Intervista

Pablo Escobar vs Juan Pablo: intervista al figlio del primo grande trafficante di droga della storia

Le parabole di un padre e di un figlio all'ombra dei Narcos

Adele Savarese

Chief Content Officer Ninja Academy

Una parete di vetro e un patio in finta vegetazione: Juan Sebastian Escobar è lì, in posa, vestito di nero davanti al fotografo d’ordinanza. Lo vediamo da lontano, la distanza mediata da un vetro lo rende ancora più televisivo. Del resto è attraverso la televisione che abbiamo iniziato a conoscere la sua storia, spettacolarizzata da serie come l’americana Narcos e la colombiana El Patron del Mal. Nei telefilm è un bambino un po’ grosso che conduce una vita all’ombra del cartello di Medellìn e sulla scia del padre Pablo, il primo vero narcotrafficante della storia.

Juan Pablo Escobar

Juan Pablo Escobar

In attesa di intervistarlo – insieme a Luca Lo Cicero – cerchiamo, quasi automaticamente, di trovare insieme delle somiglianze con il padre. Corporatura forte, collo abbondante e occhi in cui si intravedono tristezza, speranza, sicurezza, ricordiTra cinque minuti tocca a noi incontrarlo. Non vogliamo parlare delle solite cose o ripetergli le stesse domande che sicuramente altri giornalisti gli hanno posto, spesso guidati da morbosità collettiva e caccia all’aneddoto virale. Del resto Juan Pablo sta girando le capitali d’Europa per il tour promozionale del suo secondo libro, “Pablo Escobar. Gli ultimi segreti dei Narcos raccontati da suo figlio”. Una sfida per noi e per lui: parlare di cose mai dette, o quantomeno a stimolarlo su riflessioni nuove di vecchi eventi.

Chi è stato veramente Pablo Escobar? Un sanguinario affarista della coca? Un visionario imprenditore criminale? O un uomo che si è trovato al momento giusto, nel posto giusto e col giusto carisma?

Pablo Escobar Gaviria - Identified as one of Colombia's leading cocaine traffickers. he dropped from sight in 1984 in the midst of a U.S.Colombian anti-drug crackdown. The U.S. government requested hois extradition, if caught, to face trafficking charges in the United States. Escobar, in his mid-30s, had financed housing and other improvements for poor neighborhoods of his hometown, the city of Medellin. (AP-Photo) 1984

La storia che quest’uomo ha scritto in Colombia ha molti parallelismi con il nostro paese. Pensiamo ai nostri anni 90, quando la trattativa stato-mafia per evitare tra le altre cose il regime del 41 bis ricorda specularmente gli sforzi violenti di Pablo Escobar di evitare l’estradizione per tutti i narcotrafficanti colombiani.

Come mai tutti questi mali sono stati smantellati da un giorno all’altro dopo anni di crimini ed omicidi? C’è forse qualcosa di più grande dietro queste persone? Come mai, morto Pablo, oggi sul patibolo mediatico e giudiziario c’è El Chapo Guzman col suo cartello messicano di Sinaloa?  Resta forse, oggi come allora, il proibizionismo il business più grande e forte da proteggere?

Ora, al Ritz di Roma, ci apprestiamo ad intervistare quel bambino che virtualmente abbiamo visto nascere e crescere grazie a Netflix. Un bambino oggi cresciuto nel ripudio della violenza e della droga dopo esserne stato testimone diretto e “privilegiato”. Gli spieghiamo la nostra intenzione, con questo articolo, di tracciare due parabole inverse: quella discendente di Pablo, eroe negativo; la sua, ascendente, eroe positivo del perdono e della pace.

La parabola del padre

Il cognome Escobar fa venire subito in mente ville immerse nella giungla colombiana, feste con più armi che invitati, piste di coca e piste di atterraggio consumate nel giro di una notte, aerei imbottiti di cocaina che attraversano come un ronzìo furtivo i cieli sopra piscine di isole caraibiche. La storia di Escobar, come ogni storia di self made man che si rispetti, inizia nella completa povertà. 

Una delle ville commissionate da Escobar nelle isole Rosario, Colombia

Una delle “ville della droga” commissionate da Escobar nelle isole Rosario, Colombia

Pablo Escobar passa la sua infanzia prima nelle campagne fluviali della città di Rionegro, poi nel sobborgo di Envigado ed infine a Medellìn. Anni di trasferimenti dettati dai diversi incarichi scolastici della madre Hermilda, vera forza trainante della famiglia mentre il padre Abel, da buon agricoltore, viveva secondo i tempi lenti e ciclici della vita di campo.

Erano anni del terrore e del conflitto armato politico, in Colombia, quelli a cavallo tra i cinquanta ed i sessanta: nel periodo conosciuto come La Violencia, oltre 200,000 innocenti vennero trucidati e smembrati dalle armate di guerriglia a colpi di machete nella lotta tra partito liberale e partito conservatore. Pablo vive un’infanzia al margine della povertà, una storia comune che si ripete ancora oggi in ogni favela, barrio, ghetto o quartiere popolare nel mondo.

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Inizia però presto a sporcarsi le mani. Le sue missioni quotidiane consistevano nel falsificare diplomi del suo liceo per chi non aveva mai messo piede in aula, nel rivendere mezzi elenchi telefonici riciclandone l’altra metà strappata a mano per guadagnarci qualche soldo di più. Oppure farsi dare riviste usate dai figli delle case più ricche per noleggiarle ai più poveri, restituendole dopo un po’ agli ignari genitori: sharing economy un po’ distorta ed ante litteram.

Poi arrivano i furti delle auto, il contrabbando di sigarette, i rapimenti e le prime incursioni nello smercio di droga insieme al trafficante locale Alvaro Prieto. L’unica persona per la quale il padre, scriverà il figlio, avrà sempre una riverenza assoluta. Si intravede una potenziale ascesa criminale di Pablo e la sua vita inizia a costellarsi della presenza di chi lo accompagnerà fino all’ultimo dei suoi giorni, come suo cugino Gustavo Gaviria.

Fonte: Nicolas Entel

Fonte: Nicolas Entel

Gustavo e Pablo erano complementari: da un lato il contabile razionale, dall’altro uno stratega visionario. Gustavo morì nel ruolo di braccio destro, ucciso nel 1990 in un’operazione di polizia.

