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It’s morning again: Rubio sfida la comunicazione di Reagan

Che coraggio Marco Rubio: il giovane senatore della Florida condivide uno spot che è un remake del celeberrimo "Morning again" di Ronald Reagan. Posizionandosi ad un passo da un'eredità pesantissima.

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Nella ripresa economica degli anni ’80 non ci credeva nessuno, neanche George H. Bush (poi vice di Reagan), che durante le primarie del 1980 bollava come “Voodoo Economics” (l’economia della magia) quella che sarebbe poi passata alla storia come “Reaganomics”. Ma la rivoluzione reaganiana fu innanzitutto una rivoluzione di comunicazione: lo spot che più di tutti ha simboleggiato un’epoca, rappresentando una pietra miliare nella storia della comunicazione politica, si intitola “Prouder, stronger, better”, conosciuto a tutti come “It’s morning again in America”.

“Morning again” racconta, con voce suadente, la speranza e i valori, l’orgoglio e l’appartenenza di un’epoca: il mattino dell’America è come la quiete di un’alba nella baia di una grande città; ci sono gli abbracci, i bambini, la bandiera, gli sposi. Tutto il repertorio vincente della migliore comunicazione politica.

Marco Rubio ha dimostrato coraggio quando, pochi giorni fa, ha condiviso su Facebook e Youtube un remake del celebre spot di Reagan, rivisto in chiave di negative adv verso Barack Obama e Hillary Clinton. Una scelta rischiosa, su un terreno considerato sacro per l’elettorato conservatore. Ad avvalorare la scelta ci sono però i numeri dei social media: in pochi giorni lo spot ha totalizzato ben 260 mila visualizzazioni su Youtube e ha raggiunto 181 mila persone su Facebook, con 8.300 “Mi Piace” e oltre mille commenti. Un piccolo record per il giovane senatore della Florida che non è una social-star come Donald Trump.

Non potevamo non sentire il parere di uno dei maggiori esperti in materia: il prof. Edoardo Novelli, docente di Comunicazione Politica all’Università di Roma Tre, collaboratore RAI e responsabile del progetto www.archivispotpolitici.it.

Ci confida Novelli: “Rubio ha preso lo spot più classico di tutti e lo ha stravolto, confidando sul fatto che chi c’era nel 1984 quelle immagini le ha ben stampate nella memoria.
Tuttavia Reagan partiva da presupposti molto differenti: il suo tono ottimistico e dolce era legittimo, perché rivendicava quattro anni di successi. Rubio non può che buttarla sul remake, una parodia che tuttavia non offenderà né i nostalgici di ieri né quelli di oggi, perché costruita in maniera abile ed intelligente. Lo spot originale non è profanato, ma la sua narrazione viene utilizzata in maniera velatamente ironica per un attacco al presidente in carica”

Più che una parodia, dunque, quasi un omaggio?
Reagan parlava del ‘feeling good’ di un’altra epoca, Rubio è solo un senatore che cerca di accreditarsi come l’erede di quella stagione. Siamo di fronte ad una rilettura un po’ strana di uno spot che ha fatto la storia, ma in quest’operazione Rubio dimostra sicurezza e volontà di posizionarsi accanto ad un mostro sacro del pantheon repubblicano”.

It’s morning again in America

È di nuovo l’alba in America. I due spot hanno il medesimo incipit, e tanto basta per spostare le lancette dell’orologio della Reagan Nation di 30 anni indietro. L’elettorato del GOP, fedele all’ideale della rivoluzione conservatrice, aveva vissuto il 1984 come un nuovo inizio, nella direzione di quella collina scintillante evocata dall’ex attore di Hollywood.

Le luci del 1984 sono calde, gli uccelli volano liberi in cielo, la musica è una dolce ninna nanna che fa sognare. La baia di Rubio è fredda, il tono musicale crea subito una certa tensione, pur rimanendo fedele all’intento parodistico. La voce non è avvolgente e compiaciuta ma sconsolata nei giudizi. Il remake inizia tuttavia con una gaffe, dovuta forse alla fretta o alla disattenzione: la baia dello spot di Rubio, infatti, non si trova in territorio americano ma bensì in Canada, per la precisione a Vancouver.

regan 1984

rubio 2016

L’agricoltore e il paperboy

Cosa è successo nel frattempo? Il salto temporale è drastico, brutale. Sono passati ben tre decenni, ma Rubio si pone come l’erede di quella stagione formidabile. Il suo logo, rosso come il GOP, rappresenta la cartina stessa degli Stati Uniti. Con piglio presidenziale, la sua narrazione attacca decisa Barack Obama ed Hillary Clinton: il record storico di uomini e donne al lavoro del 1984 è paragonato al record negativo del 2016.

