e 500mila copie vendute quotidianamente, ma l’anno scorso si è scesi sotto quella cifra. E il trend non da segni di ripresa, ma anzi di ulteriore peggioramento. Secondo l’ultimo report ADS (Accertamento diffusione stampa), in un anno, tra gennaio 2016 e gennaio 2017, i principali quotidiani hanno perso attorno al 20%, con punte del 32,74% per il Sole24Ore (più di 50.000 copie), 27,87% per il Corriere della Sera (poco meno di 100.000 copie), 15,93% per la Stampa (quasi 30.000 copie), 12,77% per la Repubblica (30.000 copie). Ma anche gli altri i quotidiani medi e piccoli non stanno meglio.

    Questo disastro evidenzia anzitutto l’assoluta inadeguatezza del management. L’editoria come le telecomunicazioni sono stati i settori/mercati più investiti dal web e dal processo di digitalizzazione, ma anche quelli meno capaci di innovare e immaginare modelli di business alternativi. Fa testo l’esistenza di un club dei direttori di lungo corso: sempre gli stessi, come le cosiddette “firme”, che girano da un quotidiano all’altro;  più o meno come gli amministratori delegati delle aziende di stato. I soliti noti che fanno buchi, ma lucrano benefit e bonus.

    Calano infatti le copie, i fatturati, i lettori e anche la pubblicità (-8,8% a febbraio 2017, osservatorio stampa Fcp), ma si continua a duplicare online i contenuti cartacei e la lamentazione contro Google e Facebook. Accusati di “parassitare” le news dei quotidiani e nel contempo avvolgerli nella nube tossica delle fake news.

    Un eco-sistema in movimento, un prodotto sempre uguale

    C’è del vero in questo, ma è altresì vero che sta cambiando l’intero eco-sistema della comunicazione. Però i giornali di carta continuano a essere più o meno quelli di 20-30 anni fa. Quando invece bisognerebbe ripensare completamente il prodotto. Dal formato (anche grafico e tipografico) alle foliazioni (da ridurre), dal tipo di fruizioni (il quotidiano di carta non lo si legge più al mattino, ma spesso all’ora d’andare a letto) all’uso dei canali digitali.

    Ma soprattutto andrebbe recuperata la specificità del giornalismo/giornalisti della carta stampata, restituendoli a un ruolo e funzioni “notarili”.  Rispetto al grande, tumultuoso, incontenibile fluire di news e immagini che il web ci scaraventa addosso, la stampa dovrebbe porsi come luogo e momento di sosta, riflessione, approfondimento. Leggere i giornali di carta bisogna che torni a essere esercizio di concentrazione, riflessione, serietà.

    Verba (web) volant, scripta manent.

    Perché ciò avvenga, tuttavia,  è necessario che quotidiani e periodici di informazione, economia e cultura ritornino a occuparsi solo delle cose serie, importanti, delle grandi questioni del momento. Abbandonando tutto quell’intrattenimento leggero, fatto di gossip, sensazionalismo rosa&nero, usi&consumi e “cazzeggio” vario, che a ben vedere è l’humus (culturale) su cui fioriscono “bufale” a go-go e post-truth a piacere (dell’inserzionista).

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