Street art

Writing e copyright: il caso McDonald’s

La società di fast food accusata di plagio dalla famiglia di Dash Snow

di Silvia Scardapane

Dopo aver parlato delle più interessanti collaborazioni tra street artisti e aziende, questa settimana Streetness sceglie di raccontare l’altra faccia della medaglia, quella fatta di presunti plagi e violazioni di copyright, incidenti che non mancano di accadere, partendo dall’ultimo spinoso caso che ha coinvolto una grande multinazionale come McDonald’s e l’artista Dash Snow.

Nato da una famiglia benestante, Snow conosceva bene le regole della strada perché il suo spirito ribelle l’aveva condotto tra i vicoli di New York, dove amava non solo scattare fotografie ma soprattutto realizzare grandi tag. Tutti lo conoscevano infatti anche come SACE ed è con questo pseudonimo che ha conquistato pian piano il mercato dell’arte, tanto che le sue opere sono state battute all’asta da Sotheby’s e Christie’s e sono tuttora presenti nelle collezioni permanenti del Whitney Museum di New York City e della Royal Academy di Londra. Snow è scomparso nel 2009 ma sono in tanti a ricordare il suo duro stile di vita, così come gli interventi realizzati nella Grande Mela.

mcdonald's

Anche McDonald’s sembra ricordarsene, tanto da aver utilizzato svariate riproduzioni della tag SACE per un restyling realizzato in diverse sedi sparse per il mondo, dal Regno Unito alla Francia fino in Asia. Mentre la grande multinazionale si rifaceva il look saccheggiando dal mondo del Writing, la denuncia per violazione di copyright è stata intentata dalla famiglia di Snow (in particolar modo nella persona di Jade Berreau, ex compagna dell’artista) presso la Corte Distrettuale degli Stati Uniti contro la società di fast food, chiedendo l’immediata rimozione dei tag SACE al fine di preservare e proteggere l’eredità del celebre artista.

La multinazionale avrebbe, inoltre, presumibilmente riportato un aumento del 9% nelle vendite dal lancio dei suoi ultimi ristoranti ridisegnati; eppure fino ad ora McDonald’s ha comunque rigettato ogni accusa.

Writing e copyright: il caso McDonald's

Nel 2011, un caso simile destò altrettanto scalpore, quando nello spot della FIAT 500, girato dalla testimonial Jennifer Lopez, comparve il grande graffito “I Love Bronx” firmato TATS Cru. Il collettivo di artisti citò in giudizio l’agenzia pubblicitaria e la celebre azienda torinese per aver mostrato un loro lavoro ad uso commerciale senza chiedere alcun consenso, innescando così per la prima volta una disputa sul copyright (conclusasi in questo caso con un accordo informale a favore degli artisti) che tuttora sembra non avere fine. Il caso McDonald’s si inserisce difatti in una lista sempre più corposa, perché da accuse di plagio non sono esenti neppure grandi marchi di moda, non ultimi Moschino con l’artista RIME (nel 2016) e Roberto Cavalli, accusato nel 2015 di aver impropriamente riutilizzato parte di un murale eseguito a San Francisco dagli street artisti Revok, Reyes e Steel.

Writing e copyright: il caso McDonald's

Ad essere precisi, analizzando i suddetti casi così come altri forse meno famosi, emerge che la maggior parte delle cause di plagio coinvolge il mondo del Writing e non della Street Art. Perché le aziende preferiscono saccheggiare il primo e dialogare con il secondo? Evidentemente le multinazionali sono consce delle differenze tra i due movimenti, ritenendo (così sbagliando) che il Writing, generalmente illegale e apparentemente anonimo (in realtà, pseudonimo), sia libero dai diritti di autore e perciò riutilizzabile a scopo decorativo.

Come Osservatorio sulla Creatività Urbana sappiamo che i migliori risultati per una produzione aziendale possono nascere solo dalla collaborazione tra aziende e artisti ed è su questa strada che Streetness continuerà a proporre numerosi case study, tuttavia senza mai tralasciare quanto avviene in campo di diritto della riproduzione, favorendo così gli artisti e la loro arte nonché la così varia realizzazione di prodotti originali e unici nel proprio genere.