Intervista

Etica, morale, cultura e mondo digitale: il punto del sociologo Davide Bennato

In quale misura, società, cultura, etica, morale, ideologia, sono influenzate dalle tecnologie, in particolare dal web e dai social media? La parola al sociologo Davide Bennato

In poco più di un secolo abbiamo visto tutto il nostro mondo mutare radicalmente da manuale, poco dinamico e influenzato principalmente dalla natura a un mondo meccanico, dinamico e influenzato più dagli aspetti tecnologici, sino ad arrivare alla contemporaneità dove ritroviamo un uomo dotato di strumentazioni tecnologiche avanzatissime le quali gli permettono di essere qui e altrove, di abbattere i muri del tempo, dello spazio e della fisica.

Nel nuovo millennio, anche nella parte più remota della Terra, è possibile rintracciare la presenza delle nostre infrastrutture tecnologiche persino tra le pieghe della nostra quotidianità o della nostra vita privata: abbiamo persino preso possesso dell’etere, con il web. Anche le nostre azioni più comuni e banali, le nostre case, il mondo del lavoro, del tempo libero e – perché no?! – il mondo spirituale, etico e morale, sono influenzati dalla tecnologia, dal web, dalla velocità e dalle possibilità comunicative e divulgative che questi sistemi ripartiscono nelle mani di ognuno di noi.

Etica, morale, cultura e mondo digitale: il punto del sociologo Davide Bennato INTERVISTA

Abbiamo già affrontato queste tematiche quando parlammo del progetto di Filosofia in Movimento, i filosofi 2.0, e ne riparliamo quest’oggi su Ninja Marketing con Davide Bennato, docente di Sociologia dei media digitali presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, membro del corpo docente della Lipari School on Computational Social Scienze, nonché socio fondatore ed ex vicepresidente (2005-08) di STS Italia Società Italiana di Studi su Scienza e Tecnologia; membro del consiglio di Amministrazione di Bench s.r.l., spin off dell’Università di Catania specializzato in ricerche sociali e di mercato attraverso l’uso di big data.

Le sue ricerche ed i suoi interessi spaziano dall’analisi dei comportamenti collettivi nei social media, l’etica dei big data ai rapporti fra tecnologia e valori sino ad arrivare ai modelli di comunicazione scientifica e tecnologica in rete e alla scienza sociale computazionale.

Autore dei volumi Le metafore del computer. La costruzione sociale dell’informatica (Meltemi, 2002), Sociologia dei media digitali (Laterza, 2011), Il computer come macroscopio. Big data e approccio computazionale per comprendere i cambiamenti sociali e culturali (Franco Angeli, 2015) e blogger su Tecnoetica.it.

Ma adesso lasciamo spazio alle nostre domande in merito e alle parole del nostro nuovo ospite.

L’uomo tecnologicamente dotato, avanzato e connesso alla rete è l’aristocratico del terzo millennio?

Non sono sicuro che la categoria di aristocrazia sia quella che meglio descrive l’umanità del terzo millennio. Sicuramente la tecnologia digitale fornisce delle opportunità – relazionali, cognitive, emotive – che prima erano sicuramente precluse e che forniscono enormi vantaggi a chi le sa usare. Ma per essere davvero rivoluzionarie, le tecnologie digitali devono essere democratiche e partecipative. Democratiche nel senso che devono essere a disposizione – se non di tutti – della maggioranza delle persone. Partecipative, nel senso che devono coinvolgere tutti i cittadini, compresi coloro che sono marginalizzati per motivi economici, sociali, politici e culturali. Ed è proprio la cultura il campo di battaglia della società del terzo millennio. Non basta avere un dispositivo tecnologico in tasca per essere contemporanei. Internet è stata vista dagli utopisti tecnologici come la soluzione a tutti i mali, ma in realtà internet è solo uno strumento che esprime la sua forza solo in un contesto culturale ampio e diffuso. Internet non ha portato più democrazia, più uguaglianza, più giustizia sociale per il solo fatto di esistere, ma lo ha portato in quei contesti sociali che hanno consentito un uso del digitale in questo senso. Bisogna superare la visione della tecnologia come scatola delle meraviglie. Il mondo non cambia se c’è internet, il mondo cambia – in meglio o in peggio – se c’è una volontà di farlo e internet può aiutare questo processo.

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Il divario digitale fra individui, gruppi, nazioni, quanto influisce in un mondo oramai globalizzato a livello tecnologico, economico e comunicativo?