Una morte che finì per sbilanciare l’attitudine di Pablo, nel business come nella vita, spingendolo pericolosamente verso le derive più estreme del suo carattere. “Gustavo era un uomo d’affari, sensato, molto meno violento di mio padre”, ci spiega Juan Pablo. “Era capace di vedere i problemi prima che sorgessero e cercava di avvertire mio padre della necessità di scappare dal paese e portare i soldi altrove. Pablo però era un uomo testardo, difficilmente ascoltava i suoi consigli. Mia nonna materna lo chiamava affettuosamente testa di marmo”.

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Gustavo e Pablo in una foto scattata durante un viaggio a Las Vegas

Per ora, però, Pablo Escobar è ancora solo un adolescente come un altro che ai suoi amici, riuniti una sera qualsiasi fuori la gelateria La Iguana a Medellìn proclama seriamente: “Se non avrò un milione di pesos in banca prima dei miei 30 anni, mi suicido”.

Com’è stato possibile per Escobar riuscire in ciò che ha fatto dopo? A partire dal 1975 il suo impero della cocaina inizia ad assumere una forma ben precisa. Il punto di partenza era una grossa lacuna di mercato: una domanda in forte aumento ma pochi, sparsi e disorganizzati signori della droga. La DEA, l’agenzia statunitense per la lotta alla droga, nasceva solo due anni prima. L’intuizione alla base di Escobar è iniziare a presidiare l’intera filiera: l’acquisto della pasta di coca in Perù, il suo taglio a Medellìn, la sua distribuzione su rotte invisibili e quotidianamente mutevoli verso le Bahamas, Miami, New York e Los Angeles. Una multinazionale di produzione e logistica che al suo picco travalicava anche i confini di Bolivia, Panama, Ecuador, Honduras, Canada, Europa.

Javier Pena e Steve Murhpy, i due agenti della DEA protagonisti della caccia ad Escobar. La serie Narcos di Netflix ruota intorno alle loro operazioni.

Javier Pena e Steve Murhpy, i due agenti della DEA protagonisti della caccia ad Escobar. La serie Narcos di Netflix ruota intorno alle loro operazioni.

Diamante, Esmeralda e Reina erano i nomi delle varietà più vendute dal cartello di Medellìn. Promuoverle non era necessario: in quegli anni gli yuppie americani richiedevano benzina per alimentare il fuoco dell’ambizione e conquistare il mondo. La cocaina era un must per imporre e reggere quei nuovi ritmi che avrebbero regolato il mondo per il ventennio successivo.

All’apice del mercato si stimano 80 tonnellate di cocaina in viaggio dalla Colombia agli Stati Uniti ogni mese grazie alle attività del cartello di Medellìn, fondato dai fratelli Ochoa, Carlos Lehder, José Gonzalo Rodriguez Gacha e Pablo Escobar. L’80% della cocaina del mondo proveniva dalle loro mani e dalle loro menti, generando 420 milioni di dollari a settimana. In un’epoca dove i controlli erano laschi, le intercettazioni, i raggi X ed i cani antidroga non esistevano e la corruzione abbatteva qualsiasi ostacolo, l’unica difficoltà di Pablo era trovare nuovi doppi fondi nelle valigie dei passeggeri delle aerolinee commerciali, cucire tasche segrete più ampie e profonde nelle giacche dei corrieri e ruote di aereo sempre più grandi da imbottire di droga.

La struttura del cartello di Medellin, coi volti degli attori della serie Narcos su Netflix

La struttura del cartello di Medellin, coi volti degli attori della serie Narcos su Netflix

Un’altra soluzione di Pablo fu quella di impregnare migliaia di blue jeans di cocaina. Chi li riceveva negli Stati Uniti li bagnava con un liquido speciale per estrarne ed essiccarne la droga. La “rotta dei jeans” si interruppe per via di una fuga di notizie che mise in allerta i poliziotti americani. Escobar continuò a mandare le sue spedizioni di jeans, stavolta peró del tutto “puliti”: si divertiva molto nel sapere che i poliziotti lavavano a ripetizione dei normalissimi pantaloni pensando di ricavarne qualcosa; ad essere pieni di cocaina erano in realtà gli imballaggi che le autorità gettavano via – e i narcos recuperavano di nascosto dalla spazzatura.

Tutti volevano investire nelle attività illecite del cartello di Medellìn: i rendimenti erano talmente alti e sicuri che Escobar era in grado addirittura di offrire un’assicurazione che coprisse carichi persi o scoperti dalla polizia. La singolarità di Pablo è stata questa: l’essersi trovato a cavallo dell’unica ed irripetibile congiuntura storico-politica nel mondo in cui era possibile costruire un enorme sistema criminale con tale facilità

Due luoghi simboleggiano l’industrializzazione su vasta scala e la sfacciataggine criminale di quegli anni. Gacha costruì Tranquilandia nella giungla di Caquetà in Colombia: una narco-città diffusa e dedita alla produzione della cocaina, con diciannove laboratori, otto aeroporti e dormitori per una cinquantina “operai”. Un distretto selvatico-industriale che per anni è servito da hub nevralgico della produzione e distribuzione di cocaina. Durerà fino al 1984, quando la DEA scopre questa Disneyland della droga tracciando il percorso di alcuni barili di etere – un componente chimico basilare per ottenere la coca – nel loro viaggio da una fabbrica del New Jersey fino a quello che pensavano essere un punto anonimo nel bel mezzo della giungla colombiana.

Una rara foto scattata a Tranquilandia

Una rara foto scattata a Tranquilandia

 

Tra le sue 800 tenute di lusso sparse in Colombia, Pablo ne costruì una su tutte: Hacienda Napoles, in onore del padre di Al Capone nato a Napoli. Venti chilometri quadrati per celebrare qualsiasi desiderio ed ospitare qualsiasi persona vicina alla famiglia Escobar. Ville, piscine, uno zoo con migliaia di animali esotici aperto gratuitamente a qualsiasi cittadino colombiano, un aeroporto, una plaza de toros, una pista di go-kart e motocross, garage con centinaia di auto e moto d’epoca. Stazione di benzina, ventisette laghi artificiali, sculture di dinosauri giganti su cui si arrampicavano i bambini. Un lusso vistoso e da sfoggiare con calciatori, prostitute, gangster, politici e chiunque frequentasse le numerose feste dei narcos. Di quel luogo esiste persino un trailer video.

Un peccato ricorrente nella mitologia e nella drammaturgia greca è la hubris: la tracotanza, il comportarsi da divinità pur essendo un mortale. Un peccato archetipico ed universale che ha commesso anche Pablo Escobar diverse volte negli anni successivi.
Nel 1982 il narcotraffico si intreccia inevitabilmente con la politica locale. Pablo mostra ambizioni politiche ed inizia a vestire i panni populisti di un Robin Hood latino. Investe gran parte dei suoi primi proventi illeciti nel progetto Medellìn Sin Tugurios per garantire case agli indigenti dimenticati dallo stato, scuole, strade, ospedali, ponti, illuminazione negli stadi. Un modo efficace di guadagnarsi il favore del popolo e di sottolineare le inefficienze del governo, complici anche i media locali. Virginia Vallejo, reporter e sua amante, contribuì molto nello spingere lo storytelling di un Escobar paisa, benefattore e politicante illuminato.

