Unfriended: chi ha paura dei Social Media?

Paure e turbamenti nell'epoca dei social media, della privacy a tutti costi e delle foto rubate. Perché è bello essere spettatori della vita, finché è la vita degli altri

Si chiama Unfriended e molti di voi lo avranno già visto il mese scorso al cinema: acquistato dalla Universal Pictures e dalla Blumhouse Productions di Jason Blum per solo 1 milione di euro, questo fortunato mockumentary ne ha fruttati ben 40 al botteghino (circa 1 milione solo in Italia), scrivendo un’altra storia di successo dopo pellicole cult come Paranormal Activity (prodotto dalla stessa Blumhouse).

La trama, è presto detta: Laura viene filmata sbronza su una spiaggia, il filmino viene diffuso in rete, la ragazza si spara in testa per la vergogna. Una reazione eccessiva, fomentata dal “cyberbullismo”. Improvvisamente, in una chat di Skype, la defunta si mette a postare alcuni inquietanti messaggi diretti ai propri amici , seguiranno foto compromettenti su Facebook, segreti bollenti svelati su Instagram etc etc in un crescendo di paura “social mediatica”.

 

Un trattato di sociologia sui social media? A volte basta un film

Per 80 minuti lo spettatore assiste alle chat dei sei protagonisti all’interno di uno spazio delimitato dallo schermo del PC: Unfriended è infatti il primo film girato in screencasting, una tecnica che fa coincidere la cornice del grande schermo con quella del computer. Tanto basterebbe, ha detto qualcuno, per riempire un trattato di sociologia.

Risate, confidenze, isterismi, paure: tutto rimane chiuso dentro allo schermo che noi osserviamo in una sorta di débrayage spaziale. La realtà è doppia, anzi tripla: esiste la sala – la realtà rassicurante dove siamo seduti e che possiamo toccare – esiste la realtà del film, che possiamo solo osservare, esiste poi lo schermo dentro allo schermo, che si ricollega alle nostre poltrone, o meglio, ai nostri smartphone. Siamo voyeur di qualcosa che sta accadendo là dentro, protetti da ben due livelli di narrazione, eppure non ci sentiamo al riparo, perché il film funziona e fa paura. Non stiamo assistendo ad un reality ma alla visione cruda di una privacy violata, una violenza psicologica di cui potremmo essere le prossime vittime.

Se l’esoterismo ottocentesco vive una nuova vita sui social media

Dal mockumentary alla serie TV, il passo non è breve ma la paura rimane:The Following, ennesimo prodotto di successo tsrgato Warner Bros, con Kevin Bacon nel ruolo di protagonista, azzarda un’operazione altrettanto forte: prova a materializzare turbamenti, disturbi e perversioni che albergano non nella metà oscura di internet (come si dice spesso) ma nei social (ovvero nella metà della rete sotto la luce del sole). I turbamenti non hanno solo un volto, ma tanti volti, apparentemente innocenti quanto i post giornalieri di studentesse del college. Un “social serial killer”, Joe Carrol, arruola i propri fedeli seguaci sui social media per farne setta, alimentando l’ideologia fanatica del proprio culto personale, con l’aiuto dei romanzi di Edgar Allan Poe.

Quello del mistero e dell’esoterismo era una tendenza, diremmo adesso, molto in voga nell’800, alla base di un altro grande successo di Hollywood, quel “True Detective” di Nic Pizzolatto che trova nei racconti del Re Giallo“, capolavoro gotico di Robert William Chambers, il proprio riferimento letterario. È proprio il giallo psicologico a sposarsi perfettamente con le paure 2.0: dal cyberbullismo, al terrore del furto di identità, della vendetta online, ai segreti svelati, ora sono condivisi e di dominio pubblico.

Che pericolo confondere la conversazione con la memoria

Il segreto di per sé, non è fatto per essere svelato, né condiviso. Ma può essere argomento di conversazione, ad esempio con il proprio migliore amico, con i propri genitori o con un diario. Cosa succede quando la condivisione diventa parte della conversazione?Online le tue memorie resistono sempre. Ma anche i tuoi errori“, recita il claim di Unfriended. Eppure c’è qualcosa di innaturale in tutto ciò: nella nostra società non condividiamo solamente il privato, ma lo usiamo nelle conversazioni come accadeva (e accade) nel privato tra amici. La condivisione diventa parte del processo discorsivo, si sbaglia se lo si considera un vezzo o un tendenza del periodo storico nel quale viviamo.

La differenza è lampante: mentre i contenuti della conversazione sono rimasti i medesimi, i mezzi con cui comunicare la conversazione stessa si sono moltiplicati; e quando parliamo di conversazione non ci riferiamo ai discorsi “in bella copia” ma ad un flusso quotidiano di parole in libertà. Video, foto, e altri contenuti multimediali arricchiscono queste conversazioni: spesso si finisce per confondere le memorie da conservare (il classico album di foto) con il flusso del dialogo da far passare, da non trattenere (la conversazione). Il corto circuito è inevitabile: se trattiamo ogni contenuto al pari di una memoria, veniamo meno al nostro sacrosanto diritto di cancellare. Snapchat è stato il primo social media ad interpretare questa esigenza, umana prima ancora che “normativa”.

Dalle streghe di Blair ai fantasmi dello smartphone: come cambia la percezione della paura

È la stessa trama dei mockumentary che cambia nel tempo: nel pionieristico “The Blair Witch Project, eravamo in un bosco, fuori dal privato, in un contesto inquietante ma non intimo. In Paranormal activity eravamo in camera da letto, la stanza più privata della nostra vita; in Unfriended si scava invece nelle paure più profonde, quelle legate al privato nascosto nel privato, nelle immagini dentro ad computer, nel computer dentro la camera da letto.

Le immagini hanno da sempre giocato un ruolo cruciale nella costruzione culturale delle società, per questo spesso sono le migliori testimonianze delle convenzioni sociali. Dalle immagini si parte per comprendere la realtà. Che visione abbiamo di noi stessi? Riusciamo ancora, per dirla con Peter Burke, a distinguere tra “rappresentazione di ciò che è tipico e immagini di ciò che eccentrico”? Oppure le immagini personali perdono di innocenza e la rappresentazione che emerge di noi stessi finisce inevitabilmente per confondersi con l’immagine che volevamo tenere nascosta? Forse, in ultima istanza, ha ragione Pizzolatto – interprete straordinario della nostra post-modernità – che nella seconda stagione di True Detective si domanda: “E se la parte migliore di noi, fosse la peggiore?”

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