Il divario digitale è un serio problema della società contemporanea, e non è solo una questione di accesso/non accesso, ma è una questione più profonda. Prendiamo l’Italia, ad esempio. Ormai la sensibilità verso il digitale è diffusa – al netto dell’uso retorico e ideologico del termine – a livello politico, economico e sociale. Ma ciò nonostante ancora non si riesce a vedere il digitale come vera risorsa. Se non fosse un cliché di certa stampa, direi che quello che manca è la mentalità, una capacità strategica di valorizzazione delle opportunità di internet. In Italia – ad esempio – manca un vero piano infrastrutturale che renda la rete italiana competitiva a livello europeo, manca la visione da parte degli stakeholder di impegnarsi nella sfide che pone il digitale. Inoltre non è possibile lasciare al mercato questi temi: è necessario che siano le istituzioni pubbliche a impegnarsi in uno sviluppo digitale concertato e progressivo che faccia andare di pari passo la necessità tecnologica con i modelli culturali.

Ci ritroviamo in un mondo dove molti aspetti etici e morali della vita umana sono passati dalla sfera pubblica a quella privata, personale, e viceversa: internet come influenza questo processo?

I social media ci hanno abituati ad uno spazio comunicativo che è contemporaneamente pubblico e privato, è sia piazza che casa, ed ancora non siamo abituati a gestire la nostra identità e la nostra relazionalità in questo ambiente socialmente complesso. Siamo individui della civiltà industriale chiamati a confrontarsi con gli spazi della società digitale, è normale che ci siano delle situazioni di smarrimento. Come coloro che usano la rete in senso prevalentemente narcisistico, o come zona in cui non valgono le regole di rispetto reciproco e di ascolto degli altri. Questa situazione in alcuni casi rischia di lasciare spazio ai comportamenti peggiori come la violenza verbale. Pensiamo alla facilità con cui si creano delle gogne virtuali – più o meno legittime – nei confronti dei comportamenti delle persone che vengono visti come illegittimi o non condivisibili. Io vedo la rete come una risorsa relazionale che potrebbe aiutarci a cogliere la diversità degli altri e a porci delle domande su noi stessi e sul mondo che ci circonda, ma – di nuovo – questa non è una proprietà naturale della rete, è un imperativo morale di noi come cittadini. La rete potrebbe permetterci di aiutarci a vedere il cosmo, mentre alcuni di noi sono impegnati ad usarla per guardarsi l’ombelico.

Il complottismo dilagante dei nostri tempi non è altro che la vecchia superstizione dell’uomo e i social media ne amplificano la portata. Come pensa possiamo fermare il dilagare delle bufale complottiste?

Non è possibile fermare il complottismo. Ormai molte ricerche non fanno altro che confermare questa situazione. Il complottismo funziona come una ideologia metafisica: se ci credi, nessuno ti toglierà mai l’idea dalla testa, anche se ci saranno evidenze contrarie. Per questo motivo, l’unico modo che abbiamo per contrastare queste ideologie è quello di svolgere ogni giorno la nostra parte. Contribuire a far circolare informazioni che combattano idee complottiste, diffondere informazioni di debunking. Non per sconfiggere il complottismo, ma per diffondere il dubbio critico. In questo senso la rete è come un giardino, è chiesto ad ognuno di noi di sradicare le erbacce. Senza sperare di distruggerle completamente.

Un po’ di fantascienza: in un futuro lontano, saranno le tecnologie a ritrovarsi innestate nel nostro corpo o sarà la nostra mente a migrare dall’attuale struttura biologica ad una struttura tecnologica?

Io temo le visioni di incorporazione delle tecnologie nel corpo dell’uomo. Esistono ideologie come il transumanesimo e i teorici della singolarità, che sostengono che l’integrazione uomo-macchina è il prossimo salto evolutivo dell’uomo. L’uomo del futuro come cyborg. A me queste visioni non piacciono per niente. E non perché sostenga una ipotetica naturalità dell’essere umano che non deve essere toccata dalla tecnologia. Anzi. Ma il problema della tecnologia è che è un prodotto, quindi è frutto di un mercato, quindi legata alle risorse economiche e quindi fonte di disuguaglianze. Ed io come cittadino mi sento di combattere tutte le ideologie che vogliono rendere l’uomo come mezzo e non come fine. Semplificando: se l’uomo diventa una macchina, è più facile trattarlo come macchina che come uomo, con tutto il portato di rischi e opportunità della tecnologia. Se un giorno riusciremo a integrare la tecnologia con l’essere umano senza i limiti della tecnologia come prodotto, allora potrei rivedere le mie posizioni. Ma al momento secondo la mia prospettiva un cyborg rischia di trasformare l’uomo in una macchina. I vantaggi ci sono chiari, ma gli svantaggi potrebbero essere terribili.