 

TO GO WITH AFP STORY BY ARIELA NAVARRO A girl walks past a wall with an inscription reading "Welcome to the Pablo Escobar neighborhood. Here we breathe peace!" at Pablo Escobar neighborhood, on November 24, 2013 in Medellin, Antioquia department, Colombia. December 2, 2013 marks the 20th anniversary Escobar's death. AFP PHOTO/Raul ARBOLEDA (Photo credit should read RAUL ARBOLEDA/AFP/Getty Images)

Sponsorizzò squadre di calcio e presidiò civicamente il suo territorio. Costruì quello che ancora oggi si chiama Barrio Pablo Escobar, un quartiere per 15.000 poveri che continuano ad idolatrare la sua figura con altarini domestici, a ricambiare le sue opere caritatevoli con opere di street art ed a giocarsi la sua data di morte al lotto. Un paradosso difficile da digerire se si pensa che la stessa persona che desta rispetto, fascinazione e gratitudine in una certa parte del popolo è responsabile di oltre 4.000 omicidi, tra cui 3 candidati presidenziali, un ministro di giustizia, più di 200 giudici, dozzine di giornalisti e migliaia di poliziotti.

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Ogni eroe ha un tallone d’Achille. Quello di Pablo, in realtà dei narcos colombiani in generale, era l’estradizione. Un ruolo politico da membro del Congresso lo avrebbe facilitato nell’evitare che il governo colombiano firmasse un trattato sull’estradizione con gli USA – un luogo temuto per la severità dei processi e delle carceri. “Il suo peggior errore”, secondo Juan Pablo. “Si arrischiò ad entrare nell’unica mafia più organizzata della sua: la politica”. Escobar supportò un candidato presidenziale allineato ai suoi stessi interessi ad personam e riuscì così a farsi eleggere deputato nel 1983, candidandosi alla Camera col Partito Liberale. Proteggere i colombiani dall’estradizione implicava proteggere sé stesso da una condanna sicura. “Meglio una tomba in Colombia che un carcere negli Stati Uniti” era il mantra di ogni narcotrafficante. Una posizione machiavellica difficile: iniziare una carriera politica per proteggersi significava al contempo esporsi maggiormente allo scrutinio del pubblico più sospettoso della sua rapida e ricca ascesa.

Pablo Escobar in una seduta del congresso colombiano

Pablo Escobar in una seduta del congresso colombiano

La politica avrebbe ben presto rigettato Pablo come un virus visibile ad occhio nudo. Il primo giorno al Congresso si rifiutò di indossare una cravatta a tal punto che l’usciere gli impedì di entrare. 

All’improvviso svariati giornali americani e il colombiano El Espectador pubblicano la foto segnaletica del primo arresto di Pablo nel 1977 per traffico di droga. Il suo direttore, Guillermo Cano, non sa che così sta anche firmando la sua condanna: morirà sparato nel 1986. Intanto Pablo il re era sorridente, ma nudo: il tabù che nessuno osava pronunciare sembrava ormai sdoganato. Escobar è costretto a dimettersi. L’unica verità da lui pronunciabile, a questo punto, è: “Se non fossero entrati in Colombia soldi o dollari sporchi, il paese si troverebbe in una grossa crisi economica – proprio come gli altri paesi dell’America Latina”.

La foto segnaletica di Pablo

La foto segnaletica di Pablo

Ci fu un momento reale di possibile resa di Escobar e i suoi narcos. L’ex presidente colombiano Lopez Michelsen intercesse coi narcos per conto del presidente in carica Belisario Betancur. Escobar propose di rivelare tutte le piste di atterraggio, i laboratori, gli aerei, le rotte. In poche parole il cartello avrebbe consegnato tutte le sue attività illecite in cambio della garanzia di pene leggere e che nessun narcos sarebbe stato estradato. Una fuga di notizie sulla stampa colombiana fece saltare la trattativa. Furono forse gli Stati Uniti ad intervenire? “E’ possibile. Mio padre prese sul serio l’idea di smantellare il cartello. Questo non significava risolvere il problema: altri gli sarebbero subentrati sul mercato una volta uscito di scena Escobar. Fu l’unica opportunità che ebbe la Colombia per eliminare le droghe dal suo territorio, perché all’epoca mio padre aveva pieni poteri per riuscire in quest’impresa. Ma tutto questo va contro gli affari. Sappiamo che i proibizionisti guadagnano vietando”.

Di lì in poi fu facile per alcune figure di rilievo nazionale, come il ministro di giustizia Rodrigo Lara Bonilla, puntare il dito contro Escobar ed etichettarlo narcotrafficante quale era. In una gelida e tetra intervista di quei giorni, Pablo rispose indirettamente al ministro con un “Non ci sono prove contro di me, il ministro sta mentendo al popolo colombiano. Vediamo cosa succederà in questi giorni”. Lara Bonilla morì poco tempo dopo, il 30 aprile 1984 e l’America di Reagan inizia formalmente la sua guerra contro i narcotrafficanti.

L'assalto al palazzo di giustizia

Una scena dell’assalto al palazzo di giustizia

Una guerra senza esclusioni di colpi. Escobar coinvolse l’M-19, un gruppo di guerriglieri insurrezionisti di sinistra, nella presa del palazzo di giustizia. Un tragico evento, quello del 5 novembre 1985, per la storia della Colombia. Il Movimento prese in ostaggio 350 giudici della corte suprema, obbligando il governo a scegliere di rispondere con un attacco militare invece di negoziare. Più di cento persone persero la vita e numerosi documenti legati alle indagini ed ai processi di estradizione dei narcotrafficanti furono distrutti.

Oppure il disastro del volo Avianca 203, diretto da Bogotà a Cali, una regione a sud della Colombia. Un uomo con giacca, cravatta e valigetta sceglie un posto vicino ai serbatoi del carburante. E’ probabile che l’ordigno che spezzerà in due l’aereo, cinque minuti dopo il decollo, sia contenuto in quella valigetta. Tutti e 107 i passeggeri muoiono sul colpo. L’obiettivo di Pablo era uccidere il candidato presidenziale César Gaviria, il quale per un cambiamento dell’ultimo minuto non salì più su quel volo – ma i narcos non lo sapevano.