L’agricoltore di Reagan sembra sorridere, è voltato verso di noi e fa manovra con il suo trattore. Il tempo è bello e indossa un cappello da cowboy per ripararsi dal sole e una semplice camicia di jeans: quest’oggi nei campi non manca certo il lavoro da fare! Il trattore dello spot di Rubio è invece parcheggiato, immobile. Il giovane che lo dovrebbe guidare, cammina volgendoci le spalle, testa bassa, felpa, cappello di lana in testa e stivali da pioggia ai piedi. Non si scherza più: il cielo è grigio, fa freddo, fuori e dentro.

reagan 1984

rubio 2016

Il celebre paperboy dello spot del 1984 è simbolo della spensieratezza dei ragazzi anni ’80 che, dopo la scuola, guadagnavano i loro primi dollari consegnando (lanciando!) i giornali nei giardini del quartiere. Il paperboy del 2016 ha avuto meno fortuna: la sua cesta è piena di quotidiani che nessuno vuole. Le persone non sono fuori, ma rimangono rintanate in casa come spaventate; una signora, sullo sfondo, se ne sta a testa bassa al riparo della sua finestra con le sbarre.

reagan 1984

rubio 2016

Scene da due matrimoni

La coppia di sposi del 1984 esce in un tripudio di gioia e chicchi di riso; non si limita a salutare il futuro in arrivo, ma gli corre incontro sorridendo. La coppia del 2016 è invece di spalle, ha timore ad uscire (dalla Chiesa già deserta?) e quindi si limita a spiare da una finestra un futuro incerto e preoccupante.  La spiegazione è nei frame precedenti: le tasse sono alle stelle, il debito ricade sulle generazioni future.

reagan 1984

rubio 2016

Tutti i significati di una bandiera

Entrambi gli spot si avviano verso la conclusione ripetendo “It’s morning again in America”: ma è facile scorgere il sole ed immaginarne il calore, nei frame del 1984. L’alba di oggi è invece indistinguibile da un qualsiasi altro momento della giornata: è piatta, grigia, né buia né luminosa, un limbo di desolazione.

Nel 1984 la bandiera a stelle e strisce si alza al cielo, mentre la voce fuori campo associa in maniera significativa le tre parole del titolo dello spot, ad altrettanti frame: l’orgoglio è rappresentato da un gruppo di giovanissimi (“Prouder”), una guardia muscolosa ma rassicurante è la forza del paese (“Stronger”), persino l’anziano può immaginare ancora un futuro, naturalmente migliore (“Better”).

Nel 2016 la Old Glory è a mezz’asta (nonostante la giornata di sole, o forse in virtù di un sole che si vuole rifuggere a tutti i costi). Quello che si sta vivendo è praticamente un lutto. Non si vede chi materialmente la ammaina ma il frame successivo è un ponte che arriva diretto ai volti, ritratti in rigoroso bianco e nero, di Barack Obama e Hillary Clinton, responsabili, secondo Rubio, degli ultimi otto anni di declino.

reagan 1984

rubio 2016

Ma Reagan (per ora) non basta. E nemmeno Rick Harrison

Lo spot di Marco Rubio si conclude con un frame molto curioso. “Lo avete notato?” Ci chiede il prof. Novelli, incuriosito. In un campo assolato si trova un piccolo masso, sopra cui è piantata (appoggiata) una bandierina americana, quasi una Iwo Jima in miniatura. Un ultimo presidio da cui ripartire? Un avamposto per la costruzione di quel “Next american Century” che è slogan della sua campagna? La resistenza, caparbia, del sogno americano? Forse non lo sapremo mai.

Quel che è certo è che a Marco Rubio non è bastato questo spot per conquistare i cuori di Las Vegas. Nella quarta tappa delle primarie ha vinto ancora The Donald, nonostante i tantissimi amici che Marco può vantare in Nevada (qui suo padre lavorava come barman e sua madre puliva le camere degli alberghi). A Rubio non è bastato neppure l’endorsement di Rick Harrison, la star del banco dei pegni più famoso del mondo.

Chissà se impegnare la preziosa eredità di Ronald Reagan porterà i suoi frutti magari più avanti, nella lunga corsa alla nomination repubblicana.