Social media

Social network e Young Adults: solitudine, depressione e selfite

Sembra che per molti i social network non siano dei facilitatori relazionali

Dalla recente ricerca pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine sull’Uso dei Social Media e isolamento sociale percepito tra gli Young Adults, è emerso che all’aumentare del tempo trascorso sulle cosiddette piattaforme di aggregazione sociale, aumenta anche il rischio di sentirsi isolati. La ricerca è stata condotta su un campione di 1800 giovani americani, e i fattori presi in causa sono stati il tempo di permanenza quotidiano sui social network e la frequenza di collegamento agli stessi; sono stati materia d’esame gli 11 social più famosi, ovvero Facebook, Twitter, Instagram, Snapchat, YouTube, Google Plus, Reddit, Tumblr, Pinterest, Vine e LinkedIn.

Ed ecco la sentenza: coloro che passano circa 2 ore al giorno sui social network corrono tre volte il rischio di sviluppare una spiacevole sensazione di emarginazione dal mondo rispetto a chi ne fa un uso più moderato.

La solitudine dei numeri social

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Alla luce di questo, sembra che i social network siano passati dall’essere dei facilitatori relazionali – in particolare per quelle persone che hanno più difficoltà a entrare in contatto con gli altri nella vita reale – al rappresentare uno dei principali ostacoli alla relazione. Quindi, se da una parte oggi ci troviamo di fronte a modi sempre più innovativi e divertenti per comunicare e mantenerci in contatto con i nostri amici virtuali, dall’altra sembrerebbe che le stesse piattaforme che ci promettono di connetterci con il mondo, in realtà ci isolino.

Inutile dire che questo risultato ha allarmato la maggior parte dei sociologi e ben pensanti, che hanno subito alzato un polverone, riportando sul tavolo i pericoli che corrono i giovani – in particolare gli adolescenti – per via dei social network.

Per i teenager i social network sono croce e delizia, per cui solitudine e inadeguatezza sembrano essere le principali controindicazioni di un’esposizione troppo prolungata.
Oggigiorno, misuriamo la nostra popolarità e il grado di accettazione da parte della società sul numero di mi piace ricevuti. Quello che fino a qualche anno fa era solo un cruccio delle celebrities, la cui angoscia di ritrovarsi a breve sul proprio viale del tramonto pendeva sulle loro teste come una spada di Damocle, oggi interessa ognuno di noi.

Teenager e social network: stop agli allarmismi

Sull’argomento, ormai, sono stati fatti fior fior di sproloqui.

Una ricerca della Simon Fraser University, ad esempio, ha affermato che passare più di 20 ore a settimana sui social network aumenta il rischio di depressione e anoressia nelle donne (in particolare tra i 25 e i 29 anni d’età). Questo per via dei selfie: le ragazze trovano negli autoscatti, propri e altri, fonte di affermazione e di tormento. Se una volta, per poter caricare in rete foto di cui andare fiere, bisognava fare un corso accelerato di Photoshop o stringere un’amicizia strategica con un qualche fotografo, oggi abbiamo a disposizione talmente tanti filtri per poterci permettere di ritoccare qualsiasi foto in pochi tap.

A partire dalle Influencer, tutti quegli scatti emozionali di piatti gourmet a zero calorie o di fisici statuari in bikini, a cui fanno da sfondo i migliori boutique hotel e paradisi terrestri incontaminati, non sono altro che la miglior pubblicità di noi stessi e, come ogni pubblicità che si rispetti, non aderiscono mai totalmente alla realtà.

C’è stato anche chi ha coniato il termine selfite: una vera e propria malattia, figlia della nostra epoca tecnologica. Secondo la American Psychiatric Association, farsi i selfie deriva da un conclamato disturbo mentale, più o meno grave, che va dalla selfite borderline a quella cronica. Se ve lo state chiedendo, no, non hanno ancora trovato una cura. Tuttavia, qualcuno ha azzardato la possibilità di notare dei miglioramenti grazie alla Terapia Cognitivo Comportamentale. E pensare che una volta si diceva semplicemente tirarsela un po’.

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Un altro campanello d’allarme porta il nome di “fake-news”: da una ricerca condotta dall’Istituto Imt Alti Studi di Lucca, si è giunti alla conclusione che “i social network sono una disgrazia per l’informazione”. Se una volta, la mediazione delle redazioni giornalistiche offriva al pubblico un elenco selezionato di notizie dalla verità comprovata, oggi il “rischio” che si corre è semplicemente quello di farsi delle proprie opinioni, e quindi di sviluppare una sensibilità atta a riconoscere le bufale ed eliminarle dalla propria rassegna stampa.

Social network: due generazioni a confronto

A questo proposito, sarebbe interessante fare una riflessione – e magari prossimamente uno studio – sulle differenze nei comportamenti online tra le nuove generazioni e quelle più datate.
In realtà, le vecchie generazioni, proprio perché abituate a credere passivamente nell’autorevolezza e quindi alle parole dei media (quali la televisione, stampa e radio), sono più portate a cadere nella trappola delle bufale online – a partire dalle flash news sulla morte di qualche personaggio noto, create su misura per il click bating, fino ad arrivare alle catene social.

L’hate speech è un altro argomento di discussione, che vede i teenager sotto attacco, poiché più vulnerabili e influenzabili, o semplicemente ancora incoscienti. Tuttavia, anche in questo caso, vale la pena spezzare una lancia a favore dei più giovani poiché, spesso e volentieri, sono proprio i più adulti a lasciarsi andare, sfruttando il proprio audience per scrivere (e quindi registrare) commenti e affermazioni pericolose, senza freni e senza filtri. Messaggi di stato screditanti verso altre persone – note e non – o commenti no filter a notizie di attualità, anche delicate, possono diventare oggetto di querela oltre che essere nocive e diseducative per i più piccoli.

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L’arrivo dei social network ha segnato un giro di boa nel nostro modo di comunicare e relazionarci con gli altri. Si tratta di un nuovo linguaggio per cui le nuove generazioni posseggono tutti gli strumenti – anche cognitivi – per sfruttarlo al meglio. Creare allarmismo o pensare di poter allentare la penetrazione dei social nella vita delle nuove generazioni è inutile, oltre che controproducente. Seppur ai teenager venga naturale approcciarsi a questi strumenti e sviluppare una propria consapevolezza nell’uso degli stessi, vale la pena focalizzarci sull’educazione dei più giovani – ma anche di noi stessi – a un uso corretto dei social media, che non significa collegarsi meno o scattarsi meno selfie, ma semplicemente fare un distinguo tra la identità fluida – o alias social – e quella reale.

 

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