I resti del volo Avianca

I resti del volo Avianca

Nel 1988 entra in gioco anche il cartello di Calì, capitanato dai fratelli Rodriguez Orejuela: ne avevano avuto abbastanza del potere di Pablo. Inizia così una guerra civile confusa e cruenta, dove i fronti opposti sono la politica, la DEA, i narcos, la polizia, i servizi segreti. Gli interessi in gioco: l’ordine pubblico, il controllo delle rotte della droga, l’onore per chi sventa il carico più grosso. Sale al potere come presidente Luis Carlos Galan, deciso più che mai nel rendere l’estradizione dei criminali colombiani negli USA una realtà a partire da Lehder e dagli Ochora. 

Galan morirà sparato nell’agosto del 1989 durante una sua manifestazione politica. Pablo è ovviamente il principale sospettato. E’ anche l’unico uomo in grado di mettersi l’intero pianeta contro e lottare da solo contro tutti.

Anni di tensione, narcoterrorismo e rapimenti che, dicevamo, ricordano i nostri anni di piombo, la strategia della tensione e la trattativa stato-mafia. “Toto Riina, Falcone, sì”, ricorda anche Juan Pablo. “Mio padre copiò strumenti e tecniche europee. Copiò brevetti italiani”, sorride attribuendogli una macabra paternità. La trattativa colombiana culminò in un’offerta di resa per Escobar: se si fosse consegnato alla giustizia, lo stato gli avrebbe permesso di scontare 5 anni di confinamento obbligatorio in un carcere di sua scelta.

Solo che l’unico carcere che Escobar avrebbe scelto non esisteva. Quindi se lo costruì su misura: La Catedral era ovviamente un carcere di lusso. Campi da calcio, stanze dotate di ogni comfort, videogiochi, donne e feste. Era divenuto il quartier generale del cartello di Medellin, che ora poteva aggregarsi paradossalmente più al sicuro di prima. Centinaia di guardie private assoldate da Pablo facevano loro la guardia. Meglio abbondare: anche l’esercito di stato li proteggeva da intrusioni esterne, ma chiudeva un occhio su chi entrava.

La Catedral. Fonte: Getty Images

La Catedral. Fonte: Getty Images

Di questo luogo atipico racconta il figlio: “Ho chiesto ad uno storico argentino se ci fosse nella storia dell’umanità un tale precedente: che un civile avesse obbligato un governo a cambiare leggi e costituzioni e si permettesse di costruire una prigione su misura. Sebbene mio padre fosse deciso a consegnarsi alla giustizia, disattivare un apparato criminale così grande era molto difficile, considerando che era in guerra col cartello di Cali. Se avesse eliminato il suo potere militare non si sarebbe potuto difendere. Distrusse così l’unica vera opportunità che aveva di andare in carcere e scontare la sua pena nei confronti della società. I suoi soci principali, Kiko Moncada e Fernando Galeano, furono sequestrati dal cartello di Cali e per salvarsi promisero aiuto nella cattura di Pablo. Mio padre era un buon amico e la maggioranza delle guerre che ha intrapreso fu per difendere i suoi amici, e non i suoi affari. La guerra con i narcos di Cali fu condotta per i suoi amici, non tra Pablo e gli Orejuela. Ordinare la morte dei suoi soci Moncada e Galeano dentro La Catedral fu l’inizio della fine. Il governo non era disposto ad accettarlo, i fratelli Fidel e Carlos Castano approfittarono di questo momento per creare Los Pepes (gruppo paramilitare che dava la caccia a Pablo, ai suoi alleati e familiari, ndr). Non diedero scelta: o si entrava a far parte dei Pepes o si veniva uccisi. Si sparse la voce che Pablo stava uccidendo tutti i suoi amici, ma non era vero: lo stesso Fidel Castano voleva uccidere Kiko Moncada. Mio padre volle evitare che Fidel lo ammazzasse ed invece Fidel è passato alla storia come il buono. A partire da questo momento mio padre iniziò la sua discesa in picchiata”.

I Los Pepes, con Carlos Castano in primo piano

I Los Pepes, con Carlos Castano in primo piano

Cominciò così un lungo periodo di fuga che coinvolse tutta la famiglia Escobar. Di casa in casa, senza mai restare troppo tempo nello stesso luogo. La guerra nelle strade continuava imperterrita: i cartelli si decimavano a vicenda ed il mirino intorno a Pablo iniziava a stringersi. I miliardi di dollari accumulati negli anni persero lentamente di significato quando nessuno di loro ebbe più la libertà di andare fuori a procurarsi del cibo.

Pablo dovette separarsi da moglie e figli e continuare le fughe da solo. Lei rivelerà che negli ultimi giorni di vita Pablo “estaba loquito”, si intravedeva nei suoi occhi la follia di chi è stanco e paranoico. Voleva riprendersi il potere fuggendo nella giungla dell’Antioquia, fondando il movimento Antioquia Rebelde: un progetto di secessione nel quale si sarebbe ritagliato un ruolo da Presidente, libero finalmente dalle leggi colombiane.

Pablo Escobar, negli ultimi anni di vita, insieme a John Jairo Velazques detto Popeye - uno dei suoi sicari più cruenti

Pablo Escobar, negli ultimi anni di vita, insieme a John Jairo Velazques detto Popeye – uno dei suoi sicari più cruenti

Il cerchio invece si stringe intorno a lui. I Los Pepes, nella loro vendetta contro gli appartenenti al cartello di Medellin, ricevettero la collaborazione proattiva dell’unità speciale Search Block della Polizia nazionale colombiana, ormai stremata dai vani tentativi di cattura. Con tutta la probabilità anche la DEA finanziava queste violente operazioni pur di arrivare a Pablo. Una zona grigia moralmente ed istituzionalmente contaminata.

Il giorno dopo il suo compleanno Pablo era a casa della cugina Luzmila con Limòn, l’ultimo bodyguard rimasto, in un quartiere borghese di Medellìn. Chiama al telefono il figlio Juan Pablo per comunicargli le risposte da dare ad una giornalista che voleva intervistarlo.

Strano, perché Pablo ripeteva sempre ai suoi cari di evitare a tutti i costi di parlare al telefono – o quantomeno di tagliare corto. Invece quella mattina si trattiene alla cornetta. Sarà proprio questa telefonata al figlio a permettere al Search Block di triangolare la sua posizione e preparare un’irruzione a sorpresa. Pablo fugge tra i tetti delle case, ma muore sparato poco dopo.

Ci sono controversie su chi abbia effettivamente sparato la pallottola mortale: la DEA, i Los Pepes, o la polizia Colombiana? Il figlio non ha dubbi: suo padre si è suicidato. Dice di averne le prove, perché le foto mostrano chiaramente che Pablo ha un foro di proiettile vicino l’orecchio destro. Tanti anni prima, era solito ripetere: “Semmai mi prenderanno, piuttosto che farmi uccidere mi sparo un colpo nell’orecchio destro”.

Proviamo ad indagare su un aspetto illogico delle ultime concitate ore di vita di Escobar. Si è in due a mantenere la cornetta del telefono: perché Juan Pablo ha accettato di tenere il padre così tanto tempo al telefono? “Se si ascoltano le registrazioni, io abbassavo continuamente, non volevo parlargli più. Lui però insisteva e richiamava, richiamava, richiamava. Aveva evidentemente più potere di chiunque altro in famiglia ed io dovevo fare come mi diceva. Sapevo che stava correndo un enorme rischio e l’ho protetto fin dove ho potuto”.

2 dicembre 1993: Escobar è catturato ed ucciso sui tetti di Medellìn (Fonte: Polizia di Medellin/AFP/Getty Images)

2 dicembre 1993: Escobar è catturato ed ucciso sui tetti di Medellìn (Fonte: Polizia di Medellin/AFP/Getty Images)

Come mai un uomo deciso a fondare un suo movimento ribelle per ritagliarsi una nazione nella nazione sceglie di fermarsi? “Credo che la risposta abbia molto a vedere con quello che sta succedendo oggi col processo di pace in Colombia. Mio padre sapeva che l’unica soluzione politica futura era quella che stiamo vivendo oggi: il narcotraffico è considerato un delitto politico. Mi chiedo che posto occuperebbe oggi mio padre al tavolo delle negoziazioni con un governo colombiano se solo ora stiamo accettando il narcotraffico come un delitto politico?

Parlare di Pablo con suo figlio è come guardare un pendolo o sedersi su di un’altalena. Si può passare da corpi smembrati alle favole della buonanotte. Come quella che racconta a sua figlia Manuela in una delle ultime volte in cui la vedrà. Sceglie questo racconto come sua eredità di valori: “C’era una volta Manuelita col suo cavallo Nettuno. Decise di fare una passeggiata nei boschi. Fecero tanta strada, finché videro una piccola luce lontana. Quando si avvicinarono, Manuelita sentì ridere. Bussò alla porta di questa casa e rispose una vecchia signora. Era una strega buona! Si chiamava Magnolia e disse a Manuelita: “Sono venuta a guidarti per la buona strada, perché l’altra è cattiva. Un giorno Manuelita si sveglia e si accorge che Magnolia è morta. Solleva il cuscino e trova un biglietto per lei. “Cara Manuelita, ho vissuto tanti tanti anni. Morirò nel momento preciso in cui leggi questo biglietto. Ecco perché ti regalo la mia bacchetta magica – ma ti chiedo di usarla solo per fare del bene. Ti do un bacio di addio, così che tu possa vivere per mille anni”.

Pablo Escobar con la figlia Manuela

Pablo Escobar con la figlia Manuela

“Pablo inventava sempre tante storie da raccontare a mia sorella, era sempre abile a mostrarle un lato diverso della realtà. Poteva esserci la polizia fuori casa per ucciderci e lui le diceva “Vorrei invitarti a fare una passeggiata nel bosco”. Gli unici a vedere la realtà per quella che era eravamo noi, non la piccola Manuela. Costruì così per lei un mondo di fantasia attraverso i suoi racconti. Fuggivamo per i boschi e lui le insegnava quali formiche si potessero mangiare, quali piante ti potevano far sopravvivere. Noi vivevamo tutta la tensione del sapere che stavano per ucciderci, lei viveva in un mondo parallelo disneyano. Noi nervosissimi, lei tranquilla”. Juan Pablo è molto attaccato a sua sorella. “Siamo così vicini che mi farei uccidere per lei e lei lo sa”.

Pablo Escobar era un uomo dalla duplice natura. Contemporaneamente buono e malvagio. Impossibile adottare una prospettiva manichea quando si analizza The Escobar Pattern: l’intreccio tra criminalità organizzata, politica, media, spettacolo, sport, servizi segreti. Certe dinamiche e certe figure sono più forti degli insegnamenti della storia. Vivere a stretto contatto con un uomo dalla doppia personalità estrema non rischia di cambiare per sempre il modo in cui giudichi le persone e la compresenza di male e bene che alberga in ognuno di noi? “Direi di no, al contrario ho sempre accettato queste due verità conviventi nella stessa persona. Credo che abbia commesso molti errori nella sua vita. Di recente ho pensato che la dualità di mio padre è simile a quella di un generale in guerra che ordina ai suoi soldati di uccidere i nemici – egli stesso in prima linea va ad ucciderli. Ciò non toglie che il generale abbia una sua famiglia, una moglie, dei figli, persone che ama e per le quali desidera il meglio. Il fatto triste che il suo mestiere sia illegale non toglie che abbia avuto degli affetti. Non possiamo essere buoni al 100%. Di sicuro mio padre ha mostrato gli estremi dell’amore e dell’odio violento. E’ una persona che può chiaramente mostrare al genere umano fin dove si può arrivare in termini di bontà e di crudeltà”.

Vita in famiglia Escobar: padre e figlio insieme

Vita in famiglia Escobar: padre e figlio insieme

Gli chiediamo una sua personale definizione di carisma. “Per me è la capacità che hanno alcuni essere umani di sedurre gli altri con la verità. Altri seducono per secondi fini. L’autentico carisma vuol dire parlare con onestà così che gli altri possano recepirti come onesto, supportarti ed accettarti per essa”. Nell’era della post-verità, di spazi culturali inquadrati più dagli appelli emotivi che dai fatti, come avrebbe comunicato Pablo Escobar sui social media? Avrebbe usato questi canali per amplificare la risonanza dei suoi programmi civici e distogliere l’attenzione dai fatti più oscuri della sua vita? “Credo che avrebbe utilizzato tutti i suoi strumenti delittuosi e tutto il denaro che aveva per aiutare i poveri”.

Chiediamo a suo figlio quante possibilità ci sono di riaprire un’inchiesta sulla sua morte, ora che il suo secondo libro aggiunge carne a cuocere. “Non mi concentro sul tema della morte di mio padre, per me sarebbe stato uguale se fosse stato investito da un camion, se gli fosse caduto un pianoforte in testa o se si sia suicidato piuttosto che sia stato sparato. Il mio compromesso è con la verità. Capisco che per le autorità sia meglio passare alla storia la versione del “l’abbiamo ucciso noi”. Suona meglio. Ma la realtà è che mio padre si è suicidato ed anzi fece in modo di farsi trovare. Non l’avrebbero trovato altrimenti

La parabola del figlio

Le imprese di Pablo hanno permesso a suo figlio Juan Pablo di nascere in un lusso con pochissimi precedenti storici. Una ricchezza incontenibile ed inquantificabile e sulla quale non tramonta mai il sole: prima di lui solo i figli dei re europei riuscivano a nascere in condizioni così privilegiate. Motociclette costosissime a 11 anni. Cioccolatini portati dalla Svizzera in jet privato. Servizi da tavola del valore di 400.000 dollari. Elicotteri per prendere hamburger con patatine in città se in casa mancavano.

Questo consumo sfrenato insegna ben presto a Juan Pablo che le cose di valore non si acquistano con i soldi. Si troverà più avanti nella vita a soffrire la fame pur avendo milioni di dollari in tasca. “Essere milionari non è piacevole come sembra a tutti: la ricchezza ed il possesso di beni è un sogno che oggi ho smesso di perseguire”.

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Come biasimare a Juan Pablo un’inconsapevolezza infantile, comoda ed ingenua su chi fosse suo padre fuori casa, accentuata dal vedersi accontentato ogni suo capriccio? Pablo del resto è sempre stato un padre amorevole e presente. Da un lato era una figura carismatica capace di studiarsi mappe geografiche nei minimi dettagli, scovare ed arruolare piloti bisognosi di arrotondare, acquistare isole per costruirci aeroporti clandestini, progettare rotte aria – terra – acqua e persino sottomarine per trasferire migliaia di chili di cocaina. Juan Pablo era ancora troppo piccolo per avere contezza della creatività malefica di suo padre, inesauribile tanto quanto la crescente dipendenza del mondo occidentale dalla cocaina.

Dall’altro lato era una figura paterna che amava spendere quanto più tempo possibile con Victoria, moglie ed amore della sua vita, e con i figli. Adorava al punto dell’ossessione sua figlia Manuela: le promette che dopo di lei non avrebbe avuto più figli, perchè voleva fosse lei l’ultima della progenie Escobar.

Pablo con la moglie Victoria

Pablo con la moglie Victoria

Pablo ha sempre incoraggiato suo figlio a diventare qualsiasi cosa volesse essere. Se avesse voluto diventare medico, gli avrebbe costruito il più grande ospedale in Colombia. Se avesse voluto diventare parrucchiere, gli avrebbe creato il migliore centro estetico. E se avesse voluto seguire il suo esempio negativo e diventare il secondo più grande narcotrafficante della storia? Glielo chiediamo. “Sí, mi avrebbe aiutato anche in questo caso”, ci rivela Juan Pablo oggi sottolineando la risposta con gli occhi silenziosi di chi si è interrogato a lungo sul bivio tra il bene e il male.

Se tuo padre ama giocare con te a Monopoli senza però stranamente mai perdere – perchè la sua riserva di denaro finto non si esaurisce mai – se nonostante tu possa permetterti qualsiasi divertimento realizzi che non hai molti amici perchè i genitori evitano di farti frequentare, qualche domanda inizi a fartela. Juan Pablo ha precisamente sette anni quando il padre gli apre gli occhi sulle droghe.

Gli prepara un tavolo con tutte le varietà di stupefacenti conosciute all’epoca. Spiega al figlio cosa sono, come ciascuna di esse scombina la chimica del tuo corpo, quali sono gli effetti collaterali, come riconoscerle. Gli confessa di averle provate tutte, tranne l’eroina. Gliene chiediamo il motivo: risiede in un codice non scritto delle mafie. “Il traffico ed il consumo di eroina rappresentano un cattivo karma. Molti capi non lo tollerano perchè lo vedono come un colpo basso; hanno già tanti affari profittevoli da non volersi immischiare con una droga che distrugge così rapidamente l’essere umano. Mio padre non trafficò mai in eroina né intrattenne relazioni con chi lo faceva, perchè la vedeva come la parte più oscura del buio mondo della droga”.

Pablo Escobar col figlio. Sullo sfondo la Casa Bianca

Pablo Escobar col figlio. Sullo sfondo la Casa Bianca

Pablo Escobar adotta in casa una politica antiproibizionista: “Se mai vorrai provarne una allora vieni da me, chiedimela e ti darò io quello che vuoi”. Juan Pablo, sempre a sette anni, si rende conto di essere l’unico bambino al mondo con tale smisurato accesso alle droghe. Realizza poi dopo che è il proibizionismo dei governi a contribuire alla violenza ed permettere a suo padre di ritagliarsi il ruolo che ha giocato nella storia ed ecco perchè vede oggi nella legalizzazione l’unica soluzione concreta al problema mondiale della droga. “Mio padre sognava per la sua famiglia una vita come quella dei Kennedy (il cui nonno Joe si dice avesse costruito una fortuna grazie al contrabbando di alcool, ndr) nell’era del proibizionismo americano. Non ha vissuto abbastanza per vederlo realizzato, ma sarebbe potuto accadere”.

Gli chiediamo quali sono oggi gli ostacoli che rallentano il processo di legalizzazione. “Proibire è un grande business. Quelli che patrocinano il proibizionismo sono gli stessi a guadagnarci di più da questo tipo di politica. I capi del cartello di Cali, Miguel Rodriguez e Gilberto Rodriguez Orejuela hanno di recente pagato svariati milioni di dollari al governo americano affinché cancellassero i loro familiari dalla temuta “lista Clinton” (una lista nera di persone ed imprese vincolate ai proventi del narcotraffico nel mondo, ndr). Moltiplica per tutti i narcotrafficanti del mondo ed avrai una gran quantità di nero per la quale essere narcos vuol dire convertirsi in schiavi degli Stati Uniti. Ti aiutano a crescere e quando hai il portafoglio pieno ti danno la caccia. Questa è una delle ragioni per cui ho scelto di non essere un narcotrafficante: non voglio essere schiavo di nessuno”.

Un frame del telefilm Narcos, reso celebre da numerosi memi sul web

Un frame del telefilm Narcos, reso celebre da numerosi memi sul web

Si delinea l’accusa di Juan Pablo verso una precisa teoria dei giochi statunitense in cui i vari attori (CIA, FBI, DEA, governo) contribuiscono all’ascesa di un determinato patron del male. Quando raggiunge il livello più alto ed incontrollabile, iniziano a coltivare in parallelo la sua nemesi dandole risorse e strumenti per permetterle di disfarsene in autonomia. Da leggenda a reliquia, gli Stati Uniti prima ti incoronano personalmente e poi ti fanno crocifiggere da altri – cioè nemici creati per questo preciso scopo.

Tornando alle droghe, Juan Pablo ammetterà di aver provato solo la marijuana, a 28 anni. Sia lui che la madre, dice, chiedevano continuamente a Pablo di smetterla con la violenza. Era però stato il primo al mondo a creare un’organizzazione criminale così vasta ed al centro di così tanti poteri ed interessi da non poter più tornare indietro, neanche per tutto l’amore incondizionato della sua famiglia.

“Papà, quanti soldi hai?”

“Non lo so Juan Pablo, ne ho perso il conto”.

Il padre diceva la verità al figlio: gli anni dell’oro bianco avevano dato i suoi frutti e non era facile tenere al riparo questi frutti dai nemici, dalla polizia, dallo stato. Pablo e i suoi erano soliti nascondere enormi ammassi di contanti in caletas, piccoli nascondigli disseminati nelle case di persone comuni o nei campi. La leggenda vuole che molte di queste caletas siano ancora da scoprire: l’unica altra persona che dice di aver tenuto traccia mentale di tutti i nascondigli è suo fratello Roberto.

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Pablo Escobar, si sa, è stato ucciso da fuggiasco solitario e paranoico. Gli anni migliori del narcotraffico erano alle sue spalle ma ciononostante il figlio Juan Pablo, sua moglie e sua figlia si ritrovarono da soli e con le mani su di un’enorme fortuna. Contanti, proprietà, opere d’arte di Dalì e Botero quotate fino a 3 milioni di dollari. Un patrimonio che faceva gola a tutti, amici e nemici, secondo quanto racconta Juan Pablo nei suoi libri: a suo zio paterno Roberto Escobar, ai nemici del cartello concorrente di Calì, a tutti coloro che, tolto di scena Pablo, avevano solo i propri interessi economici da guardare.

La storia, del resto, lo insegna: quando muore un imperatore gli anni che seguono disegnano una lotta alla spartizione del potere. La progressiva rinuncia ai beni materiali è ricaduta come un macigno su Juan Pablo e sua madre Victoria: minacciati di morte da più parti, visti ormai come deboli e vulnerabili dopo la morte dell’unico uomo in grado di garantire la loro incolumità, hanno dovuto cedere tutto o quasi quel che il padre aveva accumulato.

Juan Pablo accusa in particolare la nonna materna Hermilda e lo zio Roberto Escobar di aver fatto sparire somme di denaro ed aver ingaggiato battaglie di possesso sull’eredità, depredando man mano tutto ciò che potevano da loro. Persone che stranamente, al contrario di loro e pur avendo giocato un ruolo nel narcotraffico, non hanno mai abbandonato la Colombia dopo la morte di Pablo, viaggiando indisturbati anche negli Stati Uniti. Juan Pablo sottolinea la possibile collaborazione di Roberto con la DEA: l’accusa è di aver tradito Pablo facilitandone la cattura.

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“Non ho più alcun rapporto con mio zio, è un uomo che fa danni ogni volta che può. Il suo odio persiste, non capisco da dove provenga. Tutto quello che fa, che mangia e che indossa gliel’ha dato mio padre. Non mi sbaglio quando dico che l’unica persona buona nella mia famiglia era proprio mio padre. Questo ti mette in prospettiva la malvagità degli altri parenti. Mi piacerebbe raccontare storie positive su di loro, così come lo faccio per i parenti del lato di mia madre; mi piacerebbe accompagnarmi a loro così come facevo quand’ero piccolo, ma si tratta di persone che oggi non riuscirebbero a guardare negli occhi Pablo se fosse ancora vivo”.

Morto Pablo, la moglie Victoria fu costretta ad affrontare da sola l’intero cartello di Calì, i sanguinari rivali di suo marito: la fecero viaggiare in gran segreto fino a raggiungere un tavolo dove la accerchiarono con avvocati e notai. “Mia madre non ebbe scelta. Passò dalle faccende domestiche all’incarico di dirigere le macerie di un cartello. Quello che l’ha salvata, in tutta la sua vita, è stata la sua attitudine da donna di pace e di valori. I nostri nemici questo ce l’hanno riconosciuto. Le dicevano “Signora, non si preoccupi, non faremo del male a lei o a sua figlia. Negli anni abbiamo sentito la sua voce nelle intercettazioni e lei ha sempre cercato di spingere suo marito a riappacificarsi con noi. Ma a suo figlio sì, lo uccideremo”.

Comincia così la negoziazione. La obbligarono ad inventariare tutto ed a cedere un pezzo dopo l’altro dell’impero Escobar ad ogni narcos coinvolto dalla guerra e che ora si scambiava beni di carta come se fossero figurine. Plata o plomo, la filosofia “o soldi o morte” resa celebre da Pablo si rivoltava ora contro i suoi cari. “Mia madre ha impegnato la sua vita a garanzia per non farci uccidere, garantendo ai narcos di Cali che avrei proseguito sulla retta via. Se io avessi intrapreso il cammino di mio padre avrebbero ucciso non solo me ma anche mia madre e Manuela. Morto mio padre, abbiamo perso tutto. Nessuno ci proteggeva e nessuno voleva aiutarci. La polizia? Il Governo? Neanche a parlarne”.

Hermilda, madre di Pablo

Hermilda, madre di Pablo

Gli Escobar scoprono ben presto che il peso del loro cognome precludeva tutte le vie d’uscita dalla Colombia. Gli Stati Uniti rifiutano il visto nel momento in cui Juan Pablo si rifiuta di fare precise accuse che servivano alla DEA per incriminare di legami col narcotraffico Vladimiro Montesinos, il capo dei servizi segreti dell’allora presidente del Perù. Il Mozambico fu l’unico paese ad accettarli: arrivarono nella capitale Maputo convinti di volerci restare per sempre. Fuggirono anche da lì, dopo quattro giorni, a causa delle condizioni disperate di vita. Riuscirono infine a riparare in Argentina, a Buenos Aires, dove sembrava possibile ricominciare daccapo grazie ad un accordo di asilo politico col governo colombiano. Anche questa idea si rivelerà presto un’illusione.

Perchè l’ultima eredità di cui dovevano ancora realmente disfarsi era contenuta nel loro cognome. Abbandonati da tutti, prendono un elenco telefonico e scelgono i nomi più qualunquisti che trovano, riconquistando in primis la libertà di poter acquistare un biglietto aereo. Diventano persone normali: Juan Pablo si farà chiamare Juan Sebastian Marroquìn Santos, Victoria diventa Maria Isabel Santos Caballero e la piccola Manuela, Juana Manuela Marroquìn Santos.

Roberto, fratello di Pablo, affianco ad un manifesto segnaletico che li riguarda

Roberto, fratello di Pablo, affianco ad un manifesto segnaletico che li riguarda

A Juan Pablo / Sebastian una carriera da architetto sembra l’ideale per ricostruire daccapo una vita sulle macerie della precedente. Si iscrive alla facoltà di disegno industriale, diventandone anche docente. Ha un figlio dalla fidanzata Andrea e tutto sembra scorrere sotto un’inaudita tranquillità da classe media. L’ex famiglia più in vista di un’intera nazione era scomparsa tra le pieghe della storia, nell’apparente silenzio ed oblìo del resto del mondo – impegnato ad affacciarsi sull’ultima decade del millennio. Quest’oblìo, “il privilegio di essere nessuno, di essere trattati e guardati da persone qualsiasi” come ce lo descrive Juan Pablo, durerà 5 anni: una brusca sorpresa toglierà il mantello dell’invisibilità agli Escobar.

A Buenos Aires il commercialista di Sebastian, Juana e Maria Isabel sottrae loro dei soldi: per non subire quest’ingiustizia si vedono costretti a denunciarlo. Nelle deposizioni il commercialista rivela di aver riconosciuto, sfogliando le foto di una vecchia rivista, le reali identità di questa famiglia.

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Prova a farci immedesimare nella situazione: “immaginate, una volta usciti da questa stanza, di essere derubati per strada. La polizia imprigiona voi e lascia libero il ladro. Finalmente però avremmo smesso di condurre una vita inautentica e piena di menzogne a chi ci chiedeva cosa fosse successo a nostro padre. Dicevamo che fosse morto in un incidente, senza specificare quale tipologia di incidente fosse. Era necessario per sopravvivere. Il nostro anonimato doveva terminare. Oggi non ho cambiato nome, sono sempre Juan Sebastian ma tutto il mondo mi riconosce come Juan Pablo. Questa libertà non l’ho persa, al contrario l’ho recuperata e si è ampliata. La gente mi chiede perchè ho cambiato nome. Pensano che col cambio di nome io abbia rinunciato all’affetto per mio padre o gli sia stato sleale. Questo non è mai stato invece in discussione. Semplicemente c’era tanto pregiudizio nella società che il nostro vero cognome non mi permetteva di fuggire dalla violenza, cosa che volevo fare. Tutti abbiamo il diritto di poter scappare dalla violenza. Se questo implica cambiare nome e numero di un documento, lo rifarei mille volte per salvare la mia vita. Le persone sono molto legate alla propria identità, al nome, al cognome. Da dove provengono e chi sono. Credo che questo non conti, quello che è importante è quello che fai, non il nome che usi mentre agisci. Il nome o il cognome non dovrebbero definire la nostra persona. Sono le azioni ed i fatti a definire chi sei. Nella mafia cambiare nome è come cambiarsi d’abito. Mio padre ha cambiato dieci volte il suo nome e non per questo mi sono lamentato da lui “papà, non mi ami perchè hai cambiato nome”. E’ parte del gioco e della vita”.

La causa che intentano al commercialista li costringe ad uscire dall’anonimato. Sebastian torna ad essere Juan Pablo, rinascendo per la seconda volta come un Escobar. Le autorità decidono di incarcerare loro e non il commercialista: così, dice, funziona la giustizia latinoamericana per la famiglia Escobar. Il tutto si risolve con un nulla di fatto, un nulla che porta però con sé la riconquista del proprio cognome e l’uscita allo scoperto. Di lì in poi la missione di Juan Pablo è diffondere un autobiografico messaggio di pace e riconciliazione. Produce e recita nel documentario Pecados De Mi Padre, in cui cerca ed incontra il perdono dei figli di Lara Bonilla e Galan. Costruzione di una sua famiglia, nascita del figlio. Gli chiediamo quale persona attualmente in vita, da qualsiasi ambito umano, gli ricorda di più suo padre. “Mio figlio di 4 anni. Cammina come lui, è strano visto che non ha mai conosciuto suo nonno. Ma vedo il DNA di mio padre dal modo in cui cammina.

Copertina Escobar

Show come Narcos e El Patron del Mal inevitabilmente spettacolarizzano gran parte della storia di Pablo. E’ davvero difficile scrivere di Escobar e rappresentare in maniera accurata la violenza efferata e crudele che ha permesso tutto ciò senza contribuire ad alimentare l’allure dell’archetipo del gangster. Ci chiediamo, e gli chiediamo, in cosa sono diversi i suoi testi e documentari. Ci racconta di un tredicenne incontrato in Argentina durante la presentazione dei suoi libri. Incuriosito dai racconti di sua nonna, ha chiesto il permesso ai suoi genitori di comprarsi libri, documentarsi e guardare serie tv su Escobar. Gli unici due che lo hanno fatto pensare come uomo del bene e non come gangster, dice Juan Pablo, sono stati i suoi.

In diverse interviste rivela di essere stato paradossalmente minacciato, una volta svelata la sua identità, per non aver voluto seguire le orme del padre nel narcotraffico. Gli chiediamo chi esattamente avesse osato rinfacciargli di aver scelto il bene invece che il male: ci dice di aver già fatto pace con queste persone, e che i coinvolti stanno imparando a riconciliarsi sempre più velocemente.

Che consiglio gli darebbe suo padre oggi? “Mio padre ha sempre saputo che ero un uomo di pace. Lo disse quando dedicò la sua consegna alla giustizia nel carcere de La Catedral “a suo figlio pacifista quattordicenne”, ci sono le registrazioni. Credo che non lo sorprenderebbe molto vedere quello che sto facendo e dicendo oggi per la pace. L’ho sempre detto che è meglio parlare, avvicinarsi, negoziare. Ero piccolo, ma avevo già capito che erano meglio questi strumenti che mitragliette e violenza. Credo che mi appoggerebbe incondizionatamente nel messaggio che sto cercando di mandare. E questo messaggio non è contro mio padre: è contro la sua violenza, ed è una cosa diversa”.

Scritto da

Adele Savarese

Chief Content Officer Ninja Academy

Nasce a Los Angeles nel 1984, stessa annata dello spot "1984". Va a vivere ad Huntington Beach, detta Surf City USA, ed ogni venerdì va a Disneyland. Si trasferisce a Napoli a 5 ... continua

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